La loro nave aveva fatto sosta a Messina

 

di


Stefano D'Arrigo

 

 

 

 

img/StefanodArrigoHorcynusOrca.jpg      Era dalla Grande Guerra, a detta dei pellisquadre, che in quei paraggi di mare non c'era più stato un concentramento di fere come quello del millenovecentotrentacinque, quando le fere cominciarono a crescere a vista d'occhio, perché alle vecchie abitué si aggiungevano quelle, della stessa razza di brune, che da Malta o dalle Isole, arrivavano sulla scia delle navi, che navigando verso l'Abissinia, tagliavano per lo stretto.

 

    Non c'era giorno che davanti Cariddi non passassero bastimenti di Camicie Nere sbracciate, col casco di sughero all'africana, e anche di soldati, che però si notavano poco da terra, al contrario dei militi fascisti che a distanza nereggiavano alle murate, lungo i ponti, per le scalette e gli alberi, annugolati come corvi e cacciaventi. […]

 

     Quella, difatti, era stata la notte in cui alcuni pezzi grossi fascisti in navigazione per l’Abissinia, sbatterono dalla città a Cariddi con la voglia urgente di spada pescato allora allora.

 

     La loro nave aveva fatto sosta a Messina; avevano banchettato da poco ed erano ubriachi come signe. Solo quello di Messina, che era poi quello che dovevano ringraziare per quel regalo, solo lui era in sensi: però quelli che comandavano erano gli altri, quelli impallati di vino di diciotto gradi, di quello che si può tagliare a fette col coltello.

 

       Erano cinque, in divisa sahariana con le maniche rimboccate e gli stivaloni lucidi che mandavano bagliori img/SostaaMessina1.jpgscuroscuro. Quattro, erano certamente fascisti di grado alto e il quinto, che pareva di figura e di portamento la prosopopea in persona, se la prosopopea potesse avere figura e portamento di persona, quello, doveva essere, non solo di grado, ma anche di rango altissimo, perché dagli altri veniva addirittura appellato Eccellenza, e si capiva che comandava lui la briscola, anche se si teneva nell’ombra. Manovrava lui, da camorrista capriccioso, l’unica lampadina tascabile, gettando il fascio di luce negli occhi ora a questo, ora a quello dei suoi camerati: per lui invece, non c’era luce che lo scoprisse, e come un dio si godeva il suo privilegio di nascondersi la faccia.

 

       All'Eccellenza e ai suoi camerati continentali, lo spada era uscito subito di mente. Lo scabroso era stato tacitare quello di Messina, che là, coi suoi, magari faceva polverone, ma qui, a questi gli faceva da zimbello e a tutti i costi li voleva servire.

 

      Quelli, renarena, giocavano a pisciarsi sugli stivali: i quattro sottostanti si inseguivano, innaffiandosi l’uno con l’altro, e l’Eccellenza, ora a questo, ora a quello, sull’atto dello schizzo, gli proiettava fra le gambe la luce della sua lampadina. E quello intanto, il paesano, minacciava i pellisquadre di mandarli in Africa tutti, se non si sbrigavano a varare per lo spada che invogliava all'Eccellenza. I pellisquadre, con fere più fascisti, img/SostaaMessina2.jpgsi sentivano doppiamente pigliati dai turchi. Le fere, che si tenevano sempre all'orecchio dello scuro di mare, ci guagnavano al confronto, questo pensavano i pellisquadre: forse perché, delle fere, conoscevano la mentalità e sapevano sin dove poteva arrivare il loro strapotere, mentre di questi, la mentalità la conoscevano pure, ma ignoravano sino a che punto poteva spingerli la loro prepontenteria.

 

       « Ma che lanzare e lanzare con scuro e con fere » controbattevano a quello che parlava la loro lingua. « Ma vossia crede forse che lo spada si fece aguglia? L'andiamo a cercare forse con la lampàra in questo scuro? Ma com'è che vossia non si capacita?  Eppure vossia non è tutto forestiero, di sti paraggi è… »

       « Vi faccio maledire il giorno della vostra nascita » caricava lui.

       « Quanto a questo non c'è bisogno di vossia » rispondevano loro.

       « Vi mando all'isola, al confino » li minacciò infine lui.

 

img/SostaaMessina3.jpg      Ma alla faccia sua, una pernacchia potente scoppiò dallo scuro e lo insalanì. La pernacchia si rivelò subito per opera e capodopera dell'Eccellenza, perché gli altri gli batterono le mani facendogli bravo, bravo, bis, bis.

 

       Si getta alla gola, pensarono i pellisquadre, tenendo gli occhi sopra al messinese e aspettando di godersi la scena. Figurarsi. A quello, se gli levavano l'inchiavatura dispotica del Fascio, compariva quel pusillanime che era, un pusillanime tutto bocca. Figurarsi se s'azzardava a fiatare con l'Eccellenza là. Si mise invece a battergli le mani più forte degli altri quattro messi insieme. L’Eccellenza intanto, tutto all’improvviso, s’era girato come per andarsene: s’era messo a camminare a grandi passi sulle dune, ma subito si era fermato, gridando senza respiro:

       « Eia, eia… »

 

img/SostaaMessina4.jpg      Appena in tempo e mise in musica i due eia con una coppia di tali scorregge che pareva gli strappassero i pantaloni.

       « Alalà » gli risposero i suoi camerati e a comando, intonatissimi, tutti e quattro, musicarono con scorregge l’alalà.

       « Camerata messinese? » fece poi uno dei quattro, in modo che lo sentisse l’Eccellenza. «Mi sbaglio o voi non avete fatto il doveroso accompagnamento musicale all’alalà dell’Eccellenza? »

       « Veramente, non fui pronto, camerata seniore » corse là vicino a dirgli il messinese. « Fui pigliato di sorpresa».
        « Bene, camerata, vediamo se siete pronto ora » disse il seniore. « Eccellenza, volete ripetere il vostro eia?»


        L’Eccellenza non lo fece finire nemmeno di dire, gridò: eia, eia, e gli sparò dietro la musica porcariosa. I continentali stavolta se ne stettero zitti, per sentire come sonava il camerata messinese. Questo rispose alalà, ma quanto all’accompagnamento musicale, si spremette, si spremette, ma non gli uscì niente.

       « Vergognatevi, camerata » gli fece il seniore.

img/SostaaMessina5.jpg       « Perdio, sono capace di imitare una banda se voglio, e ora non mi viene niente » fece tutto bigiato il messinese.
       « Ma se l’Eccellenza mi dà un po’ di tempo… »

        « Tempo, tempo… » fece allora l’Eccellenza con un tono che era difficile dire se di altezzosità sincera o per scena, allo scopo di intimorire il cameratello di Messina.
       « Il fatto è che siete tutti dei grandi comodisti. Non state mai al passo, mai. Voi, camerata, avete chiesto l’onore di andare a combattere volontario in Abissinia? »

       « Eccellenza, sì. Uno dei primi »

      « Bene, camerata. Scorreggerete in Abissinia. Suonerete la carica a scorregge, quando vi vedrete di fronte i negri



       Poi ripigliò ad arrancare per le dune, gridando:

img/SostaaMessina6.jpg       « Scioffère, scioffère »

 

       Chiamava e faceva segnalazioni, segnalando con la lampadina verso i giardini e lo stradale, dove aspettava l’automobile: gli altri, dietro di lui, ridevano ogni volta che gridava scioffère.

       Don Luigi aveva fatto ancora qualche passo al fianco del messinese che bestemmiava fra i denti e forse nemmeno pensava più ai pellisquadre.

       « Che disse vossia? Che ci manda all’isola, al confino? » gli aveva domandato. « Ma a vossia gli pare che non è isola, non è confino pure questo qua? » E batteva col piede sopra Cariddi in Sicilia. « Pure vossia, allora, si manifesta per foresto? »

       « Ci rivedremo » gli sibilò minaccioso quel nettorecchi fascista. « Qua siamo » gli fece don Luigi, ribattendo ancora col piede sopra Cariddi. « Vossia, o ci trova sopra o ci trova sotto mare. Ma qua siamo. »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stefano D'Arrigo, Horcynus Orca, Arnoldo Mondadori Editore, I Edizione gennaio 1975, pagg. 181, 189 ÷ 192.

 

 

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img/StefanodArrigo.jpgStefano D'Arrigo

Nasce il 15 ottobre del 1919 ad Alì Terme, cittadina sul versante ionico dello Stretto di Messina.  Nel 1942 si laurea in Lettere all'Università di Messina, con una tesi sul poeta tedesco Friedrich Holderlin.
ll grosso della sua attività di scrittore è nel suo romanzo più importante, Horcynus Orca, la cui scrittura durò dal 1957 fino al 1975: un vero e proprio caso letterario.
Il libro, di ben 1257 pagine, narra le vicende di ’Ndrja Cambrìa, marinaio della fu Regia Marina che ritorna, dopo il Proclama Badoglio dell'8 settembre 1943 a Cariddi suo paese natale sulle rive dello Stretto di Messina, scenario magnifico e allo stesso tempo tremendo di tutto il racconto.
Horcynus Orca è un'opera complessa e raffinata costruita con un linguaggio nuovo che ha le radici nell'antica lingua siciliana e affronta il mito del nostos, l'eroe errante presente nella letteratura dalle origini fino al mondo contemporaneo, dalla primigenia Odissea di Omero al suo "continuo" in Ulisse di James Joyce, ma con in più un'attenzione alla cultura e alla letteratura del mare (vale a dire a Melville, Conrad, Stevenson o Hemingway – ovviamente soprattutto Il vecchio e il mare – ma anche al nostro Raffaello Brignetti, per esempio) che portarono alcuni scienziati alla proposta per l'autore di una laurea honoris causa in oceanografia.
La statura dello scrittore e il valore che il romanzo Horcynus Orca ha nel panorama della letteratura non solo italiana (sebbene di difficilissima traduzione in altre lingue) non consentono una trattazione sintetica e banale e non si può che consigliare la sua scoperta o riscoperta attraverso la lettura diretta, dato che il romanzo è nuovamente reperibile da Rizzoli, nelle opere in 4 volumi curate da Walter Pedullà.
(Liberamente tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera).

 

In rete è disponibile un dettagliatissimo sommario analitico di tutti i segmenti narrativi del complesso romanzo, compilato da Marco Trainito:

Sommario analitico di Horcynus Orca.

 

"Basti sapere che la trama del romanzo si dipana in un periodo di otto giorni. Tempo sufficiente perché il protagonista ritorni al suo paese natale, faccia la conoscenza di personaggi tutt'altro che ordinari e muoia a causa dell'Orca. La brevità della fabula non corrisponde però al turbinio di pagine scritte nello stile unico di Stefano D'Arrigo, inventore quasi di una nuova lingua, caratterizzata dalla compresenza di discorso diretto e indiretto libero, dialetto, italiano comune, italiano letterario e neologismi" (Marco Trainito).

 

 

 

 

 

   


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