img/GiuseppePitrè.jpgGiuseppe Pitrè, medico, scrittore e antropologo siciliano (Palermo,1841-1916) ha raccolto dalla tradizione orale popolare e, poi, trascritto  nella sua "Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani" (editrice "Il Vespro", Palermo, a cura del prof. Aurelio Rigoli), i racconti dal ciclo di Giufà. Ricordo che nonna Ersilia, mia grande amica, io piccino, quand'ero ospite suo a Lipari, usava raccontarmele per svagarmi e per farmi stare bene in sua compagnia. Mia nonna Ersilia è stata una costante della mia vita, insieme ad un'altra persona a cui voglio dedicare questo mio lavoro di ricerca, effettuato negli ultimi giorni di questo gennaio 2010. Ciao, Professore. 
 
Alcuni si chiederanno quale sia lo spessore pedagogico di Giufà. Attenzione Giufà non è lo scemo del villaggio, non è lo stupido del paese su cui sfogare le nostre rabbie ed i nostri fallimenti, né rappresenta l'immagine della Sicilia deteriore, quella Sicilia immobile che si vuole viva furbescamente sulle spalle degli altri.  Ebbene Giufà è il senso concreto da cogliere negli eventi, è il giusto valore della praticità, il buon senso dell'uomo della strada nel valutare gli accadimenti della vita, Giufà è il consiglio a vivere concretamente, con i piedi per terra. Si Giufà è un furbillo ma è sostanzialmente onesto, e pulito. Non a caso Giufà, personaggio della tradizione orale popolare, è stato sempre nel cuore dei bimbi di Sicilia.
 
I racconti che hanno per protagonista Giufà sono tantissimi ma solo in questa occasione io ho scoperto che ce ne sono una miriade pubblicati in internet, ad ulteriore dimostrazione di quanto sia amato. Ho scelto questi quattro perché sono tra quelli che ricordo raccontati da mia nonna a me. Li ho scelti dalla richiamata raccolta del Dr. Pitrè, li ho tradotti dal siciliano con lo stesso stratagemma utilizzato da Camilleri, italiano e siciliano insieme.  Per introdurre il mio lettore a questo gioco ho proceduto gradualmente, per cui il primo è quasi totalmente in italiano, l'ultimo tutto in vernacolo.
Buona lettura.
 
 
 
 
 
Giufà e la statua di gesso
 
 
 
 

img/DonnaErsiliaLaRosa.jpgSi racconta che c’era una mamma e aveva un figlio chiamato Giufà, e questa mamma campava da poverella.

Sto Giufà era stupido (babbo), lagnoso e mariolo.

Sua madre aveva un po’ di tela e un giorno disse a Giufà:

-"Prendiamo un po’ di questa tela; vai a venderla in qualche paese lontano, ma  la devi vendere a persone che parlano poco".

Giufà se ne partì con la tela in spalla e andò a venderla.

Arrivato in paese cominciò a gridare (a vanniari):

-"Chi vuole la tela!".

Le persone si avvicinavano, ma cominciavano a parlare assai: a chi pareva grossolana, a chi pareva cara. A Giufà così pareva che tutti questi parlassero assai, e non gliela volle dare.

Cammina di qua, cammina di là, si infila in un cortile. Non c’era nessuno; ma ci trovò una statua di gesso e Giufà le disse:

-"La volete comprare la tela?"

La statua non gli dava conto; e così Giufà s'avvide che parlava assai poco:

-"Ora, a voi, che parlate poco, vado a vendervi la tela".

Prende la tela e gliela stende di sopra.

-"domani vengo per la grana", e se ne andò.

Quando fece giorno, ci tornò per riscuotere i quattrini, naturalmente la tela non la trovò, e nemmeno i denari, allora cominciò ad alterarsi:

-Dammi la grana della tela.

Ma la statua immobile, stava.

- Ora, non mi vuoi dare la grana, ti faccio vedere chi sono io", afferra uno zappone e la prende a mazzate fino a ridurla in pezzi.

Ma nella pancia ci trova una pentola di denari. Si mette i denari nel sacco e se ne torna da sua mamma.

Arrivato da sua madre le disse:

-La tela la vendetti a uno che non parlava, ma la grana la sera non me ne dette; poi ci tornai la mattina col zappone, l’ammazzai di legnate, lo gettai a terra ed allora mi dette ‘sti denari .

La mamma, che era sveglia (sperta), gli disse:

-"Non dire niente a nessuno, che a poco a poco ce li andremo mangiando (nni  jemmu manciannu) ‘sti denari".

 
 
 
 
 
Giufà e il Giudice
 
 
 
 
 
img/Giufà4.bmpSi racconta che Giufà una mattina andò a finocchi e per tornare in paese s'arridduci’ di notti. 'Nna mentri caminava cc’era la Luna ed era annuvulata, e la luna si affacciava e scompariva tra le nuvole. Giufà s’assettò ’n capu ’na petra e si mise a fissare la luna che s'affacciava e scompariva, e cominciò, quando s'affacciava: "Affaccia, affaccia"; quando spariva: "Sparisci, sparisci".
E non smetteva di ripetere: "Affaccia affaccia! codda codda!".
 
Intanto sotto la strada c'erano du' latruna che squartavano una vitellina ca l’avianu arrubbatu. Quando intesero: "Affaccia e codda" si scantarunu ca vinía 'a Giustizia, appizzarunu a cùrriri e lassarunu 'a carni.
Giufà, quando li vide scappare, andò a vedere e trovò la vitellina squartata. Prese il coltello, cominciò a tagliarne la carne, e se ne riempì un sacco.
 
Arrivato da sua madre: - Ma', aprite.
Sua madre gli disse: - Perché sei venuto così di notte?
- Vinni di notti picchì portai a carni che dumani aviti a vinniri chì mi servono i picciuli.
Gli rispose sua madre: - Domani tu torni in campagna, che io vendo la carne.
 
Alla mattina, quando fece giorno Giufà se ne tornò in campagna e sua madre vendette tutta la carne.
La sera Giufà tornò e ci dissi: - Me l'avete venduta la carne?
- Sì, l'ho data a cridenza alle mosche.
- E la grana quando ve la dovranno dare?
- Quando l'avranno.
 
Passarono otto jorna, e picciuli le mosche non ne portarono; si parte Giufà e va dal Giudice e ci dissi:
- Signor Giudice, vogghiu fatta giustizia, cì detti a carni a credito alle mosche e ancora non vinniru a pagarmi.
 
Il giudice gli rispose: - Sentenzio ca unni li vidi l’ammazzi !!
 
Giusto, giusto, una mosca si posò proprio sulla testa del Giudice, Giufà non ci pensò due volte e ci sferrò un gran cazzotto che ci fracassò a testa.
 
 
 
 
 
 

Giufà e chiddu di la birritta

 
 
 

img/Giufà3.jpgGiufà, di travagghiari non aveva gran voglia, e  l'arte di Michelazzu gli piaceva molto..
Mangiava e  poi usciva, andando bighellonando di qua e di là.

Sua madre diventava verde di bile, e l'apostrofava pesantemente: – "Giufà, e chista ch’è manera!
- non prendi alcuna iniziativa per far qualcosa! Manci, vivi, e comu arrinesci si cunta!...
Ora basta! non ne posso più: o tu ti va’ a buscari 'u pani, o iò ti jettu ’mmenzu a 'na strata."

Giufà, stanco degli improperi, decise di rimettere a nuovo il suo guardaroba. Da un mercante si pigghiò ’na cosa, dda n’àutru si ni pigghiò n’àutra, e quando si vistíu di tuttu puntu acquistò anche una bella birritta russa (adesso è di moda il cappello; ora lu cchiù tintu mastru ua cu tùmminu o puru cu là cacciottu). Ma Giufà non pagò nessuno; pirchì dinari ’un n’avía; a tutti diceva: – "Mi fa cridenza, ca ’nta sti jorna cci la vegnu a pagu;" e accussì cci dicía a tutti li mircanti.

Quando si vide ben sistemato, si disse:  – "Ahn! ora ci siamo, e mia madre non potrà più dire che son messo male. Ora per non pagare li mircanti com’hê fari?... Ora fingo d'esser morto e vedremo come aandrà a finire..."

Si butta sul letto e: – "Moruo moru!... Murivi!" e si misi li mani ’n cruci e li pedi a palidda.

"Figghioli! figghioli! chi focu granni! (la madre cadde in preda alla disperazione). E comu m’avvinni stu focu granni! Figgjiu mio!..."

La gente accorse al gran vociare e tutti ebbero misericordia di questa povera madre. Nel mentre si sparse la voce della morte e i mercanti andarono a vederlo, e comu lu vidìanu mortu, dicìanu:

– "Mischinu Giufà! era in debito (per ipotesi) di se’ tarì, che gli ho venduto un paio di pantaloni.. Cci li binidicu!"

E tutti andavano tutti benedicevano. E Giufà si tolse così tutti  i suoi debiti.
Quasi...

Quasi, perché chiddu che gli aveva venduto la birritta russa si disse:

"Ma io la birritta ’un ci la lassu."

Va e lo trova con la birritta nuova in testa; e chi fa? la sira, quannu li beccamorti si pigghiaru a Giufà e lu purtaru a la Chiesa pi poi vurricallu, li seguì e,  senza farsene accorgere s'infilò dentro la chiesa.

Dopo un po', poteva più o meno essere mezzanotte, entrarono un gruppetto di ladri che dovevano spartirisi nu sacchiteddu di dinari ch’avianu arrubbatu. Giufà si immobilizzò sul cataletto e quello dalla berretta si rintanò ancora più indietro senza quasi fiatare. I ladri sparpagliano sul tavolo i danari, tutte monete d'oro e d'argento (a quei tempi l'argento scorreva come acqua!) e ne fanno tanti mucchietti quanti sono loro. Rimaneva un dodici tarì, e non si sapeva a chi doveva andare.

 

"Ora per erliminare l'insorgere di ogni questione, propone uno, facemu accussì: ccà cc’è un mortu, gli spariamo e chi lo prende in bocca, si pigghia lu dudici tarì."

– "Bella bella!" tutti concordarono e si prepararono a sparare su Giufà.

 

Comu Giufà vidi chistu, si alza in mezzo al catafalco e comincia a gridare:

– "Morti, arrisuscitati tutti!"

Avete più visto i ladri? Lassanu tutti cosi ’n tridici, e santi pedi, ajutatimi! ca ancora cùrrunu.

Giufà appena si rese conto d'esser solo, si alzò e si avvio verso i mucchietti di danaro. ’

Nta stu mentri nesci chiddu di la birritta, ch’avia statu ’ngattatu senza mancu pipitari, e curri pi la tavula p’affirrarisi li dinari. Basta si divisero i denari, ma restavano cincu grana; si vôta Giufà:

–"Chistu mi lu pigghiu io."

"No ca lu cincu grana tocca a mia".

" Arrispunni chiddu: – "A mia lu cincu grana!"

"Vattinni ca nun ti tocca; lu cincu grana è mio!"

Giufà afferra ’na stanga, e si jetta pi scarricariccila ’n testa a chiddu di la birritta; dici:

"Ccà li cincu grana! vogghiu li cincu grana!"

A stu puntu li latri stavanu tornando indietro pi vidiri chi facìanu li morti, ca ci dispiacia appizzàricci tutti ddi dinari. Vannu avvicinandosi alla porta della Chiesa e sentinu stu contraddittoriu e sta gran battaría supra lu cincu grana.

Dici: – "Minchia! a cincu grana all’unu jeru, e li dinari mancu cci abbastaru! Cu’ sa quantu su’ li morti chi nisceru di la sepurtura!..."

Si mettinu li tacchi ’nta l’eccetera, e si la cògghinu.

Giufà si pigghiò li cincu grana, si càrrica lu sò sacchiteddu di dinari e si nni va a la casa.

 
 
 
 
 
Giufà e la ventri lavata
 
 
 
 

img/Giufà6.jpgOra la matri di Giufà ’n vidennu ca cu stu figghiu ’un cci putía arrèggiri, lu misi pi picciottu di tavirnaru.
Lu tavirnaru lu chiamau:
– "Giufà, va a mari, e va a lava sta ventri, ma bona lavala, sai! masinnò abbuschi."
Giufà si pigghiò la ventri e iju a ripa di mari. Lava, lava; ddoppu aviri lavatu ’na matinata, dissi:
– "E ora a cu’ cci spiju s’è bona lavata?"

’Nta stu mentri s’adduna d’un bastimentu chi stava partennu; nesci un muccaturi, e si metti a fari signali a li marinara, e a chiamalli:
– "A vui! a vui! Viniti ccà! Viniti ccà!"

Lu capitanu si nn’adduna e dissi:
– "Puggiamu, picciotti, ca cu’ sa chi nni scurdamu ’n terra..."
Scinnì ’n terra, e va nni Giufà:
– "Ora chi cc’è?"
– "Vassìa mi dici: È bona lavata sta ventri?"

Lu capitanu unu era e centu si fici; afferra un pezzu di lignu e cci li sunau boni boni. Giufà chiancennu cci dissi:
– "’Unca com’hê diri?"
– "Ha’ a diri, cci arrispunni lu capitanu:
Signuri, facitili curriri.
– E accussì nn’accanzamu lu tempu ch’âmu persu."

 

Giufà cu li spaddi beddi càudi, si pigghia la ventri e sferra pi ’na campagna, dicennu sempri:
– "Signuri, facitili curriri! Signuri, facitili curriri!"
’Ncontra a un cacciaturi ca tinía di fittu du’ cunigghia. ’Ncugna Giufà:
– "Signuri, facitili curriri! Signuri, facitili curriri!" Li cunigghia scapparu:
– "Ah! figghiu di scarana! macari tu mi nn’ha’ a fari?"
cci dici lu cacciaturi, e cci chianta di manu a culazzati di scupetta. Giufà chiancennu chiancennu cci dici:
– "’Unca com’hê diri?"
– "Comu ha’ a diri? – Signuri facitili ocidiri!"

 

Giufà si pigghia la ventri e java ripitennu zoccu ava a diri. Scontra, e scontra a dui chi si sciarriavanu. Dici Giufà:
– Signuri, facitili ocidiri!"
– "Ah ’nfamuni! puru tu attizzi!" dicinu chisti dui; e lassanu di sciarriàrisi e chiantanu di manu a Giufà. Poviru Giufà arristau cu la scuma a la vucca, e ’un putía cchiù parrari. Ddoppu un pizzuddu, dici sugghiuzziannu:
– "’Unca com’hê diri?"
– "Comu ha’ a diri? cci arrispunninu iddi; ha’ a diri: "Signuri, facitili spàrtiri!"
– "’Nca, Signuri, facitili spàrtiri, accuminzò a diri Giufà; Signuri, facitili spàrtiri."
E java caminannu cu la ventri ’mmanu e sempri dicennu la stissa canzuna.

 

Caminannu caminannu, a cui ’ncontra? a du’ picciotti ca niscìanu di la Chiesa maritati allura allura; comu sentinu:
– "Signuri, facitili spàrtiri! Signuri, facitili spàrtiri!" curri lu zitu, si sciogghi la cintura e, tirintinghi e tiritanghi supra Giufà dicènnucci:
– "Aciddazzu di malagùriu! ca mi vôi fari spàrtiri cu mè mugghieri!..."
Giufà ’un ni putennu cchiù si jittò pi mortu. Li parenti di li ziti ’ncugnaru pi vidiri si Giufà era mortu o vivu. Ddoppu un pizzuddu Giufà arrivinni e si susíu. Cci dicinu li genti:
– "’Unca tu accussì cci avivi a diri a li ziti?"
– "E comu cci avía a diri?" cci addumanna Giufà. – "Cci avìvi a diri:
Signuri, facitili ridiri! Signuri, facitili ridiri!"

 

Giufà si pigghiò la ventri e si nni turnò a la tavena. Passannu di ’na strata, cc’era ’nta ’na casa un mortu cu li cannili pi davanti, e li parenti chi chiancìanu a chiantu ruttu. Comu sentinu diri a Giufà:
– "Signuri, facitili ridiri! Signuri, facitili ridiri!" – zoccu cci avìanu dittu chiddi di lu zitaggiu, – cci parsi ’na cosa fatta apposta; nesci unu cu un marrùggiu, e a Giufà cci nni detti pi iddu e pi àutru.

 

Allura vitti Giufà ca lu megghiu era di zittìrisi e curriri a la taverna. Lu tavirnaru comu lu vitti cci detti lu restu, ca l’avía mannatu cu la matinata, e s’arricugghíu ’n versu vintitrì uri; e poi cci detti la coffa.

 

 

 

 

 

 

 

 

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