Mr. Baù

(Storiella da nulla, stile goliardico-satirico, tanto per tener su il morale)

 

di

 

Armido  Malvolti

 

 

 

 

 


img/BerlusconiReSole.jpgNella monarco-repubblica di Grullonya tutto era ok. Sotto la regia di Mr. Baù la vita scorreva felice. Dagli schermi tv colava miele. In vista delle elezioni per il rinnovo dei Consigli delle Terre Esterne a Mr. Baù era venuta l’idea di organizzare un grande happening. Per le elezioni, già vinte in partenza, era inutile, così la corte gli aveva suggerito di lasciar perdere. “L’opposizione ha la consistenza della cacca di un neonato e Lei ha già la vittoria in tasca, perché rischiare di fare entrare nelle case l’immagine di una piazza semivuota?” Mr. Baù non li aveva ascoltati. Lui era il Monarca voluto dal popolo, eletto dal popolo, amato dal popolo e sapeva che il popolo bramava miracoli, barzellette e storielle: doveva darglieli. Sapeva anche che se la telecamera inquadra la parte piena di un bicchiere mezzo vuoto, chi sta davanti al televisore crede che il liquido arrivi all’orlo. Così ai sudditi fu dato appuntamento nella piazza più grande.

 

Si era fatto preparare un bel palco, capace di contenere anche tutta la corte e la servitù: tanto si trattava delle medesime persone. Sul palco anche le sue speciali scarpe-sgabello, quelle che gli permettevano di apparire più alto e di mettere in scena l’effetto porgersi al popolo. Mancava un’ora all’inizio e la piazza era strapiena. Una manifestazione imponente, tutta per Mr. Baù: la Guida Suprema di Grullonya.

 

Erano arrivati da ogni dove. C’erano anche gli abitanti delle Terre Brume, una specie umana di origine misteriosa insediatasi di recente. Possedevano tre precisi segni distintivi: guardavano sempre a nord; camminavano voltando sempre il deretano al sole; i maschi portavano un copricapo con due lunghe corna. Per fedeltà e per tradizione, spiegavano loro, il nostro Dio sta a Nord. Secondo alcuni, invece, camminavano così per avere sempre il viso color latte, il colore tipico della loro razza, e i maschi portavano le corna perché, essendo sempre impegnati a cercare invano i confini della patria degli avi, qualcuno, in loro assenza, aveva scoperto i territori di spose e fidanzate.

 

img/fartdate.jpgQuando tutte le tv furono pronte per la diretta, la kermesse ebbe inizio. Dopo l’avanspettacolo toccò a Mr. Baù. Calzò le scarpe-sgabello, creò l’effetto porgersi al popolo ottenuto premendo il ditone che azionava una molla contenuta nel tacco, baciò tutti, si toccò le olive quando inquadrò il cortigiano che tramava contro di Lui, quindi si scatenò. L’elenco dei miracoli della sua corte portò via non meno di due ore, poi toccò alle barzellette adatte per tutte le diete, infine alle storielle. Volò da nord a sud, da est a ovest… poi atterrò in Egitto. “Sapete che io discendo da Cleopatra? - urlò con quanto fiato aveva in gola mentre la piazza impazziva per Lui - Sì, i miei ricercatori hanno scoperto che la regina d’Egitto faceva i venti profumati e siccome anch’io li faccio significa che discendo da lei, quindi da Dio”. A quel punto accadde l’imprevisto.

Ognuna delle decine di migliaia di persone che gremivano la piazza avvertì che qualcosa si stava staccando dal cervello e scendeva verso il basso. Era come se una quantità di detriti rotolasse giù lungo le vene, i nervi, le carni e le budella fino a fermarsi nel basso ventre. Fu questione di attimi: obbedendo a un ordine che nessuno udì, la massa umana si girò di scatto, puntò il deretano verso il palco e sganciò una micidiale bomba per nulla profumata che mandò tutti a gambe all’aria. Poi, senza voltarsi, la moltitudine abbandonò la piazza e si disperse nella città in cerca di musei, teatri e biblioteche. Avvertivano tutti una gran fame di cultura e di sapere.

 

Quella stessa sera, un figurante che somigliava tanto a Mr. Baù, entrò in tutte le case per denunciare l’ennesimo complotto dell’opposizione e dell’ingiustizia.

 

Gli studiosi si scatenarono per spiegare un fenomeno privo di riscontri storici: chi parlò di effetto chimico, chi di effetto fisico, chi di suggestione collettiva. Intanto l’opposizione taceva, convinta che convenisse lasciar lavorare gli studiosi, che però non vennero a capo di nulla. E come potevano immaginare che responsabile dell’accaduto fosse Colui che sta Lassù il quale, stanco di essere tirato in ballo da uno che parlava solo perché molto ricco, si era deciso a intervenire. Ciò che si era frantumato, rotolando poi giù per i corpi, altri non era se non la crosta accumulatasi attorno ai cervelli della gente durante i lunghi anni della repubblica trasformata in monarchia da Mr. Baù.

 

img/Cortedeimirac.jpgLiberati i cervelli, esplose la voglia di giustizia e così in ogni dove fiorirono i processi. Sui banchi degli imputati finirono Mister Baù e la sua sterminata corte. Provò a invocare il legittimo impedimento, ma si prese milioni di pernacchie. Lui fu processato in una piazza a due passi da Palazzo Baù. Pubblico accusatore una signora molto appariscente, una di quelle che fino a pochi giorni prima solo a guardarla capivi che si trattava di un Baùclone. Dopo aver dato lettura di 999 capi d’accusa che spiegò e commentò quasi si trattasse del famoso avvocato Podinò, sparò l’accusa più devastante: “Ci hai fatto pagare per anni la Tassa Baù e il nostro cervello era talmente incrostato dai programmi delle tue tv che non ce ne rendevamo conto”. Un giornalista importante, uno di quelli che possedevano tutte e tre le qualità per poter essere assunti dalle tv di Mr. Baù: bell’aspetto, bella pronuncia e poca intelligenza, le chiese spiegazioni.

 

“La tassa Baù - gli spiegò con calma - è quella che paghi quando guardi le tv Baù, leggi i giornali Baù, compri un libro Baù, vai a vedere le partite della squadra Baù, ti fai ricoverare in una clinica Baù, compri un decoder o una casa Baù, fai un’assicurazione Baù, sei cliente di una banca Baù, vai in vacanza tramite un’agenzia Baù. Quando compri un prodotto reclamizzato dai media Baù, paghi due volte”.

“Perché due volte?” chiese il giornalista che già stava in confusione.

“Perché quando compri un giornale o una rivista Baù paghi anche le pagine pubblicitarie. Però il costo di quella pubblicità l’inserzionista l’ha già scaricato sul prezzo del prodotto reclamizzato: comprandolo paghi di nuovo. Elementare. I guadagni sono serviti a Mr. Baù per allestire programmi incrostacervelli: la regina delle colpe!”

 

“E’ proprio vero che un amico diventato ex, quasi sempre si trasforma nel più spietato dei nemici” commentò tra sé un rassegnato Mr. Baù.

 

img/TGMinz.jpgLa sera stessa il giornalista, forse sperando di salvare la sedia, si dilungò a spiegare il funzionamento della Tassa Baù, contribuendo così a frantumare altre incrostazioni.

 

Intanto l’opposizione restava fedele alla linea: non prendere posizione. Da anni si era rassegnata a confidare nell’età avanzata di Mr. Baù e a preoccuparla era solo il timore che Lui potesse avere il tempo di farsi inventare il filtro dell’immortalità.

 

Ora di fatto il potere era passato al popolo e impazzava il televoto per scegliere la giusta pena. Erano state elencate cento possibili pene esemplari e i cittadini potevano scegliere con il sistema del televoto. L’ipotesi del carcere era stata scartata a priori: troppo costosa. Scrutinati milioni e milioni di voti sotto il controllo di inflessibili funzionari delle Nazioni Unite, vinse la pena numero cento.

 

Un terribile terremoto aveva demolito Hawk City e dopo quasi un anno la città era ancora invasa dalle macerie. La pena numero cento recitava così: “Sbadilare le macerie di Hawk City con lo stipendio di un cassintegrato”.

 

Epilogo: un mattino il popolo sovrano andò a buttar giù dal letto Mr. Baù e la sua immensa servo-corte sparsa per tutta la nazione, li incolonnò a piedi verso Hawk City dove ognuno di loro era atteso da una carriola, un badile, una scopa, otto ore di lavoro più una di straordinario gratuito per ripagare i danni non quantificabili. Sotto il letto di Mr. Baù era stato scovato uno strimpellatore di chitarra che cantava con una voce da masturbato. Lo spedirono ad Hawk City a tenere alto il morale con una canzone da ripetere da mane a sera. Il ritornello faceva così: “Chi non lavora non fa l’amore…”.

 

 

 

 

 

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Armido Malvolti

Nasce a Castelnovo ne’ Monti (RE) nel 1943, dove ancor oggi risiede; appassionato di lettura, per anni ha impiegato ogni momento libero per leggere romanzi, libri di viaggio, saggi e testi politici. Autodidatta, ha sempre associato il lavoro allo studio, non tralasciando le occasioni di aggiornamento e approfondimento. Al 1997 risale il suo primo romanzo "Era bionda l’altra Valentina". Autore di numerosi racconti brevi, con "Il castello di nebbia" ha vinto, nel 1999, il Concorso “Poesie in Carpineti” per la sezione “Racconti”.
Nel 2005 ha pubblicato "I duri hanno due cuori" (prefazione di Luciano Ligabue, bandella di Guido Conti), scritto con il giovane Lorenzo Costi e classificatosi secondo al Premio Letterario “A.Greppi”.  Nel 2008 ha pubblicato "Romanzo di una fisarmonica", biografia del fisarmonicista Paolo Gandolfi scritta in forma di romanzo popolare.

 

 

 

 

 

   


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