Avevano armato per spada



di



Stefano D'Arrigo




img/Feluca.jpgAvevano armato per spada: Marta, ontro, e Santa Marta, feluca, con tutto il loro apparato in mostra. Tutta la mandria di giovanotti, lui e Duardo per primi, a darsi il cambio, uno sotto, uno sopra l'albero, a vedetta a fare da intinnere, furono mandati sulla feluca; loro invece, i pellisquadre più squadri, vararono con l'ontro verso la disfida. In questa chiumma c'erano i megliomeglio dei pellisquadra: c'era suo padre, Caitanello Cambria, occhi di falcone, che s'ingattò a filere agli appoggi dell'alberello; c'era Luigi Orioles, capochiumma e lanzatore, che s'andò a situare a prua con la traffilera; e c'erano Jano Scarfì, Arturo Palamara, Saro Ritano e Giovanni Merlino ai remi.

 

 


img/Ontro.jpgPartirono direttamente con la palella, il remo lungo, lasciando senz'altro a terra il remo corto. Non era da intendere, questa, come una sblasata di quella chiumma di scelti pellisquadre. Con lo spada, il remo corto serve da preambolo, sbriga la sua parte di remata lenta, morbida e calcolata, quel remeggio dell'ontro posta posta, che dura sinché l'intinnere, solo col sole a bordo della feluca, accoffato lassòpra, in cima all'albero di vedetta, non ignesca con l'occhio lo spada che entra allora allora nella loro posta, e con una voce che è tutta uno spasmo lancinante, un assalto del sangue alla testa, un gran madrone di pancia a digiuno, tutta un rigurgitare di vita, meschina e valorosa, atterrita, contempo che attirata dalla morte con cui per sua fatalità si immischia, con questa voce da commediante, esaltata, funebre, non getta al filere i gridi d'intesa: eccoeccoecco... làlàlì... lallalà... oraoraora... il pulcineeell'eeeentraaa... eeentrooò... Là, là, nel loro mare, il duemari parato a morte, tutto posteposte, appostato apposito, e là che viene, chi viene oceanoso, viene di Gibilterra, di verso di venuta: di iiintraaa e di jusuuu... Allora è solo questione di secondi, giusto il tempo che il filere se l'appunti all'occhio, l'animale, dov'è che fila in carne all'onda, tutt'un colore cangiat'ondoso,: biacocelestepallitotenerorosato, e summo summo, in trasparenza, velovelo, con la punta dello spadino si fa, si lascia davanti, dietro un filo schiumoso di bollicine che gli fa da spia. E poi: alle palelle, alle palelle, grida il filere alla chiumma, come pigliato dalla tarantola, spenzolandosi sui rematori dagli appoggi del suo alberello quasi li volesse gettare in avanti col suo fiato, quasi glielo volesse fare magico quel cambio di remi, facendogli, come per magia, col suo stesso fiato, comparire in mano le palelle. Ma che è? Veramente il tempo di gridarlo e già l'animale passa scapolando sotto la traffinera del lanzatore, e già la chiumma: alle palelle, alle palelle, con questo grido che il filere gl'incafolla di sopra, come gli spezzasse la noce del collo, spiccia e spiccia sull'onde per saltargli sulla coda, col remo lungo che prende grandi metrate di mare e fa una remata e l'altra, lo scafo leggero rade l'acqua, tocca e non tocca, e già il lanzatore bilancia l'asta, misura la traffinera sullo spada che scappa di continuo dall'occhio, come fosse la sua stessa siluette che scappa in trasparenza sotto, davanti, di prora.

 

 


img/Felucapiubella.jpgCon la fera si parte da qui, dalla palella. La fera non dà tempo nemmeno di morire, il cambio del remo le darebbe un vantaggio incolmabile. Solo il pulcinella, che va serio e amoroso, con la punta del becco calamitata, che va col grande occhio gonfio e perduto al didietro della sua femmina e non vede, non pensa ad altro, solo alle uova che quella scialacquona di fianchipieni, che è già tanto se si degna di farsi implenare, getterà fuori come le cacasse, senza girarsi nemmeno una volta né darsi una sola guardata all'indietro per assicurarsi se non altro che lui è là, lui che le dovrà covare, solo a lui, all'amantello che nuota come alloppiato negli spurghi ovarici della femmina, si può concedere quella caloma, quel vantaggio di secondi, di metri, persi a lasciare il remo corto per pigliare il lungo.

 

 


img/ontrodisegno.jpgLa fera invece, è forse animale da dargli caloma, un vantaggio anche di un solo secondo di tempo, d'un solo metro di mare? Caloma al più veloce animale marino, all'animale marino più veloce del sole, quale si vanta d'essere? E tanto per sapersi, quale si vanta d'essere, tale pretese lei stessa d'essere fatta dal suo dio a compenso che in origine l'aveva, per sbaglio o abbaglio, pigliata per angelo e poi, scandaliatosi che razza di diavola o diavolessa era, non ci mise tempo ariparare al suo grande sbaglioabbaglio, scafollandola da angelo a quella che di natura era, è. E con la velocità più grande di quella del sole, pretese pure la più grande bellezza di corpo marino, e pretese anche, ahi, ahi, genio di mente più grande d'ogni altro animale marino e alle volte pure di qualche cristiano. E velocità, bellezza, genio di mente, anche se è una chiacchiera che lei pretese e ottenne dal suo dio, il fatto sta che se ne può vantare realmente, non sono pretese, e lo sa chi ne fa, per sua disgrazia, 'sperienza.

 

 

 

img/Pesca_del_pesce_spada-Faro.jpgCaloma, allora, come si può dare caloma, a chi è capace di fare settanta e più miglia all'ora e di competere non solo con navipasseggeri e da guerra, ma persino con mas, con motoscafi? Con la fera, il meno e il più che si può fare, è quello e solo quello, è partire con la palella.


Per figura, per fare scena all'occhio delle fere, avevano piazzato la feluca al centro della posta,  Suo padre, dall'albero di filere, spiava intorno con la mano a paraocchio e occhieggiava alla feluca come s'aspettasse veramente che Duardo, che era salito per primo lassòpra, a fare il finto intinnere, da un momento all'altro gli dovesse gridare per segnalargli lo spada in arrivo. Ma si trattava di fere, non di pulcinella e simili innocenti, privi della minima malizia: poteva mai essere che quelle menti fini non se ne scandaliassero? Stettero due ore posta-posta e le fere non le ebbero lanzabili nemmeno una volta. Non solo, ma quella mattina parevano schifare quella posta, disertandola per le altre dove, di Calabria e di Sicilia, per tutto lo scill'e cariddi inalberato di ontri e di feluche, andavano trafficando vociando remando volteggiando lanzando, davvero dietro lo spada davvero in arrivo.

 

 

 

img/Reggio_calabria_pesca_tradizionale_pescespada.jpgPoi dall'ontro degli scilloti, il filere aveva cominciato a segnalare colle mani e col cappello. Erano scapolati di là, remando come volassero e nel luogo segnalato dal filere scilloto, poco fuori della linea del duemari, orlo orlo ai banchi di rena, si era presentata ai loro occhi una tale scena, una combinazione così rara, da fargli trattenere il respiro per la meraviglia.


Laddiètro, al riparo delle correnti, una coppia di fere amoreggiavano fittofitto, tranquille e solinghe come fossero in acqua di paradiso. Lei stava immobile come fra azzurri guanciali, con mezza di quella sua panzitta, d'un biancore come il latte, rovesciata all'aria, a pinne aperte e manuncule strette a pugnetti, torcendosi lievelieve di piacere la coda. Lui le stava sopra di trequarti, col suo groppone teso, arquato in sotto con la coda, e abbrancandola stretta alla vita sottile, tutto ispirato s'incafollava dentro a lei, sussultando in fretta ma leggero, leggero che nemmeno pareva, intanto che con una manuncula l'annaspava, le cercava dietro il collo, come per pigliarle il tuppo di capelli. Parola mia, gli aveva detto poi suo padre: uomo e donna quando sono nel meglio e filano, filano, scavandosi la tana in mezzo al letto.

 

 

 

img/Feluca3.jpgGodi, gli mormorarono i pellisquadre dall'ontro. Godi, maschio, perché tra poco non godi più tu e godiamo noi. Lanziamolo sul godimento, si dissero con un'occhiata. Mirandolo al quartodidietro, don Luigi si doveva regolare in modo da trapassarli in uno maschio e femmina: sotto un colpo bene imposto e catarato, col ferro rincalcato con tutte e due le mani in fondo alla spina dorsale, poteve pure succedre che la femmina ci restasse anch'essa, restasse dove e come si trovava col mascvhio, trapassando tuttuno, tutt'in contempo, dalla vita alla morte: la bella coppiacorreva il rischio di farsi imbalsamare così come si trovava, sul gusto.


Si guardavano con gli occhi persi, niente di quello che accadeva intorno a loro sembrava poterli insospettire. Si poteva escludere che fossero abitué di quei paraggi: forestieri certamente, arrivati al seguito di navi. Forse erano ancora, signorina lei, e verginello lui, in viaggio, con un mese di ritardo da maggio, epoca del loro fottisterio, aveva dovuto prendergli quella voglia che gli era ancora sconosciuta, e una volta lì, si erano appartati, per levarsela con tutto il comodo.

 

 


Gli erano scivolati alle spalle così vicino da poterli speronare, così vicino che don Luigi realmente rinunciò a lanzarlo, il maschio, per vibrargli un colpo più tremendo a piene mani. Arcuandosi, il maschio si raggrinzò tutto, smorfiando al cielo, col becco che si apriva e chiudeva, addentando l'aria, con fracasso di denti, come pigliato da improvvisi brividi di freddo. La femmina, di sotto, ebbe, per attimi, un'espressione sconvolta e felice, come se il maschio si fosse sollevato da lei senza respiro, stroncato dal piacere: sicché col suo sguardo ironicamente esterrefatto, pareva quasi lusingarsi di sentirlo urlare e lamentarsi d'amore. Attimi, e e subito aveva avuto una rapida alzata di ciglia, , si riaggiustava nelle spalle brune, nascondendo viavia le abbaglianti nudità di sotto. Nuotava, ma più voleggiava, occhìando all'indietro e mostrando contempo ancora qualche biancore della pelle di sotto, e poi s'appanciava, e allora sembrava ricoprirsi del suo manto, come una ragazza che scappa dal letto e rigirandosi di spalle, s'infila precipitosamente una veste.

 


img/La-pescespada.jpgSotto il ferro il maschio, scoppolato in avanti e contratto all'indietro come un arco, aveva intanto dato qualche strappo, zitto zitto però, come se il colpo gli avesse tolto l'uso della parola: e quella sarebbe stata gran disgrazia, perché era proprio sulla voce che contavano i cariddoti per gettare il bando alle altre: ma la fera non è il tipo di perdere la voce se il cervello le funziona.

 

Li spiava, girando la pupilletta lentamente in tondo, come dal fondo stesso di una bottiglia. Potenti signori, sembrava dire, non vi conosco, ma innocente di tutto sono. Si lasciò incroccare, imbragare e sollevare in barca, sempre con quell'aria loquente e muta. Quando si vide sull'ontro, cominciò ad arruffianarsi con gli occhi, girando intorno lo sguardo del cane bastonato, in cerca di generosità. Potenti signori, sembrava dire lo sguardo parlante. Fate, fate. Ma fate quanto volete,non quanto potete.


Era un giovane maschio, lungo sfilato un tre metri circa, con riflessi freschi e lucenti, come di lapis copiativo, sulla groppa. I quattro pellisquadre al remo, gli avevano fatto largo, ritirandosi due a prua e due a poppa e disponendo lui di traverso. Nello stesso tempo gettarono la cima agli scagnozzie l'ontro fu pigliato a rimorchio della feluca.


La fera si comportava come se il ferro della traffinera, sotto cui don Luigi la teneva sempre all'imposizione, fosse piantato in qualche posto fuori del suo corpo e la cosa stava pressapoco a quel modo, considerato che l'essenziale del corpo e della vita le sta tutto nel ripiego della fronte, dove le sta il cervello.


Era per questo che si riparava la preziosa testa con le manuncule, mentre con la coda alliffava il legno della barca.


«Sproviamogli la voce» disse Arturo Palamara. «Fosse mutangolo?»


E senza sapere né leggere né scrivere né procedere di galantuomo, issofatto si mise a tempestarlo col taglio della palella e forse contava di dargliene per ogni capello di sua figlia Nina, se don Luiginon l'avesse fermato con una grossa bestemmia, che li aveva fatti voltare tutti a guardarlo, sbragato e sudato, sopra il sangue zampillante della fera, perché le bestemmie in bocca a lui si contavano sulle dita.


img/Pescespadamorte.jpg Forse. La grande trucchista, voleva passare la sua cattura per una resa. Si era gettata sotto le bandiere, eccola a discrezione loro. Fra poco, si sarebbe lacerata le viscere le visceri con uno strappo di seta, aro, crudo nella voce di bebè: un nodo alla gola, quello come sempre se lo aspettavano da quella teatrante, e con tutto questo sapevano che come sempre li avrebbe presi alla sprovvista. La voce a vava era il suo carico di undici, la sua ultima, grossa briscola ormai, e avrebbe giostrato con essa, mano a mano, sino alla fine del gioco.


I colpi di palella dovevano averla intronata, ma non fatta uscire di mente perché, quando si decise a suonare di voce, sonò, in aggiunta alla naturale mastrìa, con calcolo e con lucidezza d'intenti. Non urlo sgraziato, che poteva ferire gli orecchi e mal disporle la gente intorno, che sapeva in grado di farla tacere presto e per sempre, ma di un intonato salve, vita, mia regina. Non si gettò alle grida, ma dolcemente, quasi inudibile, cominciò a piatire gorgogliando ngangà, ngangà, come una pupa parlante: nell'occhio le spuntò e le si sciolse una lacrima.


Prosegui così e intorno a lei, come succedeva sempre, i pellisquadre andavano pensando che nessuna fera mai li aveva straziati con un più dolce verso di vava. Aveva tutte le sue corde ancora fresche e toccanti, non ancora arrugginite dall'uso e dall'abuso. Gliel'aveva mandata forse l'Onnipotente in persona, per consolarsi un poco, afflitti cariddoti: l'Onnipotente, o quel suo dio che se n'era sbarazzato, gettandogliela dal cielo in mare a loro. Gliel'avevano scelta, mandata apposta a sonare ai loro orecchi, con quel flauto in gola, che si macerava di lacrima in lacrima e si spremeva la vigliaccheria da tutti i puzzolenti pori della sua pelle. Era la fera che ci voleva, un'artista.

 

 

Stefano D'Arrigo, Horcynus Orca, Arnoldo Mondadori Editore, I Edizione gennaio 1975, pagg. 194 - 200.

 

 

 

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img/StefanodArrigo.jpgStefano D'Arrigo

Nasce il 15 ottobre del 1919 ad Alì Terme, cittadina sul versante ionico dello Stretto di Messina.  Nel 1942 si laurea in Lettere all'Università di Messina, con una tesi sul poeta tedesco Friedrich Holderlin.
ll grosso della sua attività di scrittore è nel suo romanzo più importante, Horcynus Orca, la cui scrittura durò dal 1957 fino al 1975: un vero e proprio caso letterario.
Il libro, di ben 1257 pagine, narra le vicende di ’Ndrja Cambrìa, marinaio della fu Regia Marina che ritorna, dopo il Proclama Badoglio dell'8 settembre 1943 a Cariddi suo paese natale sulle rive dello Stretto di Messina, scenario magnifico e allo stesso tempo tremendo di tutto il racconto.
Horcynus Orca è un'opera complessa e raffinata costruita con un linguaggio nuovo che ha le radici nell'antica lingua siciliana e affronta il mito del nostos, l'eroe errante presente nella letteratura dalle origini fino al mondo contemporaneo, dalla primigenia Odissea di Omero al suo "continuo" in Ulisse di James Joyce, ma con in più un'attenzione alla cultura e alla letteratura del mare (vale a dire a Melville, Conrad, Stevenson o Hemingway – ovviamente soprattutto Il vecchio e il mare – ma anche al nostro Raffaello Brignetti, per esempio) che portarono alcuni scienziati alla proposta per l'autore di una laurea honoris causa in oceanografia.
La statura dello scrittore e il valore che il romanzo Horcynus Orca ha nel panorama della letteratura non solo italiana (sebbene di difficilissima traduzione in altre lingue) non consentono una trattazione sintetica e banale e non si può che consigliare la sua scoperta o riscoperta attraverso la lettura diretta, dato che il romanzo è nuovamente reperibile da Rizzoli, nelle opere in 4 volumi curate da Walter Pedullà.
(Liberamente tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera).

 

In rete è disponibile un dettagliatissimo sommario analitico di tutti i segmenti narrativi del complesso romanzo, compilato da Marco Trainito:

Sommario analitico di Horcynus Orca.

 

"Basti sapere che la trama del romanzo si dipana in un periodo di otto giorni. Tempo sufficiente perché il protagonista ritorni al suo paese natale, faccia la conoscenza di personaggi tutt'altro che ordinari e muoia a causa dell'Orca. La brevità della fabula non corrisponde però al turbinio di pagine scritte nello stile unico di Stefano D'Arrigo, inventore quasi di una nuova lingua, caratterizzata dalla compresenza di discorso diretto e indiretto libero, dialetto, italiano comune, italiano letterario e neologismi" (Marco Trainito).

 

 

 

 

 

 

 

   


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