La resistenza dell'anima

 

 di

 

Bianca Gaviglio

 

 

img/ResistenzadellAnima.jpgDall’orrore del Gulag emergono pagine di altissima letteratura. Memorie che pur non inventando nulla sono molto più di una semplice cronaca, sono poesia. Vogliamo ricordare tre grandi scrittori che hanno attraversato l’inferno del Gulag ed hanno sentito il dovere di raccontarlo, con la sofferenza di chi rievoca un passato di tormenti e l’urgenza di chi teme di non essere capace o di Si tratta di Varlam Šalamov, Gustaw Herling, Aleksandr Solženicyn. Tutti e tre sono sopravvissuti – se così si può dire, visto che hanno poi conosciuto il dramma dell’emarginazione o dell’esilio – ed hanno incontrato molte difficoltà per la pubblicazione delle loro opere. Ciò che accomuna queste grandi figure di Scrittori e di Uomini, è la forza invincibile con cui hanno affermato nelle loro opere, ma anche testimoniato attraverso le vicende personali, che in ogni uomo c’è qualcosa di irriducibile che lo rende un individuo unico e che nessuno può cancellare, un’anima che nessuna prigione può rinchiudere. Alla lotta drammatica e urgente contro la volontà di annientamento durante la prigionia, è seguita la logorante e lunghissima battaglia di tutta la loro esistenza contro la prolungata quanto assurda rimozione del Gulag.

img/ResistenzadellAnima7.jpgEra il pane di un altro, il pane del mio compagno. Il mio compagno si fidava solo di me [….] Capovolsi il contenitore e mi rovesciai sul palmo alcune briciole. Passai la lingua sul palmo, la bocca mi si riempì immediatamente di saliva e le briciole si sciolsero. Staccai tre pezzetti, piccolissimi, non più grandi dell’unghia del mignolo. Riposi la razione nel contenitore e mi coricai. Spilluzzicavo e succhiavo le briciole di pane. E presi finalmente sonno, fiero di non aver rubato il pane al mio compagno.1
 
 
E’ uno dei “Racconti di Kolyma” di img/ResistenzadellAnima8.jpg, brevissimo e intenso. Possiamo essere ben certi che Šalamov, come il protagonista del racconto, non avrebbe mai rubato il pane di un compagno. Nelle sue note “Ciò che ho visto e capito nel lager” egli scrive: “Le mie risorse sia fisiche sia spirituali, in questa grande prova, si sono rivelate più forti di quanto pensassi e sono orgoglioso di non essere stato mai la causa della morte o di un prolungamento di condanna di alcuno”.
I racconti di Varlam Šalamov sono insieme narrazione e storia, inventati e veri. Essi sono l’esperienza del Gulag tradotta in forma letteraria senza compromessi e abbellimenti, attraverso il filtro dell’anima che ne trattiene gli aspetti più autentici, quelli che assolutamente devono restare.

img/ResistenzadellAnima5.jpgŠalamov voleva raccontare la verità, temeva solo di non riuscire a raccontarla fino in fondo. Varlam Tichonovic Šalamov nasce a Vologda nel 1907, figlio di un prete ortodosso e di un’insegnante. Nel 1924, conclusi gli studi secondari, si trasferisce vicino a Mosca, dove lavora come operaio in una conceria. Nel 1929 subisce la prima condanna a tre anni di lager per la diffusione clandestina del "Testamento di Lenin" in chiave antistaliniana. Nel 1937 viene arrestato con l'imputazione di attività controrivoluzionaria trockista, per la quale viene condannato a cinque anni di reclusione in un lager per lavori pesanti.
img/ResistenzadellAnima6.jpgViene inviato alla Kolyma, tristemente nota come la terra della morte bianca, il primo per vastità e durezza tra i lager sovietici, tanto da diventare simbolo dei Gulag, come Auschwitz lo è per i campi nazisti. Trascorre complessivamente 20 anni tra lager e confino. Più volte destinato ai cantieri più duri, all'estrazione nei bacini auriferi o nelle miniere di carbone, più volte ridotto al limite estremo della sopravvivenza, non accetta mai di tradire i compagni con qualche confessione delatoria che gli permetterebbe di scampare a una morte quasi certa.
Nel 1953 riesce a tornare a Mosca, dove inizia a scrivere, con grande sofferenza e tormento interiore i "Racconti di Kolyma". Šalamov viene riabilitato ufficialmente nel 1956. La sua salute è minata dagli anni di prigionia e gli viene versata una pensione di invalidità. Egli continua a scrivere poesie e saggi parallelamente ai "racconti di Kolyma”. Molti suoi lavori vengono fatti uscire dall'Unione Sovietica per vie traverse e diffusi clandestinamente. La prima edizione completa in lingua russa dei "racconti di Kolyma" viene pubblicata a Londra nel 1978. Solo nove anni dopo, nel 1987, la raccolta verrà pubblicata sul suolo russo, alla vigilia del collasso dell'Unione Sovietica: Šalamov era morto da cinque anni, nel 1982, in una casa di riposo per scrittori anziani e disabili dove era stato ricoverato a causa delle pessime condizioni di salute.

 

“L’unica resistenza possibile nel Gulag era quella dell’anima”, sostiene img/ResistenzadellAnima9.jpg proprio riflettendo sull’opera e sulla vita di Šalamov, “egli resisteva come se lui stesso fosse l’ultimo uomo da preservare e ricordava. Ricordare era il bisogno di conservare nell’anima tutte le sofferenze patite, pena la perdita di se stessi”. Ma ricordare il male presuppone la forza di riuscire a non svendere la propria umanità in una situazione disumana. Ed è ancora Herling che osserva come Šalamov, benchè ateo, in uno dei suoi racconti più belli, La protesi, ricorre al concetto di anima, segno di una religiosità profonda, nascosta, che nulla ha in comune con la fede:
“ i sorveglianti del campo prendono a un gruppo di prigionieri tutte le loro protesi: denti, gambe, mani artificiali... E poi si rivolgono a lui, chiedendogli: ‘E tu cosa ci dai?’. ‘Non ho nulla da dare’, è la sua risposta. E allora il sorvegliante esclama: ‘Dacci la tua anima!’ Al che Šalamov con inaudita determinazione, risponde ‘L’anima non te la darò mai' ”2. Nel suo “Diario”, Herling, definisce questa reazione come essenza del grande istinto della vita.
 
img/ResistenzadellAnima4.jpgGustaw Herling, nasce a Kielce in Polonia nel 1919. Imprigionato dai Sovietici nel 1940, viene internato per due anni in un campo di lavoro. Liberato nel 1942, come molti altri prigionieri polacchi in seguito all’invasione tedesca della Russia, si arruola nelle truppe del generale Anders, che combatte i nazifascisti sotto bandiera polacca nell’esercito inglese. Si distingue nella battaglia di Montecassino, tanto da ottenere la medaglia al Valor Militare. Come molti suoi compatrioti, Herling ha sperimentato su di sé l’orrore di entrambi i totalitarismi che hanno insanguinato l’Europa del secolo scorso: non è un caso che per lungo tempo sia stata addossata ai nazisti la responsabilità di uno dei più efferati crimini staliniani, l’eccidio della foresta di Katyn, in cui hanno trovato la morte migliaia di ufficiali polacchi, tra i quali anche il padre del generale Anders.
Esule perseguitato dal regime comunista polacco, con l’esperienza del Gulag che gli brucia dentro, Herling si sente a lungo spaesato. Vive a Parigi e a Londra con la prima moglie, la pittrice Krystyna Domanska. Nel 1955 si trasferisce a Napoli dove sposa la figlia di Benedetto Croce, Lidia. E’ autore di molti racconti e del libro di memorie “Un mondo a parte”, pubblicato a Londra nel 1951 con una prefazione di Bertrand Russel che non esita a definirlo “il più impressionante e meglio scritto” tra i libri che raccontano il Gulag. L’opera incontra enormi resistenze e difficoltà di pubblicazione anche in Italia. In un articolo comparso su La Stampa alla morte di Gustaw Herling , avvenuta a Napoli nel dicembre del 2000, Pierluigi Battista scrive: “Herling è morto dopo aver affrontato l’ultima ingiustizia, la mancata pubblicazione da parte dell’Einaudi di un suo testo, che doveva essere utilizzato come introduzione all’edizione italiana de “I racconti di Kolyma”. L’accostamento del gulag staliniano e dei lager hitleriani descritti come gemelli totalitari suonò all’editore come motivo sufficiente per rimandare lo scritto al mittente. Non meritò le mille censure patite. Fu un esule. E, purtroppo non solo in Polonia”.
 
 
 
img/ResistenzadellAnima3.jpg“Non aveva più neppure un dente, né sopra, né sotto: erano le gengive indurite che masticavano il suo pane. Il suo viso esausto non era quello di un invalido ridotto al lumicino, era scuro e come scolpito nella roccia. Le sue grandi mani, nere e screpolate, dicevano che in tutti quegli anni gli era capitato di rado di mangiare il pane a ufo. Ma quello che era radicato in lui era invincibile: la sua razione di trecento grammi di pane non l’aveva poggiata sul tavolo sporco di schizzi di sbobba, ma su una pezza pulita”3 si tratta di Ju81, prigioniero e compagno di Ivàn Denisovic. Ciò che in Ju81 è radicato ed invincibile è la sua essenza, la sua anima, che nessun carceriere potrà mai annientare.
 
Anche img/ResistenzadellAnima91.jpgscrive e dà drammatica testimonianza della possibilità di mantenere la propria umanità nelle situazioni più difficili, perfino nell’abisso del male. E, perfino nell’abisso del male, filtra a tratti la luce della bellezza. Nei momenti più impensabili, l’esigenza di armonia compare a cancellare la fatica di una vita insopportabile. Dopo aver eretto un muro, in una giornata di lavoro in condizioni da incubo, Ivàn Denisovic si attarda e fa un passo indietro per dare un’occhiata al lavoro portato a termine con grande cura. La soddisfazione per il lavoro ben fatto appaga, almeno per pochi istanti, la sua sete di bellezza.
img/ResistenzadellAnima2.jpgIvàn Denisovic, il protagonista dell’omonimo racconto, è ad un tempo persona collettiva che raccoglie in sé i caratteri di tutti i prigionieri, ma anche persona individualissima, che proprio in quanto soggetto irripetibile sa mantenere intatta la sua anima di fronte ad una macchina che vorrebbe cancellare ogni tratto di umanità. E’ in questo senso l’alter ego dell’autore, che in un’unica giornata di un unico personaggio riassume tutta l’essenza del Gulag. E’ un espediente letterario di grande efficacia che, in modo ancor più marcato e con lo scopo preciso di costruire un vero e proprio monumento alla memoria, si ripete in “Arcipelago Gulag”, dove Solženicyn amalgama con una sapienza incredibile la propria esperienza con quella di ben 227 altri prigionieri, concreti e realissimi. Sono gli invisibili che, in seguito alla vasta eco suscitata dalla pubblicazione di Una giornata di Ivàn Denisovic, gli inviano di nascosto lettere, testimonianze e documenti, divenendo coautori di un’opera tanto singolare quanto fondamentale per “non dimenticare”. Solo recentemente è stato possibile rendere noti pubblicamente i loro nomi.
 
Vicende rocambolesche e sotterfugi sono legati alla pubblicazione di “Arcipelago Gulag”, all’estero nel 1973, con l’autorizzazione dell’autore che di lì a poco verrà arrestato ed espulso dall’Unione Sovietica.

Aleksandr Solženicyn muore il 3 agosto 2008 in Russia, dove è rientrato nel 1994 dopo vent’anni di esilio.

 

img/ResistenzadellAnima1.jpgCon Šalamov possiamo affermare che alla resa dei conti, i giusti sono dei vincitori.

Non importa se l’esito immediato delle loro azioni può apparire una sconfitta. I nomi di Varlam Šalamov, Gustaw Herling, Aleksandr Solženicyn rimarranno, insieme a quelli di tutti coloro che hanno vissuto la medesima esperienza, quasi coautori della loro opera. Ai nomi dei carcerieri si addice il buio dell’oblio.

 

 

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Note:

1) Varlam Šalamov I racconti di Kolyma Einaudi 1999, pag. 945-6
2) Gustaw Herling Breve racconto di me stesso Napoli 2001, pag. 55
3)
Aleksandr Solženicyn Una giornata di Ivàn Denisovic Roma 2008, pag. 136

 

I disegni sono di Jacques Rossi, eseguiti nel 1960 sulla base dei propri ricordi. Rossi ha trascorso 19 anni nel Gulag dopo essere stato arrestato nelle purghe staliniane del 1936-37. Ha pubblicato numerosi scritti; La sua opera più importante, Il manuale Gulag, del 1987, è stato pubblicato in inglese nel 1989.
 
 
 
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img/BiancaGaviglio.jpgBianca Gaviglio, oggi dedica buona parte del suo tempo all' Associazione Interdependence, che, in un contesto di dialogo interreligioso e interculturale, si pone alla ricerca (e confronto) di valori comuni tra gli uomini e le loro culture.
Nata a Sermide (Mantova) nel 1946, vive oggi a Givoletto, in provincia di Torino. Ha insegnato filosofia e storia nei licei.
 

 

 

 

   


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