Bombe e Segreti


PIAZZA FONTANA: UNA STRAGE SENZA COLPEVOLI

di

Luciano Lanza

 

 

Capitolo II.

Una giornata esplosiva

 

img/BombeeSegreti1.jpg       Quel signore di mezza età dal vestito elegante, salito alla fermata di piazza Missori sul tram 23, non dava certo l’impressione di un personaggio un po’ stralunato che parla da solo o arringa la folla con frasi sconnesse. Eppure, subito dopo avere pagato le 70 lire del biglietto, guardando fisso davanti a sé, esclamò: «Che cosa sarà stato? Una caldaia esplosa o una bomba?». Alcuni dei passeggeri del tram che correva verso Porta Romana continuarono a leggere il giornale o a chiacchierare tra loro, ma quelli più vicini al signore di mezza età lo guardarono tra lo stupito e l’interessato. Allora l’improvvisato oratore riprese: «Arrivo da piazza Fontana, è un inferno... ci sono ambulanze, poliziotti, carabinieri... c’è stata un’esplosione alla Banca dell’agricoltura». Su quel tram, che nel frattempo si allontanava dal centro di Milano, nessuno sapeva ancora nulla. Erano da poco passate le cinque del pomeriggio di un venerdì come tanti con in più una certa aria prenatalizia, ma non era un giorno qualunque. Era il 12 dicembre 1969 e neanche mezz’ora prima, alle 16,37, una bomba aveva ucciso quattordici persone (altre due moriranno in ospedale e un’altra anni dopo) e provocato circa cento feriti.


       Una strage, come diranno subito i primi soccorritori. Quella di piazza Fontana non è una bomba isolata. Un’altra viene ritrovata a poca distanza nella sede della Banca commerciale italiana di piazza della Scala. Sono le 16,25 quando un commesso della Commerciale, Rodolfo Borroni, vede una borsa nera abbandonata vicino all’entrata di un ascensore. La raccoglie pensando a un cliente distratto. La borsa è molto pesante. Insieme ad altri colleghi Borroni la apre. C’è una cassetta metallica, una bustina rettangolare di plastica e un dischetto nero, graduato da 0 a 60. Nient’altro. Qualcuno ipotizza che possa trattarsi di una bomba. La borsa viene presa dal brigadiere Vincenzo Ferrettino, trasportata nel cortile  della banca e sotterrata. È una prova importante, ma Teonesto Cerri, ingegnere e perito balistico, alle nove di sera, cioè quattro ore dopo, la farà saltare con una carica di tritolo applicata alla serratura. Guido Bizzarri, maresciallo dell’esercito e artificiere con oltre quarant’anni di esperienza, dichiarerà poi ai giornalisti: «L’avrei disinnescata io, ma nessuno me lo ha chiesto. È stato più pericoloso farla brillare che aprirla».

 

img/BombeeSegreti2.jpg       È uno dei primi misteri di quel 12 dicembre a cui se ne aggiungerà un altro. Il 7 febbraio 1970 si verrà a sapere che nella borsa in cui era contenuta la bomba c’era anche un vetrino colorato che la questura di Milano aveva subito inviato alla Criminalpol di Roma per esami. Risultato dell’analisi: vetrino colorato utilizzato per fabbricare lampade liberty simile a quelli usati nel laboratorio artigianale di Roma da Pietro Valpreda. Un anarchico milanese che da poco tempo si è trasferito nella capitale.
Ed è proprio a Roma che si conclude la sequenza di scoppi di una giornata incandescente. Tra le 16,40 e le 16,55 in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro in via Veneto c’è un’esplosione che causa quattordici feriti tra gli impiegati dell’istituto. Poi, nell’arco di dieci minuti dopo le 17,20, altri due ordigni di minore potenza dei precedenti scoppiano all’Altare della patria in piazza Venezia. Soltanto quattro feriti: un carabiniere e tre passanti.


       Si chiude così la giornata della strage. Radio e televisione mandano in onda i primi servizi, mentre nelle redazioni dei quotidiani si preparano i titoli a caratteri cubitali per l’edizione del 13 dicembre.

 

 

 

Capitolo IV.

In Questura con il motorino

 

img/BombeeSegreti3.jpg       Quel 12 dicembre era rientrato alle sei di mattina. Abitava nelle case popolari di via Preneste 2, a Milano. Nel quartiere san Siro, strana mescolanza di palazzoni, villette con giardino e piscina, condomini piccolo-borghesi. Giuseppe Pinelli aveva fatto il turno di notte. Manovratore allo scalo della stazione di Porta Garibaldi. Un’ora dopo la moglie Licia sveglia le figlie, Silvia e Claudia. Prepara la colazione e le accompagna a scuola. Dopo si ferma a fare la spesa, torna a casa. Verso le 11 arriva uno che a lei piace poco: Nino Sottosanti. Licia sta lavando i pavimenti. «Vai di là che lo svegli», dice Licia a Sottosanti. Poi va a riprendere le bambine. Quando arriva a casa, Pinelli e Sottosanti stanno parlando di Tito Pulsinelli che con altri giovani anarchici è in prigione per gli attentati del 25 aprile alla stazione Centrale di Milano e alla Fiera campionaria.
Ma Pulsinelli è accusato anche di essere l’autore dell’attentato alla caserma di pubblica sicurezza Garibaldi del 19 gennaio 1969. E Sottosanti può fornire un alibi a Pulsinelli per quella notte. Perché? Sottosanti si è infatuato del giovane Pulsinelli e la notte dell’attentato l’hanno passata insieme. Pinelli, membro della Croce nera anarchica (organismo di difesa costituito nell’aprile 1969, sull’esempio dell’inglese Anarchist Black Cross, inizialmente per aiutare la lotta degli anarchici spagnoli contro il franchismo, ma poi sempre più impegnato nel difendere gli anarchici italiani colpiti dalle misure repressive di polizia e magistratura), deve quindi tenere contatti con questo personaggio ambiguo: amico di estremisti di destra, ex volontario nella Legione straniera, ammiratore di Benito Mussolini, in precedenza custode della sede di Nuova Repubblica.

img/BombeeSegreti4.gif       Nei capannelli che di tanto in tanto si formano in piazza Duomo è conosciuto come Nino il fascista o Nino il mussoliniano.
Alle due del pomeriggio Pinelli e Sottosanti escono. Devono cambiare un assegno di 15 mila lire per Sottosanti. Un rimborso per le spese di viaggio. Il conto corrente è quello dei fondi della Croce nera, agenzia 11 della Banca del Monte di Milano. Prima bevono un caffè al bar di via Morgantini. In  via Pisanello, sede della banca, i due si lasciano e Sottosanti va a Pero dove abitano i parenti di Pulsinelli. Arriverà alle 16,30, secondo la deposizione di Lucio Pulsinelli, fratello di Tito.


       Pinelli invece, dopo aver riscosso la busta paga con la tredicesima alla stazione di Porta Garibaldi, spedisce una lettera a Paolo Faccioli, un altro anarchico arrestato per i fatti del 25 aprile. È una lettera semplice, ma rivelatrice dell’indole di Pinelli.


       Eccola: «Caro Paolo, rispondo con ritardo alla tua, purtroppo tempo a disposizione per scrivere come vorrei ne ho poco: ma da come ti avrà spiegato tua madre ci vediamo molto spesso e ci teniamo al corrente di tutto. Spero che ora la situazione degli avvocati sia chiarita. Vorrei che tu continuassi a lavorare, non per il privilegio che si ottiene, ma per occupare la mente nelle interminabili ore; le ore di studio non ti sono certamente sufficienti per riempire la giornata. Ho invitato i compagni di Trento a tenersi in contatto con quelli di Bolzano per evitare eventuali ripetizioni dei fatti. L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo nemmeno subirla: esso è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette anche la stampa borghese, ora speriamo lo comprenda anche la magistratura. Nessuno riesce a comprendere il comportamento dei magistrati nei vostri confronti. Siccome tua madre non vuole che ti invii soldi, vorrei inviarti libri, libri non img/BombeeSegreti4.jpgpolitici (che me li renderebbero) così sono a chiederti se hai letto Spoon River, è uno dei classici della poesia americana; per altri libri dovresti dirmi tu i titoli. Qua fuori cerchiamo di fare del nostro meglio. Tutti ti salutano e ti abbracciano, un abbraccio particolare da me e un presto vederci.
Tuo Pino».


       A questo punto la ricostruzione del pomeriggio di Pinelli si complica. Alcuni avventori del bar di via Preneste, Mario Magni, Mario Pozzi, Luigi Palombino e Mario Stracchi sostengono che Pinelli giocò a carte con loro dalle 15-15,30 fino alle 17-17,30, confermando così l’alibi fornito da Pinelli al brigadiere Carlo Mainardi che lo aveva interrogato. Ma il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio nella sua sentenza del 27 ottobre 1975 (quella che mandò tutti assolti per la morte di Pinelli, inventando un caso nuovo nella medicina mondiale: «il malore attivo») sostiene che quei testimoni si confondono con il giorno precedente e ricorda che il titolare del bar, Pietro Gaviorno, smentisce questa circostanza sostenendo che Pinelli bevve un caffè con uno sconosciuto e poi si allontanò.


       D’Ambrosio trova discordanze o incompatibilità temporali negli spostamenti di Pinelli, soprattutto grazie alla circostanza «che l’appuntato di pubblica sicurezza Carmine Di Giorgio abbia insistito nell’affermare di essere quasi certo che quel giorno egli non aveva giocato». Di Giorgio era un altro avventore in quel bar e la sua «quasi certezza» vale molto di più della certezza degli altri. Così D’Ambrosio può sostenere che questi ultimi si confondono: «Del resto non è senza significato, ai fini dell’errore sul giorno della partita, che Pozzi, Palombino e Stracchi fossero presenti allorché il Magni fu intervistato dai giornalisti. La suggestione che ne potette derivare è evidente».


       Comunque sia andata, Pinelli, dopo aver giocato o non giocato a carte, va al Circolo Ponte della Ghisolfa. In piazzale Lugano 31. Lì incontra Ivan Guarnieri, anche lui membro della Croce nera, e un altro giovane anarchico, Paolo Erda.
L’orario? Tra le 17 e le 18. Come al solito gira con il suo motorino.
Un po’ malandato, ma Pino ne è orgoglioso. Ed è a cavallo del suo Benelli che poco prima delle 19 arriva al Circolo di via Scaldasole. Una sede anarchica aperta da poco tempo, in un seminterrato di un antico caseggiato fatiscente, a due passi da Porta Ticinese. Ci img/BombeeSegreti7.jpgsono molti lavori di restauro da fare e Pinelli vuole chiudere la giornata dando una mano a un anarchico da poco arrivato dalla Sardegna, Sergio Ardau, che sapeva essere già là. Prima di arrivare al circolo Pinelli si ferma a comprare delle sigarette. È un accanito fumatore. Ed è dal tabaccaio che per la prima volta sente notizia di quanto è successo alla Banca dell’agricoltura. Arrivato in via Scaldasole, Pinelli trova Ardau. Ma non è solo. Ci sono anche tre poliziotti. Li guida il commissario della squadra politica, Luigi Calabresi.


       «Ah, bene, sei qui anche tu», dice Calabresi a Pinelli, «vieni in questura, puoi seguirci con il tuo motorino». Ardau viene fatto salire sulla macchina della polizia. Durante il percorso Calabresi dice ad Ardau: «C’è una sicura matrice anarchica negli attentati». Poi chiede notizie di «quel pazzo criminale di Valpreda». E aggiunge: «Voi due siete due bravi ragazzi, ma dovete riconoscere che tipi loschi come quel pazzo di Valpreda con il suo codazzo di ragazzini, con la loro esaltazione criminale  ci costringono a prendere seri provvedimenti che si ritorcono anche contro di voi, perché ora non possiamo più tollerare ciò che in passato abbiamo fin troppo tollerato. Dovete rendervi conto che ci sono stati quattordici morti e non venitemi a raccontare, tu o altri, che sono stati i fascisti. Questa è roba da anarchici, non c’è ombra di dubbio. E voi dovete aiutarci a trovarli e fermarli prima che possano uccidere ancora».
Questo è quanto Ardau ricorda di quel colloquio. Intanto Pinelli li segue. È il suo penultimo viaggio. Quello definitivo sarà da una finestra del quarto piano della questura di Milano in via Fatebenefratelli.

 

 

Capitolo VI.

Non l'abbiamo ucciso noi

 

       L’interrogatorio è arrivato a una fase cruciale oppure si svolge secondo la consueta routine? È concitato o disteso?
L’alibi del fermato è caduto oppure regge? C’è calma in quella stanza o c’è violenza? La finestra è chiusa, socchiusa  o spalancata?

       A queste domande non è possibile dare risposte certe, perché i testimoni si sono contraddetti più volte.
Tra loro e con se stessi. Le ultime ore di vita di Giuseppe Pinelli sono infatti racchiuse nei racconti dei poliziotti che lo interrogavano. Di coloro che gran parte dell’opinione pubblica ha indicato come i responsabili della sua morte. La verità è sepolta con Pinelli nel cimitero di Musocco a Milano e poi dal 1981 in quello di Carrara.
Il commissario Luigi Calabresi e i suoi poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli e il tenente dei carabinieri Savino Lograno quella notte al  quarto piano della questura interrogavano Pinelli. Poi il ferroviere anarchico è volato dalla finestra.


img/BombeeSegreti5.jpg       È la mezzanotte del 15 dicembre, il cronista dell’«Unità», Aldo Palumbo, ha lasciato la sala stampa della questura. È nel cortile quando sente un tonfo seguito da altri due. Qualcosa che sbatte contro i cornicioni dei vari piani. Accorre, vede un uomo per terra nell’aiuola. Corre a chiamare agenti e colleghi. È mezzanotte? Manca ancora qualche minuto? È già iniziato il 16 dicembre? Altro quesito irrisolto. L’ora esatta della caduta di Pinelli diventerà un altro tormentone in questa storia tormentata. Dalla questura è partita una richiesta di ambulanza prima che Pinelli cadesse o dopo? Mistero.
Che pretende di risolvere Gerardo D’Ambrosio con la sua famosa sentenza del «malore attivo», che manda tutti assolti, ma riabilita pienamente Pinelli. Scrive D’ambrosio: «Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto». Tutto qui.


       D’Ambrosio non tiene in considerazione le enormi contraddizioni in cui sono caduti i poliziotti. Secondo loro Pinelli si è gettato dalla finestra gridando: «È la fine dell’anarchia». I poliziotti accorrono per fermarlo, scossi dal suo grido. Panessa afferma di essere riuscito ad afferrare Pinelli, rimanendo con una scarpa in mano. Ma i giornalisti accorsi vicino al moribondo lo vedono con tutte e due le scarpe ai piedi. E poi c’è il fatto che Pinelli non presenti ferite sulle mani e sulle braccia: in caso di caduta vengono istintivamente portate a difesa della testa. Mancano lesioni (perdite di sangue dal naso, dalla bocca) che si registrano in questi casi.

       Tutte contraddizioni che per il giudice D’Ambrosio non hanno rilevanza. Inoltre D’Ambrosio stigmatizza solo a parole il comportamento degli inquirenti. Ecco un riepilogo dei fatti. Pinelli viene fermato al Circolo Scaldasole con Sergio Ardau alle 19 del 12 dicembre. Segue i poliziotti in questura con il suo motorino.
A mezzanotte viene interrogato per la prima volta.
Gli chiedono notizie su quel «pazzo di Valpreda». Sabato 13 Ardau viene trasferito nel carcere di San Vittore, mentre Pinelli resta all’ufficio politico. La mattina di domenica 14 un agente telefona alla moglie di Pinelli: «Signora, dica alle ferrovie che suo marito è malato e non andrà a lavorare». Il tono è amichevole: inutile creare complicazioni sul lavoro. Alle 9,30 di lunedì 15 l’anarchico riceve la visita della madre, Rosa Malacarne, che lo trova tranquillo, sorridente e sereno.
Verso le 14,30 la moglie Licia riceve una telefonata dall’ufficio politico: «Signora telefoni alle ferrovie e dica che suo marito è fermato in attesa di accertamenti. Ha capito? Deve dire che è fermato». Niente più fair play: Pinelli deve capire che rischia il posto di lavoro. Alle 22 un’altra telefonata, questa volta è lo stesso Calabresi: «Signora cerchi il libretto chilometrico di suo marito». Cioè il documento personale di ogni ferroviere dove vengono annotati i viaggi. Dopo dieci  minuti Licia Pinelli telefona in questura: ha trovato il libretto.


       Alle 23 arriva un agente a ritirarlo. Calabresi sta giocando un’altra carta contro Pinelli: gli fa nuovamente balenare la possibilità di coinvolgerlo come uno dei responsabili degli attentati sui treni nella notte tra l’8 e il 9 agosto (aveva cercato di farlo tempo addietro anche Allegra). L’ultimo interrogatorio di Pinelli si svolge nella stanza di Calabresi, che sostiene di essere uscito poco prima di mezzanotte per informare dell’andamento dei colloqui i suoi superiori.

       Pinelli vola dalla finestra. Poco dopo l’una del 16 dicembre alcuni giornalisti bussano alla porta di casa dei Pinelli, la moglie viene informata che suo marito è caduto dalla finestra. Lei telefona a Calabresi: «Perché non mi avete avvertito?». Risposta del commissario: «Non avevamo il tempo, abbiamo molte altre cose da fare...».


img/BombeeSegreti8.jpg       Nel frattempo Pinelli è stato trasportato al pronto soccorso  dell’ospedale Fatebenefratelli. Lì è arrivata la giornalista Camilla Cederna con i colleghi Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Cederna riesce a parlare con il medico di turno, Nazzareno Fiorenzano: «Niente più attività cardiaca apprezzabile,  polso assente, lesioni addominali paurose, una serie di tagli alla testa. Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è niente da fare, durerà poco». Fiorenzano verrà interrogato dal sostituto procuratore Giuseppe Caizzi soltanto quattro mesi dopo: il 7 aprile 1970. Caizzi chiuderà l’inchiesta sulla morte di Pinelli il 21 maggio 1970. Risultato? Nessun responsabile, Pinelli è morto per «un fatto del tutto accidentale». Trasmette il fascicolo al capo dei giudici istruttori, Antonio Amati, che deposita il decreto di archiviazione il 3 luglio. Poi il 17 luglio, a tribunale praticamente chiuso per ferie, Caizzi deposita un’altra richiesta di archiviazione: quella relativa alla denuncia della moglie e della madre di Pinelli contro il questore Marcello Guida.


       Perché questa denuncia? Bisogna tornare alla famosa notte tra il 15 e il 16 dicembre. Ufficio del questore Guida (nel 1942 era direttore del confino di Ventotene), con lui ci sono Allegra, Calabresi e Lograno. Sono le prime ore del 16 dicembre. Vengono fatti entrare i giornalisti e Guida dichiara:
«Era fortemente indiziato di concorso in strage... era un anarchico individualista... il suo alibi era crollato... non posso dire altro... si è visto perduto... è stato un gesto disperato... una specie di autoaccusa, insomma». «Il suo era un fermo prorogato dall’autorità». Queste le frasi che Cederna registra sul suo taccuino. La parola passa ad Allegra: negli ultimi tempi il suo giudizio su Pinelli era cambiato, perché certe notizie avevano messo l’anarchico in una luce diversa, poteva essere implicato in una storia come quella di piazza Fontana, annota Renata Bottarelli cronista di «l’Unità».


 img/BombeeSegreti6.png      Sempre Bottarelli registra l’intervento di Calabresi: «Innanzi tutto ci disse che al momento della caduta lui era da un’altra parte; era appena uscito per andare nell’ufficio di Allegra per informarlo del decisivo passo avanti fatto, a suo parere, durante le contestazioni. Gli aveva, infatti, contestato i suoi rapporti con una terza persona, che non poteva ovviamente nominare, lasciandogli credere di sapere molto di più di quanto non sapesse; aveva visto Pinelli trasalire, turbarsi. Aveva sospeso l’interrogatorio, che però non era un vero e proprio interrogatorio, per riferire ad Allegra questo trasalimento».


       Calabresi cambierà poi versione dei fatti. Guida invece la stessa mattina del 16 dicembre farà una dichiarazione a dir poco sconcertante: «Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee.  Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico».
Ma va ricordato che l’alibi di Pinelli non era affatto caduto: Mario Pozzi, interrogato, aveva confermato che quel pomeriggio del 12 dicembre Pinelli aveva giocato a carte con lui. E Pinelli sorridendo lo aveva ringraziato.


       Calabresi quasi un mese dopo, l’8 gennaio 1970, dichiara ai giornalisti: «Fummo sorpresi del gesto, proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona, probabilmente il giorno dopo sarebbe tornato a casa [...] posso dire anche che per noi non era un teste chiave, ma soltanto una persona da ascoltare». Una persona da ascoltare che però veniva trattenuta illegalmente: il fermo di polizia era scaduto dalla sera del 14 dicembre e il magistrato incaricato delle indagini, il sostituto procuratore Ugo Paolillo, non sapeva nulla di questo fermato. Così come non sapeva niente del trasferimento a Roma di Valpreda. Paolillo infatti era già stato espropriato della sua inchiesta. Tutto veniva ormai deciso nella questura di Milano e nel tribunale di Roma.

 

 

Capitolo VII.

È morto un cane

 

img/BombeeSegreti9.jpg       «Hanno buttato Pinelli da una finestra della questura. Vediamoci tutti in via Fatebenefratelli. Facciamoci arrestare. Devono buttarci tutti dalla finestra per farci tacere», dice con tono addolorato e al tempo stesso concitato Amedeo Bertolo telefonandomi (cioè all’autore di questo libro). Sono da poco passate le sette del 16 dicembre. Scatta la catena telefonica. Tutti sono avvisati. Sono scosso, ma mi vesto rapidamente ed esco dopo pochi minuti da casa. Mi avvio a piedi verso la questura. Abito nella zona di porta Venezia, così attraverso i Giardini pubblici, arrivo in piazza Cavour e a passi svelti raggiungo via Fatebenefratelli. Davanti alla questura non c’è ancora alcun anarchico. Aspetto. I minuti passano lentamente. Nessuno. Poi mi accorgo che alcune persone, quasi sicuramente poliziotti in borghese, cominciano a osservarmi con insistenza. Cerco di darmi un’aria tranquilla, anche se non è facile. Aspetto. 

       Dopo quasi mezz’ora, ma mi sono sembrate ore, vedo arrivare Enrico Maltini, anche lui del Circolo Ponte della Ghisolfa.
Continuiamo ad aspettare gli altri per entrare tutti insieme e consegnarci ai poliziotti: l’obiettivo è creare un caso politico. Ma non arriva proprio nessuno. Cominciamo a sentirci a disagio. I poliziotti ci hanno praticamente circondati.
«Andiamo a telefonare», dice Maltini. Chiama Bertolo, risponde sua moglie, Antonella, che quasi grida: «Lo hanno arrestato sulle scale di casa». Inizia un giro di telefonate agli altri. Il risultato è sempre lo stesso: arrestati. A quel punto Maltini e io ci rendiamo conto di essere praticamente gli unici del Ponte della Ghisolfa ancora in libertà. Breve consultazione sul da farsi. Maltini, che è anche membro della Croce nera anarchica, propone: «Andiamo da Boneschi».


       Quando arriviamo nello studio di Luca Boneschi, uno dei difensori degli anarchici, troviamo l’avvocato seduto alla sua scrivania. È uno studio moderno con mobili laccati di bianco, ma il volto di Boneschi è ancora più bianco. Solo gli occhi cerchiati di nero danno segni di vita. Ci vede e non riesce a trattenere un moto di stupore: «Ma come... siete ancora liberi? Scappate subito... qui vi ammazzano tutti».
L’avvocato però si sbaglia. Nelle prime ore del pomeriggio quasi tutti i fermati vengono rilasciati. Mentre era trattenuto al commissariato San Siro, quello del suo quartiere,
Bertolo sente un graduato di polizia gridare allegramente: «È morto un cane. Un cane di meno», riferendosi a Pinelli.


img/BombeeSegreti999.jpg       Anche per gli altri fermati il trattamento non è dei migliori: controllo degli alibi, minacce e intimidazioni. Ma alla fine tutti fuori. Così scatta un altro tam tam telefonico e gli anarchici si ritrovano in Conca del Naviglio, vicino al Circolo di via Scaldasole. Decidono che come prima mossa devono almeno fare un comunicato stampa. Bertolo si siede su una panchina, scrive un breve testo che termina con una sfida:
«Per ogni anarchico che cade, dieci prenderanno il suo posto. No pasaran» (è lo slogan degli antifascisti spagnoli durante la guerra civile contro i generali golpisti). In quel momento arriva un altro anarchico: «Gli studenti sono in assemblea alla Statale per decidere quale risposta dare all’uccisione di Pinelli».

 

       Mentre uno si incarica di portare il comunicato all’ANSA (verrà ignorato da tutta la stampa), gli altri decidono di andare alla Statale. Ma arrivati all’università c’è una sorpresa: gli studenti sono sì in assemblea, ma per discutere i piani di studio. Altro che repressione o morte di Pinelli.
Agli sbalorditi anarchici uno dei leader del Movimento studentesco, Andrea Banfi, spiega che l’assemblea sta per finire e quindi, se vogliono, poi potranno intervenire.
Così dopo quasi un’ora prendo la parola. Leggo il comunicato e insisto sulla gravità del momento: si vuole dare una sterzata reazionaria per stroncare il movimento sindacale più radicale e la sinistra rivoluzionaria. Subito Banfi, Salvatore Toscano, Popi Saracino, tre capi del Movimento studentesco, intervengono per minimizzare una situazione oggettivamente drammatica. Qualche tempo dopo rivendicheranno di essere stati i primi ad accorgersi del «pericolo fascista».


img/BombeeSegreti99.jpg       Il giorno dopo, 17 dicembre, gli anarchici del Ponte della Ghisolfa tengono nella loro sede una conferenza stampa. Arrivano pochi giornalisti, tra questi Enzo Passanisi del «Corriere della Sera» e Pier Maria Paoletti del «Giorno». Gli anarchici si difendono attaccando: «Pinelli è stato ucciso, Valpreda è innocente, la strage è di Stato». È proprio durante quella conferenza stampa che viene coniata la locuzione «strage di Stato» che accompagnerà manifestazioni, l’opera di controinformazione e darà il titolo a un libro famoso sui fatti di piazza Fontana. Il giorno dopo il «Corriere della Sera» titolerà: Farneticante conferenza-stampa al Circolo Ponte della Ghisolfa. Nessuna recriminazione fra gli anarchici.
L’articolo di Passanisi esemplifica il modo con cui quasi tutta la stampa italiana si è occupata della strage di piazza Fontana subito dopo la morte di Pinelli. Scrive Passanisi:
«Spaventosa macchinazione poliziesca per salvare il sistema, è la parola d’ordine. Si colpiscono gli anarchici per coprire i fascisti. Valpreda? Non ha mai fatto del male a nessuno, tranne un piccolo peccato di gioventù, rapina a mano armata, roba da ridere». «Pinelli? Dato che non aveva alcun motivo per uccidersi, ad ucciderlo non possono essere stati che i poliziotti.
Direttamente o indirettamente, materialmente o psicologicamente.
Una macchinazione diabolica, appunto, alla quale i giovani, quantomeno impulsivi estremisti, di piazzale Lugano oppongono una loro verità, sostenuta con fideistica convinzione dalla quale non sono disposti a scostarsi di un’unghia»
. «La strage e gli attentati contemporanei, falliti o no? Un giro grosso, un giro internazionale, fascista ovviamente». «I ragazzi del circolo, sotto lo choc subìto in questi giorni, non si accorgono di spingersi un poco troppo in questo gioco di controaccuse». «Nesso fra gli attentati del 25 aprile, dell’agosto e di venerdì scorso: una continuità logica che ha come rovescio la montatura governativa e poliziesca contro gli anarchici. I morti di piazza Fontana sono da addebitare al ‘fine intuito’ della polizia che incarcera gli innocenti e lascia in pace i colpevoli, agendo ‘fuori dalla legge’. Colpevoli che sono coperti dal ministero dell’Interno, sul quale sarebbe bene indagare». Passanisi conclude ironizzando:
«Ma dormiamo sonni tranquilli. Ci sono loro, i giovani anarchici, che pensano a salvare l’Italia dal fascismo».

 

 

 

Questi, da me trascritti, alcuni capitoli della ricostruzione che Luciano Lanza fa nel suo libro Bombe e Segreti dei momenti appena antecedenti e della morte di Pinelli.

Chi volesse leggere tutto il libro, trova il PDF a questo indirizzo:

Pdf di Bombe e Segreti 

Questo testo è materiale COPYLEFT, distribuito sotto una licenza virale (Creative Commons 2.0 Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo). Si può copiare e diffondere liberamente senza fine di lucro.


Elèuthera promuove la libera circolazione dei saperi. Il volume è disponibile in libreria in formato cartaceo;
può essere ordinato online anche sul sito di Elèuthera, www.eleuthera.it.
Vi invitiamo ad acquistarne una copia.

 

 

_____________________

img/LucianoLanza.jpgLuciano Lanza

Giornalista, dirige per le edizioni Elèuthera la collana "Volontà". Fra i fondatori nel 1971 del mensile Ⓐ Rivista anarchica, di cui è stato redattore per dieci anni, dal 1980 è responsabile del trimestrale teorico Volontà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   


taninoferri.com sito sponsorizzato da ferridesing artaitec