SICILIA


di


Marzio Pieri

 

 

 



img/MarzioPieri1.jpgSicilia Sardegna Corsica: le tre isole italiane. Mare nostrum! Dovrò chieder ai miei colleghi di storia della pedagogia se qualcuno si è dato mai la briga di studiare quello che c’insegnavano nelle prime scuole della Repubblica. Le prime pagine dei vecchi sussidiarî messi fuori uso da Piazzale Loreto erano state frettolosamente ritoccate, per le ristampe; ma all’interno potevi trovare che gli Unni di Attila erano stati vinti dai Romani (questo contraddiceva il prete che all’ora di catechismo esaltava con tanta brezza papa Leone che tragitta il Tebro e lo convince, l’Attila!, a ritornare indietro, Raffaello e Giuseppe Verdi faventibus senza che il prete né noi mocciosetti allora neanche potessimo sospettare l’esistenza accaduta di sì illustri garanti) e che le Paludi Pontine erano state bonificate per gl’immarcescibili comandi del Duce. Avessero avuto il cercatrova dei computer d’oggi!

 

 

img/MarzioPieri2.jpgOggi la vita dei bugiardi è facile. Anche allora lo era ma non sarà un caso che il libro dove stranamente s’incontravano i favori degli educatori e di noi marmocchietti era Pinocchio, col suo naso a stantuffo. Tutto tutto la vita scancella. Se Carlo Lorenzini avesse avuto ragione, oggi c’è in giro un premier che dovrebbe portarsi dietro un galoppino con un seghetto che gli accorciasse la proboscide ogni volta che dev’entrare in un ascensore. Ma Carlo Lorenzini era anche lui un bugiardo tanto vero che si era cambiato perfino il nome da sembrare un giardino rococò, con scherzi di puttane-fontane fra le aiuole e le alèe tutte fiorite, lì a du’ passi dalla casa ov’era nato. Il mio incontro con la Sicilia avvenne ancora sui banchi di scuola, ma qualche anno dopo e mentre ormai era certa almeno una cosa: che la mia fame di libri non l’avrebbe riempita la scuola (anzi sembrava messa lì per distrarci e deludere, quando io avevo con me un solo bene, omnia mea: il tempo che non si deve mai perdere) e che io avrei fatto lo scrittore. Battevo e ribattevo frontespizî e img/MarzioPieri100.jpgvalorosi incipit di romanzo sulla vecchia tartaruga a nastro rosso e blù. Fu una strana ventura fatta della coincidenza fra un libro di scuola e una strana insegnante: ero arrivato in prima media dopo molti patèmi per quello che allora era il cosiddetto esame di ammissione (mai altri la vita me ne apprestò poi di più difficili e intimamente ontosi, come una dogana di classe) e fra i libri, tutti brutti, da comprare (andavano le prime due mattine prima che solennemente la lista fosse finita di dettare) ne spiccava uno, l’antologia di letture, che l’anno dopo fu frettolosamente soppressa e sostituita con una di quelle che avrebbero dominato le mezze scuole degli anni 50. Quale disguido aveva portato sui nostri banchi quella intrusa? L’altra intrusa era la professoressa. Era una siciliana, una piccinina biondo-stopposa, con una pronuncia non meridionale ma appena preziosamente artefatta, e di età incerta, a me pareva già vecchia e magari non avrà avuto trentacinquanni. È stata l’unica insegnante da me conosciuta che privilegiasse il fuoco della espressione alla minestra ricucinata della grammatica. Va da sé che le colleghe-kapò la tenevano in gran dispitto, l’anno dopo scomparve, la classe fu soppressa e sparpagliata nelle altre sezioni, l’antologia l’ho detto, abolita, e io ripetei l’anno per protesta. Io nacqui allora, con rabbia, e posso dire d’essere l’unico professore ripetente (o, protestante) delle scuole del regno… oddio, della repubblica.

 

img/MarzioPieri3.jpgIo penso che l’autore fosse anche lui siciliano, chissà, magari il maestro della mia maestra (che, seppi dipoi, era di razza povera, veniva dal Magistero anziché dai licei della razza padrona, in cui poi invece io mi incuneai), ma non posso accertarmene perché il libro sarà in qualche cassapanca della mia casa d’infanzia; può darsi si chiamasse D’Auria, un nome così. Lei aveva un nome bellissimo, Dell’Aria: in quelle aule sorde e grigie (o diacce e scalcinate, repellenti come la broda che ci toccava d’ingurgitare pena scuriate) l’aria mancava. La caratteristica di quel mitico, unico libro di scuola, privo di vezzi in una sua stampa fittafitta su carta da svendita, era che gli autori non italiani pareggiavano se non prevalevano (allora non ero in grado di avvedermene) su quelli italiani, scolastici, e dunque io, che tranne il libro di matematica tutti li altri li leggevo dalla prima all’ultima pagina e arrivato all’ultima ripigliavo con moto retrogrado o cancrizans, mi imbattei lì in Schiller in Storm in Wilde in Fontane in Crane in Hofmannsthal, sarà stato mica un tantino germanofilo oltrecché esterofilo, l’antologista? Di quella germanofilìa che permea le succolente antologie di narratori e poeti e teatranti ispanici o germanici o slavi o statunitensi promosse negli anni di guerra da Vittorini, siciliano a Milano e meno antifascista di quello che si preparava poi ad essere (davvero, come dixit il Gattopardo: “tutto deve cambiare perché tutto rimanga quello di prima”), per la collana Pantheon di Bompiani (la più rammentata fra esse, Americana). Certo non c’era De Amicis e non c’era Angiolosilvio Novaro, o magari anche c’erano ma era un’aria tutta diversa. Degli italiani ricordo però Fogazzaro (Eden Anto), Albertazzi (“il pesciolino galleggiava, morto”), De Marchi (il finale del Demetrio Pianelli), Bacchelli (il finale del Mulino del Po) e un bel po’ di d’Annunzio (le glorie garibaldine della Roma del Quarantanove, cantate nei versi di marcia di Elettra).

 

img/MarzioPieri4.jpgM’innamorai lì delle poesie di uno che a scuola non è mai stato da alcuno caldeggiato, il lirico Villaroel catanese (piacque a Francesco Flora) e dunque mi chiedo: l’antologista sarà stato un fascista rispolverato, un dannunziano dell’alalà? Boh. Se fascismo è chiusura, lì dentro era aria d’Europa. Lo so, magari l’Europa unita vagheggiata da Baffo Buco sotto le croci uncinate. La prima volta ne sentii parlare da Marlon Brando ufficiale nazista affascinante e utopico in quel film dei Giovani leoni. Mi s’erano ormai spalancate le porte del liceo. In quell’aria non italiota io (che avevo già stupito la cara maestra col dirmi a undicianni ammiratore di Pirandello, del quale avevo divorato fra un Sàlgari e un Sabatini un volume spaiato delle Maschere nude, rimanendo stupefatto della sterminata lunghezza ed esattezza delle didascalìe) m’imbattei per la prima volta in un esordio incantato che mi è dolce ripetere:

"Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria:
- Quel di chi è? . sentiva rispondersi: - Di Mazzarò. …. E cammina e cammina…"

 

 

img/MarzioPieri5.jpgStrano non me ne sia accorto quando un caso non da me previsto né cercato (esiste una provvidenza anche in letteratura?) mi vide antologista e postillatore (agli esordî diffidente e, peggio ancora, disappetente, per come il piatto ormai, a libro chiuso, ufficialmente si presentava) del Verga. Quest’appena riletta è come una diana (Verga diolobenedica non amava teorizzare) che sostituisce il Manzoni (“Quel ramo del lago di gadda…”) con la giusta cosalità del fatto compiuto. Il fatto compiuto è la pagina che fra duemila anni potrà rappresentare che cosa fosse l’arte dello scrivere in una terra distrutta, forse in gran parte inventata che chiamavano Italia. E che non ha conosciuto, forse nemmeno in Sicilia?, chi è nato dopo il Sessanta. A piedi anche nudi ci andavo, nella Toscana di dopo-la-guerra (dunque un incrocio d’immagini, una sovrimpressione viscerale). Da quelle parti era andato in scarpe di vacchetta il babbo di Pinocchio, in stivaloni da padule il Fucini, sui cuscini delle prime automobili-salotto, con autista innestato, il Puccini, il Mascagni. Gl’ideologi, marxistucci miei immaginarî hanno avuto facile gioco nel ripetere fino alla stufaggine che la Cavalleria rusticana del Verga non è la Cavalleria rusticana del Mascagni. Ideologi e manualisti sono sordi sennò si sarebbero accorti che nella finta Sicilia di Mascagni v’è sì del ponchiellismo ma anche una premurosa auscultazione del Parsifal; Santuzza è accompagnata come un carro d’uva dalle api, dal tema di Kundry. E il sinfonismo un poco da sagra del Sor Pietro è aggiornato su Brahms, poi anche su Rimskij, su Strauss. Così Verga leggeva con antenne vibranti Flaubert (anche quello cartaginese di Salammbô), Balzac Mérimée il temuto Zola e aveva fra i suoi libri le novelle californiane di Bret Harte da cui a suo tempo la Fanciulla del West di altri due toscani, Puccini e Guelfo Civinini, con la mediazione del Pascoli, tosco-romagnolo ma passato come insegnante di grammatica latina img/MarzioPieri7.jpgdalla Sicilia. Quante lacrime di coccodrillo della piccola borghesia dei lettori piagnoni a-non-pagar-dazio, su quelle ostriche dei Malavoglia. Verga, il dì che si imbarca pe’l Continente, lo fa con un biglietto di sola andata.
Ostrica addio, ostrega; o strega. I Malavoglia sono un puro referto (e acustico più che visivo) come l’Anabasi o come l’Après midi. Il Fauno Verga adotta Milano (che non lo adotta) come una Cima delle Nobil Donne. Zac!

 

Sicilia ossia Europa… I vecchi (senza accorgermene, lo sono diventato) amano ricordare.

Non così vecchio però che non mi soccorra uno sfaglio, una qualche favilla non moribonda.

Si ricorda quel film col maresciallo che mette la palmaperta sulla carta d’Italia coprendo con quella l’isola triangolare: sogno d’una Italia liberata. Ma chi ce li aveva chiamati mi dico.

img/MarzioPieri6.jpgDa bambino sentivo i giornali-radio con le notizie sul Bandito Giuliano. Percepivo d’intorno l’angoscia della famigliuola sbigottita, come se il Brigante potesse comparire d’un tratto sulla porta di bottega, in vista della foscoliana Bellosguardo; anche più percepivo la menzogna nelle parole dei trasmettitori.

 

Nei bambini ci dev’essere una prontezza atavica, va perduta con l’educazione, a riconoscere le parole bugiarde come una saliva cattiva. No non stavo col Bandito a quel modo che l’altra eroina verghiana, l’Amante di Gramigna, s’innamora a sentirne parlare del Solitario, dell’Agnello di Dio. Gramigna è Cristo e la sua donna una figura della Maddalena. Sentivo però che non la contavano giusta. Non ho amato molto (sa il lettore fui sempre disarmonico) il film di Francesco Rosi sul Bandito Giuliano; Rosi è di Napoli e quando mi dissero dell’estraneità reciproca e forte fra i due tronconi delle antiche Due Sicilie, io dissi solo: mi pareva bene. Invece è fra i miei film prediletti Il Siciliano di Cimino, che riinventa la storia nella verità del melodramma. La figura del Principe Siciliano rapito dai briganti che li segue con intimo distacco a dorso di muletto e coll’ombrello da sole tenuto in alto come una bandiera a me pare di quelle sublimi. Ma sentendo quella ruggine di menzogna degli speakers democristiani, una volta entrai glorioso nella botteguccia di mio padre, rara di clienti e ahimè fitta dall’alba al tramonto di quei penitenti che si fanno chiamare ‘rappresentanti’ e stanno giorninteri a scroccarti le sigarette e ad accoccarti delle fregature con facce di Jago; e dissi lo sapete? Hanno preso Giuliano.

Eh che chi come. Mi godetti il quadro, come Giamburrasca.

 

img/MarzioPieri8.jpgAll’opposto del carabiniere ‘all’italiana’ io pongo la palma spalancata sullo stivale e sogno la Trinacria che si stacca. La mitica Ortigia staziona da molte vite all’imbocco del porto di Siracusa, ma fu un tempo (un pre-tempo) isola vagante pel mare. Scilli t’invoco, Cariddi mi raccomando. Quando arriveranno le ruspe e i pontili per buttare autostrade aldilà dello Stretto, fate vedere le zanne, siate Orcini e rifatevi Nèmesi. Ricordatevi Esiodo e la Bibbia, la Torre di Babele e il Nocchilìa, E quando il gran polverone sarà salito alle nuvole, vedranno al posto di Sicilia una gran macchia di spuma. E l’Isola sarà tornata, apollinea, notturna, di mare in mare, con tutte le sue candele accese, con tutte le sue torri alluminate: Gelone Gerone Dionisio i Kalbiti l’emiro Benavert Ruggero Federico Alfonso il Magnanimo, Antonello Antonio Veneziano il viceré Caracciolo il Meli lo Scinà, Vincenzo Bellini Giovanni Verga il gran Capuana De Roberto però nato a Napoli Borgese Lucio Piccolo Pippo Di Stefano. Poi Ripellino Pes Sciarrino La Licata (non solo fari d’antan). E Giovanni Gentile.

 

 

 

 

 

 

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img/MarzioPieri.jpgMarzio Pieri

Critico letterario italiano, frequentò il Liceo Classico Statale "Galileo" a Firenze. Si iscrisse all'Università di Firenze, nella cui Facoltà di Lettere e Filosofia, in quegli anni sessanta, insegnavano intellettuali del calibro di Walter Binni, Delio Cantimori, Gianfranco Contini, Roberto Longhi ed Ernesto Sestan.
Oggi Pieri è professore ordinario di letteratura italiana e la sua cattedra afferisce al Dipartimento di Scienze della formazione e del territorio, dell'Università di Parma.

Oltre a saggi sulla letteratura barocca, suo principale campo di indagine, Pieri ha pubblicato diverse opere su autori dell'Ottocento "minore" , in particolare sugli scrittori-librettisti.
Nel 2005, presso l'editore Guida di Napoli, ha pubblicato l'Autentico Falso d'Autore Il paratasso o la Gerusalemme rivelata di Tasso. Il poeta, le vergini e le crociate della Coca Cola, poema cavalleresco con impliciti riferimenti alla guerra in Iraq.

(Liberamente tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera).

 

 

 

 

   


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