Ricordando Mat'Marija vittima di entrambi i totalitarismi

 

di

 

Bianca Gaviglio

 

 

 

 

 

img/mat'maria0.jpgRicordando Mat’ Marija, al secolo Elizaveta Jur’evna Skobcova, morta nel lager di Ravensbrück il 31 marzo 1945, vogliamo anche rendere un omaggio affettuoso all’amica Nina Kauchtschischwili che ha lasciato questo mondo il 4 gennaio scorso.

Nina Kauchtschischwili, georgiana, insigne slavista, docente all’Università di Bergamo, ha collaborato con Interdependence in più occasioni. Se ne è andata a 90 anni, ancora vivacissima nel percorrere sentieri, anche in senso letterale con la sua attività di guida scout, ma ancor più culturali e spirituali nell’infaticabile esplorazione, in un’ottica ecumenica, di tutti i possibili intrecci tra la cultura occidentale e quella orientale, in un’Europa che vuole respirare con due polmoni, secondo l’efficace espressione del poeta russo Vjaceslav Ivanov ripresa più volte da Giovanni Paolo II.

‘Tra Oriente e Occidente, la via nel mondo di Mat’ Marija Skobcova’ è il sottotitolo del libro ‘Mat’ Marija. Il cammino di una monaca’ (1), che Nina Kauchtschischwili ha dedicato a questa luminosa figura di donna che attraversa, ma anche trasfigura, il male dei due massimi orrori totalitari del secolo scorso, di segno opposto e tra loro nemici, ma di identica violenza. E Oriente ed Occidente stanno qui per est e ovest dell’Europa, in cui si intrecciano le vicende legate all’affermarsi del comunismo russo e del nazismo e, con esse, la vita di mat’ Marija che, costretta ad allontanarsi dalla Russia nel 1920 per non cadere nella mani dei Bolscevichi, finirà martire dei Nazisti.

img/Mat'Maria3.jpgElizaveta Jur’evna Skobcova nasce nel 1891 a San Pietroburgo in una famiglia di nobili che è in contatto con i nomi più belli della cultura del tempo. Nel 1910 sposa Dmitrij Kuz’min-Karavaev. Inizia con il matrimonio un periodo caratterizzato dalla frequentazione dei poeti russi dell’età d’argento, da una vita mondana brillante ma al tempo stesso oziosa, che lascia in Elizaveta un senso opprimente di vuoto e la porta a chiedere il divorzio.
Da una breve relazione di Elizaveta con un uomo del popolo, nasce una bimba, Gajana, cui Dmitrij Kuz’min-Karavaev dà il proprio cognome e a cui dimostrerà in più occasioni un affetto paterno. Dmitrij diverrà in seguito sacerdote cattolico. Nel 1919 Elizaveta sposa Daniil Skobcov, dal quale ha due figli, Jurij e Anastasija. Con la guerra e la rivoluzione ha inizio la sua militanza nel partito dei socialisti rivoluzionari, che la porta persino a diventare sindaco della cittadina di Anapa (la prima donna nella storia russa a svolgere un simile ruolo).
img/Mat'MariyaiNikolay_Berdyaev.jpgCostretta dalla vittoria definitiva dei bolscevichi a emigrare nel 1920, si trasferisce a Parigi. Inizia per Elizaveta un periodo pieno di sofferenze. Perderà tutti i figli: la morte di Anastasija nel 1926 la porta a scoprire una dimensione più profonda della maternità, suscitandole il desiderio di diventare «madre di tutti». Gajana muore in Russia nel 1936, Jurij poco prima di lei a Buchenwald.
Nel 1932 Elizaveta ottiene il divorzio religioso e prende i voti, con l’approvazione del marito, diventando mat’ Marija. Nel 1935, insieme ad altri intellettuali russi in esilio, tra cui Nikolaj Berdjaev e Sergej Bulgakov, fonda l’«Azione ortodossa», la cui attività spazia dall’organizzare conferenze all’offrire un lavoro o un piatto di minestra all’ultimo dei vagabondi.
Con la guerra arrivano a Parigi i nazisti e la follia antisemita. Per i cristiani dell’«Azione ortodossa» è del tutto naturale soccorrere in ogni modo gli ebrei, fornendo loro rifugi, documenti e soprattutto certificati di battesimo falsi. La repressione non tarda ad arrivare: tra gli altri vengono arrestati e deportati mat’ Marija, suo figlio Jurij, l’assistente spirituale padre Dimitrij Klepinin.
Mat’ Marija muore nel lager di Ravensbrück il 31 marzo 1945: il giorno prima, venerdì santo, si era offerta di prendere il posto di un’altra donna selezionata per la camera a gas.
Il percorso di Mat’ Marija, canonizzata dalla Chiesa ortodossa nel 2004, ricalca quello di moltissimi intellettuali russi del primo Novecento che da posizioni rivoluzionarie approdano alla fede. Un’anticipazione di questo percorso così peculiarmente russo può essere rintracciata già in Dostoevskij, cuore assoluto, punto di fuga di tutta la cultura russa, e non solo, tra Ottocento e Novecento, e non solo: spirito universale in cui si riassumono tutti i tempi, quelli a venire come quelli passati. “Dostoevskij rivelò profeticamente tutti i fondamenti spirituali e le energie motrici della rivoluzione russa” scrive Berdjaev “egli comprese che la somiglianza tra la santità rivoluzionaria e quella cristiana è la somiglianza ingannevole dell’Anticristo con il Cristo”(2).
 
 
img/mat'maria2.jpgMat’ Marija, artista, madre, monaca, rivoluzionaria, ed anche intellettuale di notevole originalità è testimone di una fede cristiana professata con profonda convinzione fino al dono di sé, nella totale osservanza del secondo comandamento, al quale ella dedica riflessioni di grande intensità: “Chiunque ami il mondo, chiunque doni la propria anima per gli altri, chiunque sia pronto, al prezzo della separazione da Cristo, ad ottenere la salvezza dei propri fratelli, costui è discepolo e seguace di Cristo […] oserei dire che l’argomento principale del pensiero russo del XIX secolo riguardava il secondo comandamento, in tutti i suoi aspetti dogmatici, morali, filosofici, sociali…soltanto grazie a questo comandamento sono comprensibile le parole di Dostoevskij: ciascuno è colpevole per tutti e risponde dei peccati di ognuno”(3).
 
 
Sono convinzioni che la spingono a chiedere il permesso di realizzare la propria vocazione di monaca “nel mondo”: il metropolita Evlogij accoglie eccezionalmente la sua richiesta e le indica come pustyn, luogo deserto in cui ritirarsi, il cuore umano. Mat’ Maria aiuterà con grande dedizione i fratelli più deboli, i diseredati, i rifugiati. Tipicamente russo il suo andare fino in fondo alle cose, fino al confine ultimo, anzi, tentare di andare oltre i confini quand’anche li si sappia insuperabili “quelli che vanno sempre all’ultimo confine passano sempre il limite” scrive Dostoevskij nei Demoni. L’obiettivo di Mat’ Marija non può che essere “il limite empiricamente irraggiungibile a cui tende tutta l’attività creativa umana, la divinoumanità”(4). Il concetto di divinoumanità, a partire da Soloviev, indica il progetto stesso della creazione, riprendendo la grande affermazione dei padri greci "Dio si è fatto uomo perché l'uomo possa diventare Dio”; al centro vi è l’idea dell’importanza del principio divino che non assorbe e non schiaccia l’umano e dell’umano che per affermarsi non ha bisogno di eliminare il divino. “Quello divino è il principio della rivelazione cristiana, una verità nota, data, fissa. Quello umano rappresenta la componente di perpetuo movimento, di perpetuo perfezionamento”(5). Ci sono stati periodi della storia in cui è stato privilegiato il divino a scapito dell’umano: “La fissità caratterizzò l’intero periodo della storia medievale. Se la filosofia si era fermata ad Aristotele, e il sistema tolemaico era l’ultimo ad essersi fissato nella coscienza della chiesa, più in là l’umanità non osava avventurarsi. In ciò consiste l’unilateralità del medioevo, il suo rifiuto del principio umano”; in altri è successo l’opposto: “Se il medioevo aveva valorizzato il fervore dello slancio verso Dio, l’umanesimo riscoprì e diede un solido fondamento al valore della persona umana. La divinoumanità rinunciava alla propria natura divina, affermava soltanto quella umana”(6).
 

img/mat'maria4.jpgSia la storia occidentale sia la storia russa conoscono le medesime componenti, ma combinate in modo diverso e affrontate con diversa “personalità”. In particolare, in Russia “tutto viene portato fino in fondo”, insomma le idee si affermano sempre in modo rivoluzionario. Con le riforme di Pietro il Grande si produce la più grande spaccatura dell’unitarietà della cultura russa: la creatività umana e la cultura spirituale si separano, i loro sentieri divergono. Ci sono tuttavia spiriti che “da autentici geni del pensiero umano” preconizzano una inevitabile unità della cultura russa. Tra essi, Dostoevskij e Soloviev. “Dostoevskij, che aveva trovato la sua personale sintesi della divinoumanità, fu una figura veramente tragica, giacché una sintesi individuale non poteva coprire l’abisso dello scisma, ma soltanto lacerare l’uomo tra le due sponde”(7).

Con il comunismo si è negato tanto il divino quanto l’umano: “lottando con tutti i mezzi contro il principio divino, il comunismo lotta con pari ardore contro il principio umano… Il suo tratto fondamentale è d’essere contro Dio. ... Il secondo pilastro del bolscevismo è l’antiumanesimo. Il comunismo è una tremenda e spaventosa punizione per aver scisso nel mondo il volto di Cristo Dio-uomo”(8).

L’umanità ha bisogno di utopie: “Il mondo aspetta la nascita di una nuova utopia, sufficientemente ispirata per rivelare agli uomini, nella sua illuminazione creativa, il mistero della divinoumanità. Tale utopia allora, nelle concrete conquiste, nel processo storico, fornirà al mondo una sintesi di tutte le correnti culturali, fonderà in un unico volto lo spezzettato e caotico essere del giorno d’oggi”(9). Sono parole che possono suscitare perplessità, ma occorre tener presente, innanzitutto, il contesto costituito dalle esperienze di vita dell’autrice, e poi anche il senso profondo, che si chiarisce attraverso altre affermazioni (vedi ad esempio la definizione di divinoumanità come limite empiricamente irraggiungibile) per cui l’utopia non vuole mostrare percorsi da imporre, ma direzioni da seguire liberamente in un cammino che si sa in partenza infinito, nell’ottica di un ecumenismo che non esclude nessuno. Nessuno, nemmeno il più piccolo degli uomini può essere usato in modo strumentale senza tradire il cuore del Vangelo, senza tradire il secondo comandamento.

 

 

 

 

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Note:

(1) Nina Kauchtschischwili, 'Mat’ Marija. Il cammino di una monaca', ed Qiqajon, Magnano 1997
Tutte le citazioni da testi di Mat’ Marija sono tratti dall’antologia che accompagna il libro, in particolare dai saggi “Il secondo comandamento del Vangelo” e “Alla ricerca di una sintesi”.
(2) Nikolaj A. Berdiaev, 'Gli spiriti della rivoluzione russa', Bruno Mondatori
(3) Antologia citata
(4) ibid.
(5) ibid.
(6) ibid.
(7) ibid.
(8) ibid.
(9) ibid.
(N) Il campo di concentramento femminile di Ravensbrück, l'unico campo di concentramento in Germania,  fu realizzato, nel 1938, a 80 km da Berlino, in una proprietà personale di Heinrich Himmler. Qui furono immatricolate 132.000 detenute delle quali circa 95.000 morirono di fame o furono vittime di esperimenti medici. Circa 1.000 furono le italiane.  Il personale di sorveglianza era formato da speciali reparti femminili delle SS, tristemente noti per la loro ferocia. La vita di mat’ Marija, segnata dalla rivoluzione, da due guerre mondiali e dalla deportazione ebbe termine nel campo di concentramento di Ravensbrück,  il 31 marzo 1945.

 

 

 
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img/BiancaGaviglio.jpgBianca Gaviglio, oggi, dedica buona parte del suo tempo all' Associazione Interdependence, che, in un contesto di dialogo interreligioso e interculturale, si pone alla ricerca (e confronto) di valori comuni tra gli uomini e le loro culture.
Nata a Sermide (Mantova) nel 1946, vive a Givoletto, in provincia di Torino. Ha insegnato filosofia e storia nei licei.
 

 

 

 

  
   


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