Nota autobiografica

 

di

 

Romano Alquati

 

 

 

 

Estrazione sociale e  prima formazione

img/Alquati0.jpgContrariamente a quel che tutti credevano e credono io non sono affatto d’estrazione proletaria, ma medio-borghese, forse più aristocratica che borghese. Mio padre nel ’45, quando lo vidi l’ultima volta, era un generale (aveva ricevuto anche un’onorificenza speciale – "nastro azzurro"? – perché era il più giovane generale italiano: quarant’anni). Anche suo padre era morto generale; e pure i suoi due fratelli minori sono diventati generali della Nato. La mia nonna paterna era di una nobile famiglia napoletana, con qualche zio ministro. Mia madre invece veniva da una ricca famiglia di agrari cremonesi, ed aveva avuto la tradizionale educazione di collegio delle signorine aristocratiche, cosicché quando poi si ritrovò ancor giovane vedova e senza reddito non sapeva fare nulla… Mio nonno materno fu uno dei primi imprenditori agricoli padani ed impiantò varie cascine "moderne" nei dintorni di Cremona, assicurando l’avvenire ai suoi dieci fratelli, che come ringraziamento gli voltarono subito la schiena. Era democratico\liberale e piuttosto antifascista. Poi fu derubato di tutto da un notaio e si trovò a sua volta in estrema miseria: ma rimase una persona colta, di grande dignità e fascino. Morì all’ospizio dei poveri. Mi fece capire molte cose! Quando nel ’45 mio padre scomparve, disperso, forse ucciso dai partigiani, la mia famiglia crollò presto nella miseria più nera e a lungo non ricevette aiuti da alcuno.

 

img/Alquati1.jpgMio padre ebbe una storia molto avventurosa e "diversa" e delegò molto a me fin dalla mia prima infanzia, investì moltissimo in me per certi suoi sogni, e mia madre era abbastanza concorde con lui. Per cominciare non gli bastava ripetermi che mi aspettava l’Accademia militare di Livorno, perché era la più rigida, ma che già a 14 anni sarei entrato nel collegio militare. In vero era una persona ambivalente. Si fidava di me e fin da bambino mi lasciò sempre incredibilmente libero. Mia madre pure, ma con una certa apprensione… Questo futuro generale pieno di ferite, di medaglie e di promozioni sul campo a 15 anni aveva lasciato la scuola senza diplomarsi per fuggire a Fiume con D’Annunzio al quale rimase legato, poi fu fascista di sinistra, in dissenso antiborghese con lo stesso Farinacci; nel ’26 subì un processo politico e rischiò la pelle, e dovette espiare, con la carriera militare, e fu volontario in tutte le guerre del suo tempo. Quando nel ’45 scomparve avevo dieci anni. Io nacqui e crebbi in caserma, da una caserma all’altra; ma in Croazia e Slovenia; così prima lì e poi nello sfollamento nella campagna cremonese e alle elementari cominciai a legarmi ad amici di condizione proletaria-contadina, per la loro schiettezza, lealtà e generosità e capacità di cavarsela da sé e di fare molte cose (ma non erano certo tutti così, non generalizzo). Anche perché mia madre mi trasmise subito qualcosa d’avverso ai formalismi ed alle esteriorità, cominciai presto a non sopportare l’ipocrisia delle famiglie degli ufficiali, e poi di certi funzionari statali. Giunsi a Cremona dalla Slovenia nella primavera del ’43. Il crollo economico e sociale della mia famiglia e la sua espulsione dal suo ceto d’origine nel ’45 (credo che non abbiano mai perdonato il precedente idealismo anticonformista dei miei genitori, di marca aristocratico\cavalleresca, con santi, eremiti ed eroici cavalieri dell’ideale e grandi artisti e geni, tutti strettamente italici), favorì una certa lumpen-proletarizzazione graduale di tutti noi, che sotto restavamo abbastanza aristocratici. Altra ambivalenza. Abbiamo vissuto anni di vera fame, in cui anch’io fui personalmente travolto e semidistrutto, umiliato ed offeso, emarginato e molto risentito (e passai pure per un vero e proprio durissimo e dolorosissimo ed ingiusto naufragio scolastico alla terza media), vittima di altra ingiustizia; ma sempre con una certa fierezza nella memoria di mio padre e dei miei nonni. Ripeto, questo tracollo fu sentito presto da me come qualcosa di ambivalente: una grande tragedia quotidiana, ma anche un’ulteriore liberazione!

 

img/Alquati2.jpgCominciai presto ad odiare il sistema sociale ed i suoi governanti ed i potenti locali ed universali: anche per un certo ostracismo (che subivo pure dalle ragazze ricche mie compagne di scuola; salvo vere eccezioni: indimenticabili). Sono stato pure abbastanza cattolico fino a circa 14\15 anni. Nel ’50, anno santo, vinsi una specie di campionato provinciale di catechismo e fui inviato a Roma ad incontrare Pio XII. Malgrado questo, la mia fede era ormai debolissima. A Roma incontrai un cugino di mio padre che era il grande capo dell’ordine (ex eretico) dei Frati minori francescani, il quale secondo i miei parenti avrebbe potuto trovarmi facilmente un lavoro. Costui mi deluse talmente che persi la mia fede residua, e tornai a Cremona miscredente e quantomai ribelle: ma dopo aver visitato per più di un mese più volte tutte le principali chiese e musei e rovine romane mi sentii abitante di quella città com’era allora in buona parte la sua gente. I primi anni ’50 furono importanti. Segnarono una svolta, preparata poco a poco. Ci furono alcuni incontri: anni prima un primo balordo (Elio Uccelli, ex ufficiale di Marina), poi diventato sociologo e professore di sociologia a Roma, amico di Ferrarotti, mi aveva già incuriosito alquanto sulla sociologia e la scienza sociale: ricordo che mi fece leggere Il suicidio di Durkheim. Nel ’53 il moroso di mia sorella, che era una persona davvero straordinaria perché era un ricco imprenditore agrario e tuttavia molto colto e "marxista" (Pino Quaini) mi fece leggere vari libri socialcomunisti del marxismo classico: mi regalò un basco scarlatto in cui aveva scritto con la biro "La ragione non ha fretta", K. Marx. Morì poco dopo in un incidente d’auto nel quale anche mia sorella si fracassò tutta e poi non fu più la stessa. Dunque, mostrai subito una notevole ambivalenza: cultura scientifica e cultura umanistica originalmente insieme.

 

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Comunque frequentai il liceo classico. Capitai con una galleria di insegnanti uno più deficiente dell’altro, finché cominciai presto a farmi una cultura mia parallela a quella, e poi sempre più contrapposta; contro il loro modo meschino di interpretare la Grecia classica cominciai a studiare ad esempio le religioni misteriche, a studiare molta letteratura all’indice, e storia dell’arte andando anche in giro in autostop; e attraverso Pavese approdai a Frazer, ed attraverso il Ramo d’oro alla storia delle religioni antiche ed all’etnografia ed antropologia culturale, al mondo dei primitivi e dell’animismo, e alla religiosità agraria mediterranea e ai primi interessi per la storia degli eretici…; e feci studi irregolari di filosofia direttamente sui grandi libri: in sempre più aperta contrapposizione a quegli insegnanti. Nel ’54, alla vigilia della maturità classica, fui costretto a lasciare la scuola.

 

 

img/Alquati4.jpgNel ’55, Paolo Caruso, mio amico d’infanzia, m’introdusse per qualche mese fra i giovani socialisti, dove lui si era inserito come leader per motivi pratici, ma del socialismo non gliene fregava (quasi) niente; e lì poi io ebbi le prime curiosità sul sindacato. Paolo è stato decisivo per tutta la mia vita successiva. Se non fosse rimasto mio amico anche nell’adolescenza, dai tempi della sua maturità al collegio S. Giuseppe di Torino, io oggi non sarei quel che sono. Era a suo modo molto generoso, quasi paterno… Lui si iscrisse a Milano a Filosofia ed io cominciai ad istruirmi tramite lui. Mi stimolò a fare anche i primi viaggi all’estero in autostop, però io ero apolide perché nato in Croazia e fino al ’57 non ho avuto il passaporto. Intorno al ‘52\’53 incontrai il poliedrico Felice Abitanti e tutto il giro di pittori di professione e storici dell’arte cremonesi, e divenni un giovane intellettuale "umanistico" un poco bohemien con un’insaziabile fame di conoscenza. Cominciai a dipingere, un poco segretamente, ma seriamente, anch’io. Andavamo a fondo in molti nodi dell’arte storica e di quella contemporanea; mi ricordo la prima grande personale di Picasso a Milano, a Palazzo reale… Poi in un primo soggiorno milanese di due o tre mesi (Via Kramer…) vendetti a madame della "Famiglia artistica" milanese in Piazza Cavour anche qualche dipinto, guadagnando bene, e capii che avrei potuto vivere dipingendo. Ma alla fine di quell’anno (’55?) decisi di non dipingere più. Conservo ancora l’ultimo mio olio, molto ironico sulla mia pittura! Si concluse allora la mia vita d’intellettuale "umanista". Decisi allora di darmi alla politica nella "prospettiva del comunismo".

 

img/Alquati5.jpgIn quell’anno conobbi anche Pierre Carniti, uno strano democristiano, il quale mi trascinò nello studio dell’economia e dell’economia agricola cremonese, ecc.. E nelle questioni sindacali, sebbene io fossi "ideologicamente" lontano da lui: fummo molto amici per un paio d’anni. Però avevo da poco incontrato Montaldi (tramite il Club Ulisse) e poi Renato Rozzi, che diventerà un paziente e sapiente mio fratello maggiore, e poi Giovanni Bottaioli, vecchio militante politico operaio internazionalista: furono incontri decisivi. Ed avevo cominciato a frequentare le minoranze storiche antistaliniste alla sinistra del PCI, prima del "rapporto Kruscev". Ciò sancì la seconda svolta nella mia vita: mi ri-formai. A quel punto avevo scelto "Che fare"…! E l’ho fatto per molti anni.

 

Apprendistato politico

img/Alquati6.jpgCon Montaldi un giorno verso la fine del ’55 ci dicemmo "non si può continuare con la disperazione e l’angoscia dostoijewskiana, bisogna acquistare efficacia nel provare a cambiare qualcosa di questo mondo", e "mentre la cultura tradizionale della sinistra è basata sulla storia e la filosofia noi dobbiamo studiare soprattutto economia e sociologia". E così facemmo per alcuni anni. Cominciai applicando la scienza sociale che apprendevo soprattutto alla questione della burocrazia… Nel frattempo io, avendo fatto fin dagli anni del liceo il disegnatore tecnico autodidatta e l’assistente edile per un ingegnere che fu mio secondo padre, poi presi un diploma di tecnico dell’edilizia e cominciai la vicenda di capo cantiere nei cantieri-scuola per disoccupati e reduci: ebbi allora la fortuna di avere come mio capo (in un cantiere di vari mesi e con 70-80 addetti) proprio Renato Rozzi, allievo di Paci e di Musatti, ecc.! Nel ’57, ottenuto finalmente il passaporto, feci il mio primo viaggio a Parigi con Danilo. Conobbi Castoriadis, Léfort, Morin e Goldmann, e Lyotard, e altri. Entrai in corrispondenza con alcuni di Socialisme ou Barbarie e di Pouvoir Ouvrier e in specie con Daniel Mothé, che verrà a trovarci a Cremona.

 

img/Alquati7.jpgNell’inverno ’57\’58 in un secondo e meno breve soggiorno milanese, con l’aiuto di Carniti fui un sindacalista in prova nella zona di Piazza Napoli ed a Corsico. Stava iniziando il grande boom nella re-industrializzazione. Presi contatti con fabbriche grandi e piccole soprattutto tayloristiche e proto-fordiste e con lavoratori milanesi ed immigrati, anche se non proprio ancora dal Sud. Era l’anno dopo i fatti d’Ungheria, e nell’autunno lo stesso Di Vittorio aveva parlato del primo "autunno caldo", soprattutto milanese: sebbene a Torino il movimento operaio tradizionale fosse stato duramente sconfitto. Non volli diventare sindacalista, così all’inizio della primavera del ’58 tornai a Cremona. Con l’esperienza indiretta e diretta di un’intera fase storica d’anticipo rispetto al movimento operaio locale, ma con un certo anticipo pure rispetto al ritardatario movimento operaio ufficiale dell’Italietta, che magari cominciava a non essere più tale; sebbene con anni di ritardo rispetto agli USA e perfino alla Francia. In quei mesi a Milano avevo conosciuto sia gli intellettuali delle "riviste del disgelo" (da Ragionamenti, Questioni, ecc. fino a Passato e Presente), in particolare guardavo a Pizzorno, con occhio ambivalente. Fra l’altro insieme a Montaldi incontrai Vittorini, nella sua casa di Porta Ticinese… Ma dall’altro lato Paolo Caruso mi introdusse nel giro di Enzo Paci, e lì mi legai a Nani Filippini ed a Guido Davide Neri, a Mainoldi ed altri: vissi anche con loro nelle prime comuni di fenomenologi che precedettero Via Sirtori. Dei miei studi e delle mie prime ricerche in quegli anni ho già scritto più volte. Nel ’58 proprio a Milano si tenne il primo congresso italiano di sociologia, con delle sezioni importanti sulla nuova industrialità ed il rapporto di lavoro. Fu un’altra importante occasione d’incontri e conoscenze.

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Poi all’inizio del ’60 ho conosciuto Pierluigi Gasparotto, che allora viveva già in Via Sirtori, e con lui ho cominciato ad assaggiare le nuove inchieste nelle fabbriche milanesi, e nell’estate del ’60 ci siamo trasferiti a Torino  [...]

img/Alquati8.jpgI fatti vissuti torinesi di cui mi ricordo con maggior piacere sono: i primi colloqui (procurati da G. della Rocca, ma poi allargatisi spontaneamente su indicazione degli stessi intervistati) con operai FIAT nelle loro case; il ritrovamento in un buio antro senza finestre della vecchia Camera del Lavoro in cui rimasi sei mesi con Gasparotto dell’originale del volantino che proclamava l’insurrezione di Torino nel ’45; la mia relazione sulle "giovani forze" (letta nel salone della Federazione del PSI nel ’61); la redazione con Soave di uno schema di colloquio onnicomprensivo e i colloqui successivi della seconda ondata senza Panzieri di mezzo (sarà lui a rivenirci a cercare nell’autunno del ’61); la riuscita dei primi scioperi alla FIAT rinnovata nel ’61; lo schiaffone in piena faccia che diedi, al picchetto alla FIAT-ricambi di Stura, da sulla bici (prestata da Angelo Dina a Ivrea) al capitano della celere che aveva cercato di travolgermi con la sua jeep (presente Romolo Gobbi); l’organizzazione a Stura, sotto la tettoia del tram ed in una piola, insieme a Romolo ed a Banzato della risposta all’accordo separato della UIL che diverrà la celebre rivolta di Piazza Statuto, e la redazione (appoggiato sul tetto di un’auto sotto il palazzo della UIL stessa) di un documento che rilanciava la lotta (sempre con Gobbi, Banzato e qualche membro giovane della FIOM); momenti del grande sciopero della Lancia (che fu anche l’occasione dell’inizio della mia rottura definitiva con Panzieri). Le interviste e lo sciopero all’Olivetti di Ivrea. Gli operai che nel ’65, tre anni dopo, avevano ancora con sé la copia spiegazzata del Gatto Selvaggio, ecc..



Il problema della cultura

Io, come d’altronde anche Gasparotto e qualcun altro, Greppi talora ad esempio, fummo sempre trattati in primo luogo dai sostenitori intellettuali nostrani di sinistra img/Alquati9.jpgprima, e poi da sostenitori analoghi di Classe Operaia, ma a dire il vero anche da alcuni collaboratori romani e veneti di queste riviste, come dei bruti rozzi ed ignoranti perché ritenuti privi di "cultura esplicita" umanistica, ossia (alla maniera tradizionale) perché giudicati privi di dottrina storico-filosofica e letterario\artistica. Ma era un giudizio sbagliato: noi tenevamo nascosta la nostra cultura umanistica perché non la consideravamo importante; anzi per certi aspetti allora ci sembrava negativa! Però in una nostra polivalenza, sapevamo di averne anche più di loro, che si specializzavano, ma fuori della specializzazione rispettiva spesso sapevano poco. Loro invece stimavano solo quella! Così ci sentivamo sempre più distanti da tutti quelli di loro fatti così! Questo è un nodo importante.

 

Ad esempio, in seguito, benché avessi fatto lavoro professionale in vari istituti di ricerca scientifica (a cominciare dalla Soris di Cominotti) e malgrado io mi sia laureato a Torino prima nell’indirizzo economico con una tesi d’econometria con dentro molta matematica e matematica\statistica, e dialogando con Contini e soprattutto Egidi (già all’avanguardia allora in Italia nella matematica per le scienze sociali), e fossi uno dei rari in Italia ad esempio a conoscere Lazarfeld e ad aver fatto ricerche multivariate alla Hymann, analisi fattoriali ecc., per il semplice fatto magari che parlavo ed usavo pure nel giro operaista di metodi qualitativi, non sono stato creduto perfino da taluni accademici umanistici del nostro entourage un vero "scienziato" sociale. E’ una vicenda esemplare, per questo voglio riprenderla. E’ stato proprio l’aver sempre tenuto per me la mia formazione umanistica come una vicenda di gioventù e comunque strettamente privata, a farmi ritenere da quasi tutti d’estrazione sociale proletaria. La cosa ha avuto anche risvolti buffi.

 

img/Alquati90.jpgFra l’altro ho fatto anche qualche esplorazione "empirica" di quali erano le funzioni effettive della "cultura umanistica" nella nostra società dopo il boom. Anche questo è stato molto importante! Ho già avuto modo di dire e scrivere che la questione della "cultura esplicita" è una delle tre o quattro che nel giro dell’operaismo politico è implicitamente presente come un nodo importante, un vertice di un poligono, che però rimaneva sullo sfondo e non é mai stato granché tematizzato in quelle riviste. E’ molto significativo l’uso che fin dai suoi esordi cattolici ne ha fatto sempre Toni Negri, il quale fra l’altro fu di estrazione sociale piuttosto umile (mi pare figlio della maestra di Poggio Rusco), il che ai miei occhi aumentava il suo merito. Essendo anche diventato barone in una disciplina più utile di quella di altri, parlava del "lavoro culturale" come faccenda di tattica, una specie di copertura necessaria anche ad uscire dall’isolamento, ottenere sostegni nell’arretratezza del mondo della sinistra culturale ed accademica italiana: Toni era consapevole dell’ambiguità della faccenda; ed anche il Cacciari del pensiero negativo, a sua diversa maniera, e poi allora Tronti, il Tronti di allora. Ma altri in specie a Roma? Buio pesto! Per me esemplare è stata la vicenda di Asor Rosa: la più divergente dalla mia.

 

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L’operaismo italiano degli anni ’60\’70 era definito "politico" dai protagonisti stessi. Perché ci sono stati altri operaismi ai quali essi si sono espressamente contrapposti e dai quali sono stati anche duramente attaccati. C’è stato e c’è ancora fra l’altro l’operaismo populista ed assistenziale (di derivazione cristiana), e l’operaismo sindacale, e una combinazione dei due; e questi si sono caratterizzati nel considerare gli operai, i proletari operai, come una "quota debole" della popolazione, e quindi bisognosa d’aiuto; e questi operaisti amavano gli operai, l'operaità stessa. Gli operaisti "politici" al contrario s’interessavano ai proletari img/Alquati91.jpgoperai perché contro ogni universalismo, li vedevano come una parte forte, una forza. Una forza\parte almeno potenziale da cercare di mobilitare per ottenere la trasformazione generale e radicale del sistema sociale capitalistico complessivo e da conseguirsi mediante una capacità d’influire, un potere, sui centri di decisione dell’intero movimento del sistema sociale, e in specie di riuscirci mediante il partito politico, come organizzazione di quella parte contro il capitalismo detentore dell’insieme. Ci sono stati però pure movimenti (come ad esempio poi la CISL ed in specie la FIM di Carniti, la FIOM un poco, e frange del PCI) che si sono mossi almeno a tratti al confine fra i due operaismi italiani degli anni ’60\’70.

 

Inoltre si trattava di un secondo operaismo politico appunto perché proprio per questo aspetto decisivo e "politico", anche per certe condizioni di ritardo ed arretratezza del capitalismo italico ancora agli inizi degli anni ’60 e nella reindustrializzazione post-bellica, in specie nella rivista Quaderni Rossi si guardò molto al primo operaismo politico, ossia all’operaismo social-comunista a cavallo fra i due ultimi secoli, col suo modello di partito di massa non più solo di opinione ma di organizzazione dell’agire politico, riferita agli operai di mestiere. Ed in specie al modello bolscevico. Per questo aspetto decisivo si trattò di una ripresa, di un ritorno, o di una regressione. Però ci tengo a precisare che a Torino nel ’60-’61, prima ed al di fuori della nascita dei Quaderni Rossi di Panzieri, il gruppo dei con-ricercatori si era mosso esplorativamente, sperimentalmente, sia forzando la tradizione consigliare verso nuovi modelli, sia cercando di andare oltre la politicizzazione di peculiari momenti della lotta e dei movimenti più propri dell’operaio-massa (dell’addetto linea di grande serie) dove ci fu e cercando strade per farla convergere verso questi nuovi modelli. Questo è importante ancora oggi.

 

Formulerei la seguente ipotesi generale sul secondo operaismo politico e sulla notevole importanza che ebbe in Italia (ma la vicenda italiana interessò pure operaisti politici di altri paesi europei ed anche extraeuropei), malgrado l’esiguo numero iniziale di coloro che davvero tirarono la carretta…

 

[...]

 

Il ’68

img/Alquati92.jpgNoi, i più legati fra noi, non solo a Torino, eravamo relativamente giovani. Però non tutti sprovveduti come oggi qualcuno dice. Questo non è proprio vero! Alcuni di noi in certi campi erano già più preparati di molti specialisti italici; anche se non ancora di tutti! C’era qualche apprendista, come all’inizio Romolo Gobbi, che però era intelligente ed imparava in fretta.

 

A mio parere è relativamente facile mettere in relazione questa nostra relativa giovinezza con quella degli studenti universitari del ’67\’68: noi e loro tutti rampolli della borghesia oppure di una certa piccola borghesia: in un significativo e complesso ricambio generazionale! Se si va a vedere quasi tutti i leader del ’68 italiano, in specie universitario, per tutta l’Italia (poi giustamente cavalcarono Reich e Marcuse) provenivano dalle file dell’operaismo politico; e taluni erano passati anche nella FGCI (come Sofri o Piperno) appena prima di incontrare quest’operaismo. Ricordo che Rostagno (il quale veniva da Torino ed aveva una strana prima moglie impiegata alla FIAT che ci procurò dei colloqui) volle venire a fare delle interviste insieme a me, e mi trattava da suo maestro, ecc. Ed anche Guido Viale prima e dopo l’esperienza di simpaticissimo "ragazzo alla pari" in Inghilterra girava intorno a Classe Operaia. Anche Franco Audrito, che andrà nella delegazione nazionale degli studenti universitari a "trattare" con il ministro (ed è colui che lo taciterà dicendo "tu ministro parla solo se sei autorizzato dall’assemblea"), era stato due o tre anni con noi in prima fila. Ecc. Ma il discorso è da farsi anche o soprattutto per la massa degli universitari in rivolta: in specie nel primo anno: una rivolta che a Torino, a Trento e da qualche altra parte era partita nell’autunno del ’67, ma in certe Facoltà (senz’altro in Toscana) era stata preceduta da certi scioperi fin dal ’65, ’66. Orbene, pensavo che noi per alcuni non trascurabili versi eravamo anche fra gli anticipatori di una grande rivolta giovanile.

 

Per il fatto che ero ormai un "cane sciolto", a Torino io personalmente, malgrado fossi trattenuto da grossi problemi privati, nell’inverno ’67\’68 seguii da vicino quella rivolta; anche perché leader e interi nuclei traenti venivano di continuo a stanarmi. Ricordo che mentre Romolo Gobbi in un primo tempo era stato duro e sarcastico contro questi figli dei borghesi e prossimi dirigenti in un’Italia capitalistica più moderna anche grazie a loro, io pur rinunciando a discuterne con Romolo, insistevo comunque su certi risvolti di una loro ambivalenza, e fui subito vicino a loro, almeno proprio fin quando misero lo studio ed i rapporti scolastici in relazione al prossimo-futuro destino lavorativo di una buona parte di questi giovani e purtroppo non "fuggirono" davanti alle fabbriche, dove gli operai avevano ben poco bisogno di loro! E partecipai per loro fin quando lottarono sul terreno dell’Università d’élite e della loro formazione.

 

Ma in una città come Torino vennero alla luce subito delle componenti, dei filoni peculiari, quando presto confluirono nella grande rivolta gli studenti medi: quelli degli istituti tecnici! Qui non era più solo questione nemmeno di piccola borghesia in proletarizzazione. C’erano soprattutto i figli di una vecchia classe operaia locale, e qualche figlio di nuovi operai. Magari loro pure in contrasto coi padri?…

 

img/Alquati93.jpgQuesto cambio generazionale avvenne quasi contemporaneamente per quasi tutto l’Occidente più avanzato. Partì dagli Usa, e ripeto che non fu solo una questione di piccola borghesia e borghesia subito per come si collegò alla guerra del Vietnam, come molti film anche commerciali ci hanno mostrato. E aveva grosse influenze sociali ed economiche (e qui il discorso da farsi é già enorme) ed investiva anche il mondo politico, istituzionale e no, soprattutto investendo le dimensioni soggettive. Questo è il punto. Bisognerebbe ricostruire nel tempo ed in generale e poi anche dentro il proletariato e poi dentro il grande gruppo sociale degli "operai di fabbrica" la storia di alcune decisive trasformazioni soggettive, mostrate dalla rivolta dei giovani studenti.

 

Infatti l’imprevista esplosione del movimento studentesco innanzi tutto universitario anche e di più nell’arretrata Italia, nelle varie e importanti componenti della "contestazione globale" non mise in questione solo l’organizzazione della fabbrica tayloristica che si estendeva alla società cominciando a mostrare nei rapporti e scambi organizzati la razionalizzazione e la società-fabbrica di cui noi parlavamo già da vari anni. Colpendo pure assai il lavorismo e il tecnicismo produttivista del movimento operaio socialcomunista e cattolico tradizionale ed anche italico. No, non solo già quest’enormità che già vedevamo fra i giovani operai. Inoltre centrò anche l’ambivalenza del fordismo, mostrando, come dire, "la parte maledetta" di quel fordismo dei cosiddetti alti salari nel del consumo e superconsumo, e consumismo, di massa, sul quale dalla fine degli anni ’50 in specie in centri del Nord convennero anche gli operai-massa ed in specie proprio e di più gli immigrati dal ‘sud: quelli che i cineasti continuano a mostrarci solo come i poveri arrivati con gli scatoloni di cartone e che dormivano ammucchiati in certe carissime soffitte (e che adesso da anni sono proprietari di alloggi e manifestano da razzisti contro gli extracomunitari…). Alcuni di noi conoscevano già l’ambiguità etica ed ideologia, soggettiva, di questi ex contadini scolarizzati entrati nelle fabbriche razionalizzate. Conta questa scolarità. E l’ambiguità della stessa grande rivendicazione "più soldi e meno lavoro" stessa. E vedevano anche che gli studenti nel ’67\’68 coglievano e mostravano un nodo di contraddizioni che andava anche al di là di alcune componenti dello stesso rifiuto del lavoro e dell’etica lavorista del movimento operaio istituzionale e "tradizionale" medesima, contraddizioni sulle quali puntammo anche noi agli inizi degli anni ’60 in termini di politicità poco più che congiunturale della questione salariale e di politica economica (su cui poteva anche convergere il sindacato…). Linea ambivalente e rischiosa che giungeva fino agli stessi "autonomi" del primo e di più del secondo Rosso negli anni ’70, vicino proprio al proletariato giovanile. C’erano componenti soggettive d’enorme importanza che neppure quell’operaismo estremo seppe cogliere e trattare nei termini della nostra prospettiva politica. La questione del "più soldi" e per farne cosa diventava ben più problematica e scabrosa, e certi aspetti fino allora ignorati pure dagli eredi dell’operaismo a cavallo fra gli anni ’50 e ’60 non potevano più stare nascosti in secondo piano! Momenti del nostro nihilismo incontravano momenti del loro…

 

[...]

 

Professore universitario, sebbene atipico…

img/Alquati94.jpgNegli ultimi anni ’60 e primi anni ’70, poiché per diventare professore universitario non era indispensabile la laurea, avrei potuto diventare professore facilmente, e fare anche carriera. Ma questo proprio non mi venne neppure in mente. Fu solo dopo l’ingresso di questi studenti lavoratori in iperproletarizzazione lì dentro che comincia ad esplorare gli atenei… Cominciai a Trento, nel ’71, dove con lo stimolo di Massimo Egidi entrai nel "laboratorio" di Vittorio Capecchi per seguire alcune lauree di ricerca di certi studenti-lavoratori (i "geometroni") in seminari serali, soprattutto decentrati a Verona. Fu una maniera di avviare una specie di conricerca o ricerca per "ricercatori scalzi" proprio su questo nascente iperproletariato, da una lato, ed il suo muoversi nell’università dall’altro. Nel frattempo a Torino, a Scienze politiche, dove mi stavo laureando in economia, incontrai il professore di sociologia industriale, il socialista, mezzo lombardiano mezzo gauscista, Enzo Bartocci che mi chiese di fare qualcosa di simile. Bartocci stava per trasferirsi a Roma, così riuscii a subentrargli nel ’73: era preside Bobbio.

 

Certo, la mia posizione nell’università non è stata confrontabile con quella di un grande barone come Toni Negri. Io fui prima un incaricato precario e poi un associato, non volli mai fare davvero un concorso per diventare ordinario per evitare certi condizionamenti soprattutto da parte di una certa sinistra istituzionale… Comunque non avevo ad esempio il potere per magari trasformare neppure la mia cattedra in una base per la lotta di classe operaia, come fece Toni negli anni ’60-’70 col suo istituto (e poi i suoi colleghi gliela faranno pagare al tempo dell’istruttoria di Calogero). img/Alquati95.jpgMa il fatto importante è che fin dal ’70 quando entrai a Trento e poi subito a Torino non fui d’accordo proprio su questo farne una base per proiettarsi altrove, limitandosi a questo uso differente e tardo-operaista (non arrivava nemmeno davvero all’operaio sociale) e paleo-comunista di questo vertice della formazione scolastica, ormai di massa. Il fatto era già che l’università proprio come vertice della formazione era già essa stessa baricentrale e strategicamente per il presente ed il futuro dell’arretrata società italiana e mondiale: era ormai anch’essa e di più potenziale "fabbrica del soggetto", e non solo dell’attore; ormai anche più di moltissimi stabilimenti taylorizzati\fordizzati dell’industria della fase classica, in via di conclusione. Il terreno della formazione non solo professionale, anzi; ma della capacità lavorativa ed attiva più in generale, e della personalità, dell’identità, e della soggettività che avevano luogo anche nella scuola pubblica. Doveva ormai essere un terreno baricentrale di ricerca, d’elaborazione ed anche di scontro. E poi fra l’altro le caratteristiche qualitative del movimento studentesco, come ho già detto prima, nel passaggio dall’università d’élite a quella di massa, le componenti di quella "contestazione globale", magari sono state più vistose a Trento e in quel mondo di tradizioni cattoliche (ormai anche d’operaismo cattolico…): lo slogan dell’"uomo nuovo" venne da lì. I primi universitari avevano già ulteriormente sottolineato talune grosse carenze strategiche dell’operaismo politico e di tutta quanta la tradizione socialcomunista anche nel senso di certi contenuti del leninismo (di cui si era considerato quasi solo l’aspetto organizzativo). Ma poi tutti gli altri studenti seguirono.

 

Ma anche come professore universitario a Torino da un lato ho cercato di fare capire, con scarsissimo successo, a docenti e ricercatori di questa Facoltà (che è stata a lungo di "sinistra") l’occasione che certi settori del nuovo proletariato intellettuale offrivano per una lotta nuova e differente sul terreno dell’università cui partecipassero anche loro. Dall’altro mi sono proposto subito come il piccolo centro di una diffusa rete di conricerchine di ricercatori scalzi (soprattutto insegnanti\militanti di scuola media in proletarizzazione, e così talora in lotta per conto loro, per lo più simpatizzanti o militanti locali di Lotta Continua, più che di Potere Operaio: questi ultimi erano più chiusi e rigidi); ed operatori di "servizi pubblici" a loro volta sempre più importanti, e spesso ex-operai e militanti di fabbrica (magari del PCI) diventati così impiegati di nuova estrazione e qualità soggettiva, in specie dal ’75, quando le sinistre si trovarono in mano il governo locale. Il mio Corso di "sociologia industriale" era rivolto soprattutto ai nuovi studenti lavoratori e faceva appello alla loro esperienza lavorativa e riproduttiva per studiare e rappresentare le grandi trasformazioni che stava mostrando il sistema e la società industriale italiana, evidenziandone anche certe dimensioni politiche. Fare incontrare le loro esperienze con la teoria anticapitalistica per farle crescere insieme. Questo fra l’altro attrasse anche ricercatori e docenti da altre sedi e regioni, più o meno militanti dei nuovi partitini, cui prestavo una specie di consulenza esterna di metodo e di merito, cosicché facevo un poco di conricerca diretta e indiretta a Torino, e poi un’inchiesta-continua indiretta e diffusa su vari nodi italiani; ma anche esteri: venivano spesso soprattutto sociologi francesi e tedeschi. Finché quelli dei vari partitini armati non fecero terra-bruciata.

 

img/Alquati96.jpgContinuai a lavorare così nell’Università per mio conto, poi pur ritrovandomi in un progressivo isolamento. Finché negli anni ’80 mi trovai chiuso in un piccolo ghetto, ed allora provai ad aprirmi un poco ai centri sociali, ecc. Ne ho ricavato solo la pubblicazione fuori da ogni rete commerciale di una mezza dozzina di libretti. Nel 2000 ho scritto una nuova versione del mio Modellone nelle mie nuove Dispense, intitolate Nella società industriale d’oggi, che non mi sembra proprio male. Presto andrò in pensione.

 

Per me questa è sempre stata una questione centrale. Alla quale ho sempre tenuto molto e per la quale in passato mi sono sentito sempre più frustrato e deluso dei miei "compagni". Non ho mai creduto che fosse un grande nodo facile, ed anche ora per comunicare un poco ho l’impressione di doverne trattare a lungo. E’ una delle questioni più complesse, oltre che difficili. Il fatto che fu sempre ignorata negli anni ’60 e ’70 anche da quasi tutti i miei amici "compagni" operaisti mi rivela già tutto un grande semplicismo, una grande e davvero eccessiva semplificazione, piuttosto nella tradizione oggettivante ed economicistica del socialcomunismo storico, almeno a partire da Marx. Dirò magari dell’altro dopo, a riguardo anche dell’altra grande questione e grande nodo restato sullo sfondo: della questione dell’operaità. Adesso e preliminarmente due parole sulla soggettività, allora.

 

img/Alquati97.jpgPer quel che mi ricordo, credo di averne sentita per la prima volta la parola da Paolo Caruso e poi da Renato Rozzi. Forse nel ’56-’57. Il contesto immediato era allora quello di Enzo Paci e certi suoi allievi, e meno immediatamente della fenomenologia e dell’esistenzialismo, ed un poco della psicanalisi. Da Heidegger a Freud magari passando per le prime chiacchierate su Lacan, Bataille e Merlau-Ponty (nel ’59 ero andato in montagna con La fenomenologia della percezione nello zaino), ed il primo Sartre sul quale si è laureato Paolo, e la sua problematizzazione dell’intersoggettività. Si tratta a questo troppo alto livello di questioni ontologiche, in cui non solo la fenomenologia ma anche Freud, in specie l’ultimo Freud, procedono radicalmente in questa prospettiva ontologica, ed in cui si cercava soprattutto di dare senso al primo (rimasto l’unico) volume di Essere e tempo, che pareva sprofondasse parecchio nel niente. Pure in questa radicalità antimetafisica ed antiscientifica, contro il cogito cartesiano e il rapporto soggetto-oggetto (entrambi però ineliminabili) e l’idealismo\realismo; cogito e contrapposizione soggetto-oggetto che per noi erano (e sono) in giuoco pure come base della scienza galileiana, della tecno-scienza, condivisi assai dallo stesso scientismo marxista. Per me derivava da questi discorsi un senso forte di disagio ed apprensione, ma anche di speranza. Perché d’altronde io non solo volevo capire di più dei limiti e pregi della tecno-scienza come mezzo, e poi pure feticcio, ecc.; ma volevo ad esempio capire di più dell’ambivalenza che malgrado tutto sentivo nel "comunismo scientifico" di Marx e nella sua "rottura epistemologica", e poi anche dei bolscevichi. Però, qui fra i più radicali si volava troppo in alto… Rispetto al nostro voler costruire macchine contro, al medio raggio. Questa filosofia con la sua soggettività astratta, con la sua metafisica che in certe dimensioni pareva inadeguata, ci serviva poco. Magari la più radicale poteva stimolare un certo orientamento critico, ma le vie di mezzo a chi voleva cambiare il mondo offrivano allora quasi solo entità astratte ed irreali.

 

"Soggettività che cosa? ma cos’è poi?"

img/Alquati98.jpgAllora mi ero concentrato sulla "logica specifica dell’oggetto specifico", dove specifico già voleva dire capitalistico e nella sua ambivalenza. Nella (e contro la) società industriale ed appunto "specifica" al centro della soggettività ed intersoggettività era già da alcuni decenni il taylorismo. Ossia l’organizzazione scientifica e così razionale dell’agire umano in lavorizzazione; agire che alterna e combina momenti di riflessione consapevole a momenti silenti, inconsapevoli, (quasi automatici). Organizzazione la quale oggi dall’esercito e dagli stabilimenti passando pei servizi alle persone sta estendendosi all’intera società fabbrica di capitale, coi suoi rapporti e scambi mercantilizzati. Qui la comunità era ipotizzata ed esplorata come (un residuo?) peculiare, sia inclusa che includente la società. Qui le persone agenti pagano qualcosa, or più or meno, della libertà in cambio della potenza, cercando un punto più o meno statico d’equilibrio fra vantaggi e svantaggi dell’appartenenza e dipendenza, e vantaggi e svantaggi dell’autonomia. Però per noi quest’equilibrio doveva essere criticato e rotto soggettivando per valorizzare e promuovere esperienza diversa da quella talora mossa dall’innovazione e rivoluzionamento capitalistici contro la vecchia routine, e comunicando in reciprocità, coinvolgere e mobilitare forze sociali nella progettazione di un radicale (e rapido…) movimento della parte alta del sistema sociale.

 

Ma allora poi subito in un’altra dimensione meno alta (su un livello di studio e osservazione della realtà diverso e parecchio meno alto, nei dintorni del mio medio raggio), una dimensione pseudo-fenomenologica (e pseudo-esistenzialista), e una dimensione più junghiana, pure, e tra psicanalisi applicata qui come peculiare psicologia e psicoterapia da un lato, e al contempo dialogando pure in una dimensione d’antropologia soprattutto culturale, dall’altro, dimensione d’antropologia urbana e metropolitana, ecc., si parlava di soggettività in una maniera più ambigua, di compromesso, e contraddittoria, proprio per questa contraddittorietà, e relativa, ed ibrida: meno impraticabile pure per me. In fondo noi dovevamo assumere e criticare proprio il soggetto effettivo di fronte all’oggetto effettivo, una soggettività attiva e lavorativa effettiva effettivamente osservata e vissuta, e farlo con varia sistematicità; ma semmai criticamente, con una certa consapevolezza dei limiti e delle conseguenze e pure tentando di spingere queste assunzioni oltre certi bordi… Cercando appunto l’incontro anche con la suddetta "rottura epistemologica marxiana", img/Alquati99.jpgcome più tardi la chiamerà Tronti. Si parlava anche in Italia, magari intorno a Pizzorno (libro chiave sarà presto Comunità e razionalizzazione) e sulle "riviste del disgelo" pure italiane già di nuovo di una "scienza sociale soggettiva": ecco, quest’oggetto misterioso era quanto mai attraente. Infatti non si trattava solo di Shutz, dell’etnometodologia e dell’interazionismo simbolico! Anche nell’uso critico del cosiddetto "funzionalismo" (dice bene Guglietti che funzionalista in vero era semmai implicitamente il PCI, e razionalista, oggettivista, ecc.). Tuttavia in ben pochi "operaisti" studiavamo qui dentro, e criticavamo: contro Gramsci ma non del tutto, magari col giovane Lukàcs, ma solo in parte, o con Weber, malgrado i suoi limiti, o con Adorno ed Horkhaimer, sebbene avessero chiuso troppo in fretta certe grosse questioni, e con loro allievi od orecchianti, ecc., ecc. Da Husserl alla scienza altra, passando pel delirio o sogno della "scienza operaia"… Quasi solo i "barbari incolti" si fecero carico di ciò: gli altri in fondo di fatto vedevano abbastanza il "discorso culturale" ancora nei termini Desanctis-Croce-Gramsci. Certo, come ho detto prima, meno il Tronti di allora, Negri che l’usava come tattica di copertura, sebbene parecchio, e ieri anche Cacciari e qualche amico di De Caro (replico, oltre ad un nucleo di "barbari"). Non erano solo problemi cognitivi, ma a mio parere malgrado tutto c’era anche un risvolto etico e religioso (ma non in senso confessionale). La questione che mi riproporranno negli anni ’70 (ma già si affacciava allora) alcuni filosofi (fra i quali Neri, Rozzi) è quella della presenza del male in tutti noi, e nella tecnica stessa, anche al di fuori della società capitalistica. La tecnica (al di fuori della quale l’uomo non esiste) facilita la vita ma dà anche la morte. Come diceva Guido Neri con Rozzi, critica non solo dell’economicismo, ma anche dello sguardo (solo) tecnoscientifico sul mondo, e della sua ambivalenza! Come già non si disse granché sull’uso capitalistico delle macchine, neppure si approfondì l’uso capitalistico della tecnoscienza. Tantomeno si è progettato o approfondito l’avvio di una progettazione dell’uso comunista! Il comunismo tradizionale ed operaio non si è granché occupato di questo, e non ha nemmeno detto granché sull’interiorità umana, non avvedendosi nemmeno granché della propria religione! Nella tradizione comunista classica (operaia), pure leniniana (da non confondersi con lo stalinismo di moltissimi picisti), mancava tutta un’ambivalenza, pure lì in alto! Ma sugli statuti della scienza a livello internazionale si stava già incominciando a muovere l’epistemologia (scientifica) di parte padronale che cercherà man mano di recuperare quel che potrà sulla via di nuovi paradigmi scientifici più flessibili e di più flessibile razionalità, per allargare ulteriormente il campo alla scienza-galileiana e così tecnoscienza: per nuove razionalizzazioni e macchinizzazioni capitalistiche.

 

E’ bene sapere anche che come molti altri di noi, io non sono entrato nella mia maggiore crisi all’inizio degli ’80 e tantomeno con la caduta del muro. Ma ho vissuto una crisi anche più profonda verso la metà degli anni ’50 ossia ai tempi del mio primo incontro con la religione marxista e socialcomunista succeduta all’altra img/Alquati990.jpgcercando una via d’uscita da certe trappole e labirinti: la questione del feticismo mi si prospettava più come neo-comunista (ad esempio nel ’60) che come operaista: il comunismo operaio più come rielaborazione del comunismo che come fede operaista: quindi, operaismo critico e sperimentale. Ambivalenti?

 

Inoltre per me fin dal ’56-’57 si era aperto un altro squarcio, o due, anche per capire un poco meglio l’operaietà e la soggettività operaia effettiva: da un lato la conoscenza di D. Mothé di cui presentai a Torino nel primo 1960 il Diario di un operaio, e la lettura di altri diari di operai americani e di romanzi su storie di operai taylorizzati americani e loro storie di vita pubblicate pure in Italia. E poi saltava fuori pure tutta una certa letteratura storica e sociologica europea su questo. Mothé ad esempio diceva che gli operai venivano trattati anche dalla sinistra come monumenti (al partigiano), o come mere mani o meri stomaci, ma erano invece persone intere con i loro valori e la loro quotidianità, le loro sofferenze, le loro memorie ed i loro immaginari e desideri, ed i loro piaceri e gratificazioni anche materiali, o anche spirituali, ecc. Che gli intellettuali soprattutto di sinistra ignoravano, ma lui un poco descriveva. Questo primo squarcio… Dall’altro lato a Milano ed a Cremona avevo cominciato anch’io a mettere il mio naso antropologico ("con quel naso che ti ritrovi", mi diceva Renato) nella vita e nelle case degli operai. Fra l’altro anch’io ho dato una mano a Danilo Montaldi per Milano Corea. Mi ingerii fra lavoratori in fabbriche taylorizzate, più o meno, della zona sindacale di Piazza Napoli a Milano, poi guardai ai semilumpen dell’Ufficio tecnico comunale cremonese, alle ragazze silicotiche delle ceramiche cremonesi, agli operai della terra ovvero della "fabbrica verde" o di certe fabbriche medio-piccole di Cremona (l’Ocrim): su un versante l’organizzazione dell’occupazione lavorativa nello stabilimento, dall’altra parte la vita ed appunto la soggettività, la cultura soprattutto, nelle loro case e quartieri… Da allora mi abituai a praticare una mia abbastanza sistematica "osservazione partecipante" antropo-socio-culturale che mettevo anche in prospettiva variamente politica, la quale all’inizio fu una sorta di antropologia operaia e\o proletaria.

 

"Personalmente" avevo una forte curiosità per le persone di formazione ed educazione diversa dalla mia, fin da bambino. Questa derivava anche dal fatto idiosincratico che, proprio per la mia origine piuttosto aristocratica, mi trovavo sempre a disagio anche con certe dimensioni dei ruoli sistemici degli altri e coi rapporti terziari, e che sempre cercavo di personalizzare i rapporti con tutti quanti, passando comunque pei ruoli, anche nella metropoli. Trasformare i rapporti in relazioni, aspirando ad un’altra maniera di comunicare e ad una socialità quasi sempre impossibile. Anche molto con le donne: in specie con le proletarie, proletarie due o tre volte (nella doppia e tripla presenza). Ma quello che ne ricavavo dovevo tenermelo quasi tutto per me, in specie dopo l’adolescenza cremonese. E ben di più a Torino e nel lavoro politico "operaista".

 

img/Alquati993.jpgCosì cominciai presto a sostenere, inascoltato, anche in sedi politiche pure operaiste o di comunismo critico, purtroppo critico più del PCI che della tradizione comunista in generale, non solo la necessità di passare pure per i singoli anche a proposito dei membri della classe operaia, dicotomica e no, pei singoli o gruppi, ecc., d’accordo abbastanza (ma con riserve) con l’amico Renato Rozzi. Ma anche, in collegamento con ciò, sforzandomi di capire com’erano davvero e di cosa davvero deprecavano e combattevano o si sentivano vittime, o avevano bisogno e desiderio e cosa sognavano, ecc., gli operai: i vari tipi di operai. Perché ci era già evidente che non c’era un’operaità sola, ma ce n’erano diverse e compresenti; e l’egemonia passava dagli uni agli altri, a seconda ed in interazione con trasformazioni economiche e sociali, e di altro, ma sempre più a seguito anche di interazioni con precise politiche culturali che anche il padrone italico cominciò presto a fare, anche con nuovi mezzi di comunicazione di massa: dai rotocalchi stampati e la radio ed il cinema alla TV. Io sono solito dire che il padrone ha vinto a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 più coi rotocalchi che con le stesse nuove tecnologie, pure spettacolarizzate! Oggi tutto questo è archeologia, interessa gli storici! Penso da tempo che ormai l’operaismo comunista e socialdemocratico, come dice Pentenero, sia uscito dall’immaginario iperproletario, e bisogna girare pagina.

 

Orbene, la (loro) soggettività. Come l’intendevo allora? Direi: ciò per cui si è veramente se stessi, distinguendola quindi anche dall’identità… Direi: l’insieme delle condizioni che fanno il vero soggetto, con sua autonomia e originalità ed intenzionalità e capacità d’iniziativa personale e di gruppo e nel gruppo. E così era anche questione di una soggettività collettiva. Qualche spunto ho trovato dopo in diversi scritti di Toni Negri, il quale si dichiarava per l’appunto filosofo del soggetto… Ma poiché il soggetto in questo senso mostrava di essere in vero abbastanza e sempre più raro, presto mi accontentavo di molto meno. Certo, la soggettività proletaria\operaia andava letta soprattutto nei movimenti e nelle lotte. Ma senza escludere anche il momento dei singoli, ed approcci piuttosto antropologici (però evitando lo psicologismo: per questo la fenomenologia…).

 

Ma ci si può chiedere perché mai questioni così elementari ed ovvie erano negate o rifiutate anche all’interno di una cultura politica comunista? Per rispondere un pochino ri-uso anch’io alcune comode distinzioni, come fra l’altro quella fra soggettività politica e soggettività operaia che usate anche voi. E che si potrebbe poi incrociare con la distinzione che pure voi fate fra militanti operai e proletari e militanti politici, cercando di non finire a parlare del sesso degli angeli… Fu per questo che all’inizio degli anni ’70 ho messo gradualmente al centro la formazione, il grande baricentro della formazione (e della comunicazione, della conoscenza, dell’intrattenimento, la questione difficile e complessa del piacere, ecc.) e il "grande ambito" della riproduzione della capacità-attiva\lavorativa umana-vivente (in mercificazione): e della tecno-scienza applicata a ciò. La formazione dell’intera personalità nella capacità-lavorativa, per il lavoro\occupazione e per la sopravvivenza e riproduzione, e quindi anche quella della soggettività, proletaria, operaia, politica… E magari ipotizzando che il grande padrone mondiale, verso la globalizzazione o quella ulteriore, magari perseguiva una loro sovrapposizione e convergenza verso un’unica cosa. Inclusa certa contro-formazione alla conflittualità ed alla lotta. Pure per dei fini, con del senso.

 

Comunque si può anticipare una risposta semplificata alla suddetta domanda, come ipotesi: la cultura e tradizione politica e religione comunista storica immaginava gli operai (professionali) come gli eroi del lavoro e della tecnoscienza che si sacrificano con ogni virtù pel bene della collettività. E chiuso! Con un dogmatismo robusto e contagioso. Puri angeli del bene; il male se c’era era tutto delle componenti parassitarie del capitalismo, del fascismo e semmai dell’oscurantismo cattolico. E la soggettività? Ma gli eroi della rivoluzione s’identificavano davvero con gli eroi del lavoro?

 

img/Alquati991.jpgNei secondi anni ’80 in qualcuno dei miei libretti ho rimesso in giro una definizione nuova e più ibrida della soggettività in cui era in primo piano la dimensione "culturale", a metà fra la concezione umanistica e quella antropologica della cultura. Adesso mi rifaccio a quella. E’ fondamentale premettere anche qui che di per sé la soggettività ed anche quella proletario\operaia implica qualcosa d’autonomo ma in sé non è nient’affatto antagonistica. Pertanto se talora qualcosa d’antagonistico appare dobbiamo spiegarcelo, chiederci come mai. Ed allora ciò è magari spontaneo (quanto? come?) od è stato indotto da altri, e da chi e come e perché e con che conseguenze. No? La contro-soggettività è stata sempre abbastanza rara: quando la si intravede bisogna osservarla a fondo; e magari qualificarla in certa progettualità?, farla crescere ed usarla?

 

La soggettività ad ogni maniera cambia col tempo, e quindi anche coi luoghi. E questo poneva già pure la tediosa questione del materialismo storico… Frasi come "la cultura dominante è la cultura delle classi dominanti" erano per me vere ipotesi di lavoro. Anche la soggettività operaia e proletaria però, con l’operaietà dentro la proletarietà e come forma storica e contingente di questa cambiava e magari là dove non è ancora estinta cambia ancora adesso (ma quali sono le determinanti dell’operaità nella proletarietà? Questo qui non si è ancora detto!) sta cambiando nel tempo storico, e quindi nei diversi luoghi, anche all’interno della stessa Italia. Nell’incrocio con le culture locali, che sembra siano state per secoli le più forti anche dentro il capitalismo. Ed hanno determinato i più forti conflitti. Lo dice anche Màdera… Si tratta delle varie forme soggettive dell’operaietà, e in quelle della proletarietà, che si rideterminano anche nei luoghi diversi. Cambiava e cambia anche quantitativamente e non solo qualitativamente: ora ce n’è di più, ora ce n’è meno. Però per l’ipotesi di almeno implicita autonomia, quando ce n’è tanta magari è più fondato ipotizzare dell’antagonismo. E’ bene anche distinguere fra modernità e cultura occidentale, più o meno nel capitalismo, e nell’industrialità capitalistica. Malgrado tutto anche più o meno come fa Huntington (che trovo più provocante di Hardt col suo impero… che colleziona dogmatici pappagalli: penso che ci sia una certa differenza fra Hardt e Negri, e preferisco il secondo. Penso che Toni da un certo momento in poi non abbia più trovato i partner giusti). Ed io direi: "lo scontro delle culture", assai locali, nella civiltà capitalistica tendenzialmente globale. C’è poi in specie lo scontro delle culture politiche, ma anche il sub-scontro delle culture proletarie ed operaie. Ciò nell’interagire con l’ambivalenza della globalizzazione… Però, in primo luogo, proprio nel suo incontro e scambio con le grandi dimensioni degli "interessi" economici e politici. Non isolare la soggettività. Non separare cultura e religione dall’economia e dalla politica. Tuttavia, in secondo luogo, anche nella cultura e nella religione vedere quelle locali in interrelazione con la tendenza, mirata alla globalità. Huntington può servire ai sinistri per uscire dall’economicsimo e dall’universalismo. Servire ad una certa critica del materialismo storico più piatto…

 

img/Alquati992.jpgMa era ed è poi tanto difficile mettere tra parentesi certe ideologie, anche nostre, ed andare a vedere com’erano davvero fatte le persone proletarie? Com’erano fatte dentro? Intanto e ad esempio Marx aveva detto pressappoco: "non le loro coscienze ma quello che sono costretti a fare": da cosa? per cosa? E quest’ipotesi si mostrava già buona: per certi fini a certi livelli andava proprio bene così. Ma alla fine degli anni ’50 nella sinistra storica era già una mezza rivoluzione andare a vedere com’era davvero qualsiasi cosa, anche questa! Ma ad altri livelli e per altri fini proprio si riproponeva ciò che il giovane Lukàcs aveva cercato di riproporre come il nodo della "coscienza di classe", fallendo malinconicamente. Ed allora era addirittura blasfemo da quelle parti chiedere "come sono dentro" i nostri referenti monumentalizzati?".

 

E c’è per me la grande questione dell’ambivalenza: oggettiva nel senso dell’ambivalenza del capitale di cui gli operai sono una parte, cosicché, come dice Pentenero, il capitale era la grande risorsa anche per loro. E appunto l’ambivalenza soggettiva: ipotesi di ambivalenza della soggettività operaia, in cui la parte autonoma era ben piccola rispetto a quella di membri di quel sistema-specifico lì. Ambivalenza non tanto nel senso che stai sul filo del rasoio e non cadi né di qui né di là, ma in quello che magari per farlo dovevi prima cadere da tutte e due le parti insieme! Ripeto ancora: nei primi anni ’60 nello stesso triangolo industriale gli operai che si dicevano anticapitalisti erano pochi. Ma ancora nei primi anni ’70 e seguenti rimasero solo una più vasta minoranza. Ma come lo erano? E perché? Ci sono state davvero in certi particolari momenti storici consistenti minoranze antagoniste: come mai? Per quali alterità più o meno oniriche? E temporanee? Da cosa allora dipendeva? Io ho già messo in giro varie ipotesi…

 

Se il proletario è colui che ha solo la sua capacità, e nel capitalismo la mercifica e l’affitta, e n’è spossessato rimanendone solo titolare formale, e così si presenta soprattutto nella sua contingente forma operaia, come allora è l’operaietà stessa come contenuto storicamente transitorio di essa? E se in generale e come ho già anticipato l’operaietà industriale è l’avere la capacità e la forza di attivare ed innovare il macchinario e l’organizzazione tecno-scientifici capitalistici trasversali, com’è stato quel contingente "comunismo operaio" nelle sue precedenti stagioni?

 

Ripartiamo adesso molto schematicamente dalle differenti proletarietà operaie e operaità, come le propone da tempo una vera e propria piccola tradizione.

 

Come sapete benissimo, ci sono stati gli operai dell’artigianato poi sussunti dal capitalismo e diventati gli operai professionali di fabbrica, però affiancati ed integrati negli stabilimenti dalle donne ed i fanciulli, gli usnkilled della prima fase storica, in specie nella prima manifattura. Nella prima fase dell’industria che giunge fino alla "grande industria" di Marx. Il momento più studiato è stato quello dell’ambigua ed ambivalente aristocrazia operaia… Dice il Pentenero: "dobbiamo andare a guardare davvero nel nodo dei rapporti fra i militanti politici ed il potere: tutti quei militanti che quando vincevano e prendevano potere si trasformavano sempre più in padroni… E’ così ancor oggi, per gli hackers ecc.: erano tutti avidi arrivisti e quelli che ce l’hanno fatta oggi sono padroni di ricche imprese…". Però non per tutti fu o perfino è tuttora così, anche perché perdevano molto spesso: qui il comunismo storico o comunque l’uscire dal capitalismo vissuto come una religione, erede anche d’altre religioni, ed eresie…

 

Poi è arrivata la razionalizzazione tayloristica e fordista che ha messo nelle fabbriche i contadini come "operai-massa" combinati in maniera nuova anche con i professionali che mutano. In Italia questa seconda fase, che dico "classica", è partita subito nel primo dopoguerra in alcune fabbriche soprattutto torinesi, ma poi la nuova industrialità si è allargata lentamente al resto del lavoro occupazionale e di quello industriale, cosicché la composizione statica di classe proletaria ed operaia (del grande gruppo sociale operaio in senso sociologico: ma io dicevo e dico anche che in certi periodi è stata molto la classe dicotomica a fare la classe sociologica!) ha visto a lungo uno spettro ampio di condizioni. Il clou sono stati (e sono adesso in altri paesi e continenti) i contadini giovani scolarizzati, nella grande serialità del sistema uomo-macchina. Voglio ricordarvi solo come i rari giovani comunisti, piccolo-borghesi in rivolta, nel ’60-’61 ce l’avessero con l’automobile, con gli elettrodomestici: odiavano le mogli proletarie che compravano a rate rendendo i mariti operai "schiavi delle cambiali", perché erano già "schiavi della pubblicità!"… Non c’era mai l’ambivalenza, la considerazione dell’ambivalenza anche degli operai comunisti stessi: o tutti di qui religiosamente nella religione del comunismo, o tutti di là nella religione "della vita quotidiana" e nel feticismo del capitale e del capitalista. Nella cosalità, ripete Màdera da Marx.

 

img/Alquati994.jpgPoi è venuta la terza ed odierna fase che io dico dell’iperindustrialità e dell’iperproletariato nell’ipercapitalismo: tutto iper; ma qui che operaietà c’è? Ma c’è ancora? Ma cosa é l’operaità in generale? Adesso abbiamo qui e nell’Occidente la complessa e complicata soggettività iper-proletaria. Un bel nodo! Nella nuova ambivalenza della trasversalità del lavorare specifico. Ci vorrebbe anche un G. Anders dell’inizio del nuovo millennio, ma capace d’ambivalenza… Comunque negli ultimi vent’anni non ho fatto quasi altro che proporre ipotesi sull’iperproletariato nell’Occidente! Con la psichicità (timica ed emotiva, della mente e dell’anima, incarnate: lavorare mentale di iper-proletari ulteriormente e sempre più proceduralmente scolarizzati, diplomati). Col lavoro formalmente autonomo e schiavistico, il ritorno d’artigianalità nelle nuove tecnologie scientifiche, il graduale prevalere del lavoro di consumo e dell’essere anche occupati nella riproduzione della capacità umana, con l’ulteriore femminilizzazione dell’occupazione; con quella che anche voi chiamate la colonizzazione culturale, e le nuove conflittualità, ecc. ecc. Sono un po’ stufo. Anche a me piacerebbe uscire anche da questi linguaggi, girare pagina, magari rovesciando Kelly o assumendo gli "abitanti" di Magnaghi, ma vedendoli anche mobili nell’infosfera, nel virtuale, nella "comunità senza territorio" e sempre provvisoria di cui racconta Bifo Berardi? Però molti problemi (non solo nei livelli alti) sono rimasti sempre quelli ottocenteschi, sempre aperti; anche nell’interpretazione storiografica.

 

Adesso lascio a voi il bell’esercizio di provare ad ipotizzare cosa corrisponde sul piano della soggettività e soggettività operaia a queste tre grandi epoche e figure della proletarietà e lì dentro dell’operaietà. E’ anche un ulteriore riscontro dell’ipotesi scabrosa del materialismo storico: ambivalenza…

 

img/Alquati995.jpgCome ho scritto da molte parti anche di recente, la questione storiografica per me centrale è che, malgrado ciò che più in generale la cultura proletario\operaia ha nell’industrialità in comune con quella del capitalista industriale da cui proviene nella dimidiazione dell’artigiano della civiltà contadina, pur tuttavia ci sono stati alcuni periodi anche in Italia in cui vaste minoranze e perfino fugaci maggioranze operaie hanno mostrato una cultura ed una soggettività loro diversa! Ed allora mi vado chiedendo e chiedo anche a voi: come mai? Questo a mio parere dovrebbe essere il principale nodo di ricerca storiografica per degli storici non conformisti, tutt’oggi! A mio parere anche il successo di romanzi storici come Q e certi di Evangelisti (quelli dell’Inquisitore) deriva molto dal loro scavare già un poco lì dentro e in questa direzione…

 

Però ora complico ulteriormente il quadro magari regressivamente, guardando ancora indietro, indugiando ancora nelle eredità del mondo trascorso, perché se è relativamente facile parlare della soggettività-politica e delle grandi culture politiche tradizionali del movimento storico operaio, appunto piuttosto "tradizionale", io mi chiedo e chiedo se non sia il caso anche di incrociare le due e non solo riscontrare, mediante il nodo dei militanti politici ed operai, l’esistenza di una peculiare soggettività politica proletaria ed inoltre operaia! O invece è plausibile oggi un "comunismo post-operaio"? D’iper-proletarietà non più operaia e che neghi se stessa? Basta!

 

 

 

 

 

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Romano Alquati (*Cremona, 11 Febbraio 1935; † Torino, 3 Aprile 2010)

 

 

N.B.: Chi volesse leggere per intero questa intervista-autobiografia, la trova, in questa pagina Html:

Intervista a Romano Alquati 

 


 

 

   


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