Margherita Pusterla

 

di

 

Cesare Cantù

 

 

 

 

 

' Lettor mio, hai tu spasimato?
' No.
' Questo libro non è per te.


1833.

 

 

 

 

 

img/Pusterla1.jpgLo udiva Luchino, e ne sorrideva, sinché, passato appena il palazzo che egli aveva eretto per propria abitazione da privato in faccia a San Giorgio, ed inoltrandosi fra la turba che, presso alla chiesa di Sant'Ambrogino in Solariolo, affollavasi al mercato, o come dicevano, alla Balla degli olj e dei laticinj, cominciò a fissare gli occhi sopra una signora, che stava sur un terrazzino, sporgente dalla torre in angolo della via che di là mette a Sant'Alessandro. Questa era Margherita Pusterla, anch'ella di casa Visconti e cugina del principe, ma troppo da lui dissomigliante. Erasi fatta ad osservare il corteggio, non per capriccio di femminile curiosità, ma per cercare fra questo il marito suo Franciscolo Pusterla, uno, come abbiam detto, dei vincitori della giostra, e che teneasi in fondo tra gli scontenti. La dama, la quale era tutto il bello che dev'essere l'eroina d'un racconto, reggeva sulla spalletta del verone un caro fanciullo di forse cinque anni: e tendendo la destra candida e morbida come di cera, gli additava lontano un cavaliero superbamente vestito e montato, alla cui vista il bambino, trasalendo di gioia fra il seno e le braccia materne, esclamava: "Babbo! babbo!"  e con ingenuo vezzo infantile sporgeva verso quello le braccia. Assorta in quest'episodio di famiglia che per lei era tutto, la Margherita non poneva mente nè agli applausi del vulgo, nè alla pompa del corteo, nè agli occhi che ammiravano la sua bellezza, nè a Luchino, sebbene questi, allorché fu sotto al balcone, avesse rallentato il passo, e fatto sbraveggiare e atteggiar vagamente il superbo stallone bianco che cavalcava, bramoso di attirarsiuno sguardo della bella.

 

img/Pusterla2.jpgMa invano: onde una nube di dispetto gli passò sul volto severo. Se non che Ramengo da Casale, uno dei cortigiani sempre disposti a piaggiare, qualunque essa sia, la passione dei potenti, si fece accosto a lui, ed inchinandolo con adulatoria sommessione, esclamò: "Se vuolsi trovare qualcosa di grande negli uomini, o qualcosa di bello nelle donne, è forza ricorrere al nome de' Visconti".

 

Luchino, non mosso dall'incensata che come uomo avvezzo alle vigliaccherie, rispose: "Sì: ma a costei pare che puta il nostro cognome: nè voi altri fra quanti siete sapeste mai farne belli i circoli nostri".
"Vero! (ripigliava Ramengo) Ella è tanto schifa ed orgogliosa quanto bella ed aggraziata. Ma più la vittoria è difficile, più orna a onore, e ad un sospiro del principe qual ritrosia durerebbe?"
Guizzò fra loro il buffone, e ghignando beffardamente sul viso dell'adulatore, poi di Luchino, disse a questo, vagliando la persona in modo da sonar tutto:
"Non dargli ascolto, padrone; leccane i barbigi, che non la è carne pe' tuoi denti".
"E perchè no, sfacciato?" saltò su mezzo in collera Luchino.
img/Pusterla3.png"Perché no", ripeté il mariuolo, e toccata la cavalcatura, in un batter d'occhio fu lontano, mentre Luchino, senza curare né le piacenterie dei cortigiani, né i viva del popolo, seguitava innanzi a rilento, volgendosi tratto tratto verso la signora Pusterla. Essa invece non distoglieva gli occhi dal marito, il quale procedeva fra un giovine e un frate, che pedestri uscitigli incontro, l'accompagnavano discorrendo.
Il giovane era tutto fuoco nel gesto, negli sguardi, nel favellare; la faccia dell'altro, composta a gravità severa e pur dolce, annunziava una lotta profonda ma calma tra la violenza dei sentimenti e la robustezza della volontà; e nella fronte facile a corrugarsi, nelle guance scarne e affossate, nel labbro serrato, portava il marchio onde la sventura impronta le sue vittime, quasi per dar loro la consolazione di conoscersi a vicenda, e di allearsi per reggerle incontro.
 
 
La rincrescevole attenzione e il frequente rivolgersi del principe non isfuggirono al Pusterla, il quale, voltosi ai non meno accorti compagni, domandò loro:
"Vedeste?"
"Vidi", rispose il frate chinando le ciglia in atto di persona abituata a gravi pensieri.
"Sfacciato!" saltava con occhi sfavillanti il giovane.
"Quest'altra ci mancava! Ma che non può aspettarsi da un tiranno? Oh perché non ci ha a Milano cento persone deliberate al par di me! E voi, oh perché non vi risolvete, signor Francesco, di far suonare alto il vostro nome e metter fine alle servitù della patria ed all'obbrobrio comune?"
 
 
img/Pusterla4.jpgFranciscòlo Pusterla col gesto e colla voce imponeva silenzio ad Alpinòlo (quest'era il nome del garzone), mentre il frate, colla posatezza abituale alle persone costrette a riflettere, a concentrarsi, a vivere in sè, diceva:
"All'uomo scontento rimane un partito! spiccarsi dai viziosi, e senza paventare la dimenticanza de' suoi concittadini, cercare nella dignitosa ilarità de' domestici affetti la pace e la sicurezza della coscienza e del proprio onore. Così ha saputo fare tuo suocero Uberto Visconti: così avresti a far tu: e mille segni ti tesoro qual è la tua Margherita, non è angolo del mondo così riposto, non solitudine così romita, che non ti possa convenire in un paradiso"
 
La voce del frate erasi animata a questo parlare, come anche il color delle guancie; egli se n'avvide, chinò il capo e tacque. Ma Franciscòlo, punto non mostrandosi convinto alle parole dell'amico:
"Sì, frà Buonvicino (diceva); ritirarmi, questo è il sogno delle mie veglie. Ma poi? cos'è mai un uomo fuor degli affari? Come parrei dirazzato da' miei padri, sempre attenti alle pubbliche cure! Finchè il signor Azone governò, sai se continuamente adoperai al bene della mia patria; sai se fin d'allora ho usato ogni maniera di riguardi dilicati a questo Luchino, benchè fosse in urto collo io, nella fiducia che, giungendo alla sua volta al comando, me ne saprebbe buon grado, mi terrebbe fra' suoi vicini, e così potrei dirizzarlo al meglio comune. Or vedi frutto! Appena impugnò quel bastone del comando, che tanto noi oprammo, per affidargli, non che dimenticare i meriti ostri recenti, fino gli antichi pare ci ascriva a colpa: e sbalzati noi tutti, si è posto attorno gente nuova e plebea, assurda consigliera, insana adulatrice, feccia tale, che mille miglia ne vorrei esser lontano, se non mi trattenesse la speranza  di tornar utile alla famiglia mia, ed ai miei concittadini".
 
 
Applaudiva Alpinòlo a quel risentito parlare: ma frà Buonvicino, avvisando che, sotto al velo dell'utile pubblico, s'ascondevano l'ambizione e un naturale, che, non sapendo provare godimenti se non nella tempesta, metteva a pari la calma e la morte, trovava facilmente come ribattere le apparenti ragioni dell'amico, ma non come destargli una virile vergogna: onde, qual persona usata a concedere indulgenza alle debolezze degli uomini per non essere costretto a doverle disprezzare, finiva col seguitarlo tacendo, finchè si divisero allo sbucare sulla piazza del Duomo.
 
 
Se però volete figurarvi al vero gli uomini di quel tempo, vestiti di ferro e di sfarzosi mantelli, e pellicce, e collane d'oro, e berretti a piume ondeggianti, e spadoni ai fianchi, ed enormi mazze ferrate agli arcioni, e sul guanto astori e falchi, non dovete collocar loro d'attorno queste fabbriche d'oggidì, le vie larghe, allineate, selciate che sasso non eccede, fiancheggiate da case a tre o quattro solaj, colle finestre simmetriche, protette da gelosie, con botteghe d'ogni lusso, con tutta quella bellezza che ha per carattere il gentile, e che rivela tempi quieti, gente educata a non pensare gran fatto all'avvenire. L'architettura, come sempre fa, erasi foggiata ai costumi e alle opinioni correnti, tutta solidità nei palazzi, nel resto appena quel che fosse necessario per riparare dalle intemperie la plebaglia, perpetuamente condannata a faticare e patire, giovare ed essere disprezzata. Alte e massiccie torri accanto a bassi tugurj, pareano simbolo della società, divisa in due condizioni, una altissima, infima l'altra.
img/Pusterla5.jpgLe poche abitazioni che si elevassero sopra il pian terreno, s'intitolavano 'solari'; e da uno appunto di siffatti aveva ricevuto il nome la chiesa di Sant'Ambrogino in Solariolo, che fu poi detto 'alla Balla', da un atrio ove, tre volte alla settimana, tenevasi mercato d'olio, di pollami e latticinj. Colà presso può vedersi ancora uno di quei torrazzi, che ajutano l'immaginazione a ricostruire il Milano antico; e da non molto tempo fu diroccato l'altro che faceva cantonata alla via che volge a Sant'Alessandro. Formava esso parte dello splendido palazzo dei signori Pusterla, il quale distendeasi fino all'Olmetto e ai Piatti, in apparenza più di fortezza che di abitazione. Tutto di pietre tagliate, verso la strada non aveva che due finestre alte, protette da robuste inginocchiate, siccome chiamavano le ferriate sporgenti a pancia: grossi anelli impiombati nelle bugne offrivano la comodità di legarvi i cavalli, per salir sui quali erano disposti lungo i muri ed alla porta, dei dadi di granito; la porta chiusa con enormi battenti ferrati e col suo ponte levatojo, aprivasi sotto una torretta quadrata, posta in fondo alla via mozza, che ancora nominiamo Vicolo Pusterla.
Sull'accennato torrione di angolo sventolava lo stendardo della famiglia, coll'aquila nera in campo giallo; e dal mezzo ne sportava il verone, sul quale si era mostrata la signora Margherita. I Pusterla, famiglia delle più nobili e la più ricca di Milano, avevano nei tumulti antecedenti parteggiato ora coi Torriani ora coi Visconti: Matteo Magno aveva sposata una figliuola di Filippo Torriani, dalla quale era nato il Franciscòlo di cui parlammo.

 

img/Pusterla6.jpgTrascorso quel palazzo, la cavalcata tirò innanzi per la via de' Banderaj, detta poi de' Pennacchiari, indi per quella che fu poi nominata dei Mercanti d'Oro per le botteghe dei tessuti d'oro e seta, introdotti appunto dominando Luchino. Le vie erano state, fin dal 1272, solate a mattoni per taglio o acciottolate: poi il signor Azone aveva fatto scavare cloache per tenerle monde, e ordinato che restassero sgombre da sozzure e impedimenti: ma altro è ordinare, altro è essere obbedito.
Ove le fitte case lasciassero un poco di largo, il sole versava la limpida sua luce: ma generalmente basse tettoje ed acuminate, sporgendo in brutta guisa, se salvavano dalla pioggia il pedone e gl'indifesi balconi, impedivano però il circolare dell'aria e davano sgradevole vista.

 

Dalle anguste o distorte vie mal argomentereste la miseria della città; che quanto anzi fosse ricca e  popolosa ce ne dà indizio una statistica di quei giorni. Contava essa (per dirne alcun che) tredicimila porte con seimila pozzi, uno più uno meno: quattrocento forni di pane, s'intende di mescolanza, che pel bianco n'aveva uno solo alla Rosa; mille taverne, oltre cencinquanta locande: tremila macine da molino, servite da seimila bestie da soma: a duecentomila salivano gli abitanti, di cui un quinto atti alle armi, ducento causidici, altrettanti medici, mille notaj, settanta maestri d'elementi, quindici di grammatica e logica, cinquanta copisti di libri, i Remondini ed i Bodoni di allora; oltre ottanta fabbri-ferraj e maniscalchi, quattrocento beccai, trecentottantacinque pescivendoli, trenta fabbricatori di sonagli, cento d'armadure, e innumerabili lavoratori, negozianti e ritagliatori di panni e di sete, per cui comodità si tenevano quattro fiere all'anno e mercati quotidiani.

 

 

 

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img/CesareCantu.jpgCesare Cantù

nacque a Brivio (Lecco) nel 1804. Anti-austriaco, subì un anno di carcere tra il 1833 e il 1834. In seguito abbracciò la tesi neoguelfa secondo la quale né la tradizione cattolica, né i principi dell'illuminismo e della rivoluzione francese, potevano costituire il fattore risolutivo del processo di unificazione, e che esisteva una filosofia politica italiana originale dalla quale attingere i principi chiave per far nascere l'Italia. In un secondo momento il Cantù rinnegò tali tesi e nel 1848 si trasformò in un vero e proprio anti-liberale e filoclericale. Padre fondatore dell'«Archivio storico lombardo» ci ha lasciato un numero imponente di opere. Tre le altre, un romanzo storico, Margherita Pusterla del 1838, che lo rese famoso e fu tradotto in più lingue, e Racconti brianzoli (o Novelle brianzole) del 1833. Sue anche una serie di opere a carattere erudito come gli Edifizii di Milano, La Lombardia nel sec. XVII del 1854, Storia della letteratura italiana del 1865, Il Conciliatore e i carbonari del 1878 e Storia universale che ampliò nel 1883-1890, raggiungendo i 52 volumi. Cantù morì a Milano nel 1895.

 

Note biografiche a cura di Michela Pisu.
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

   


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