Edipo, maschera tragica di Dioniso
 
di
 
Valentina Giannicchi
 
 
 

img/Edipo1.jpg       Leggiamo in un passo importante della Nascita della Tragedia di Friedrich Nietzsche: «Fino a Euripide Dioniso non cessò mai di essere l’eroe tragico, e tutte le figure famose della scena greca, Prometeo, Edipo, eccetera, sono soltanto maschere di quell’eroe originario».1

Nietzsche introduce Edipo come la figura più dolorosa della scena greca, figura concepita da Sofocle «come l’uomo nobile che è destinato all’errore e alla miseria nonostante la sua saggezza».2

Le due celebri tragedie di Sofocle, l’Edipo re e l’Edipo a Colono hanno come oggetto dell’opera il mito di Edipo e, se Nietzsche è interessato al mito di Edipo, è perché come suggerisce Vattimo, esso riassume «tutto il senso del mito tragico greco».3

 

        Secondo la mitologia greca Laio, re di Tebe, aveva appreso da un responso dell’oracolo di Apollo che sarebbe morto per mano di suo figlio. Giocasta, moglie di Laio, affidò quindi il bambino appena nato ad un servo, affinché questo lo uccidesse. Il servo non ebbe coraggio di eseguire l’ordine e, dopo aver forato i piedi del bambino lo appese ad un albero sul monte Citerone. Un pastore corinzio raccolse il bimbo piangente e lo portò a Polibo re di Corinto, che lo allevò come un figlio e gli diede il nome di Edipo, ovvero ‘dai piedi gonfi’. Giunto a maggiore età l’oracolo di Delfi rivelò a Edipo il tragico destino che incombeva su di lui: egli avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Sconvolto da tale predizione Edipo lasciò allora Corinto, sicuro che Polibo e Merope fossero i suoi genitori.

Il giovane giunto in Focile s’imbatté in Laio e venuto in diverbio con lui l’uccise. Inconsapevole di aver ucciso il padre, giunse a Tebe, dove liberò la città dalla Sfinge e come premio ebbe in moglie la vedova regina Giocasta, sua madre.

La travagliata scoperta delle sue vere origini conduce Edipo ad accecarsi. Guidato dalla pietosa figlia Antigone, Edipo vagherà di città in città, fin quando gli dei impietositi gli concederanno di fermarsi nell’Attica.

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       In questo mito è fondamentale la triade dei tre atti fatali: «Edipo l’assassino di suo padre, il marito di sua madre, Edipo, che ha sciolto l’enigma della Sfinge».4

Innanzitutto, spiega Vattimo,5 il mito di Edipo mette in luce il passaggio e nello stesso tempo il ritorno alla dimensione dionisiaca originaria. La soppressione degli ordini naturali della famiglia conduce, infatti, all’abbattimento delle barriere e dei tabù familiari e sociali sui quali si fonda il mondo apollineo della forma e del conflitto.

Uccidendo il padre e sposando la madre, Edipo mostra l’oscurità e il non-senso di Dioniso, ovvero quel lato occulto che Apollo, la forma, tenta sempre di mascherare. La realtà consolidata, spiega ancora Vattimo, è ciò da cui il greco fugge, e la trasformazione della massa dionisiaca in Satiri attesta questa perdita del sé a discapito del principium individuationis.

Il problema non è però fondamentalmente solo questo, ovvero non si può ridurre la tragedia di Edipo alla sola messa in scena dell’occulta dimensione dionisiaca. Il sovvertimento degli ordini naturali non esaurisce la complessa inteimg/EdipoNietzsche.jpgrpretazione di questo mito.

Chi è, infatti, Edipo?

 

        Edipo è principalmente colui che ha sciolto l’enigma della Sfinge, la mostruosa creatura dalla doppia natura. La mitologia greca tramanda che la Sfinge aveva testa e seni di donna, e il corpo di leone fornito di ali. Essa dimorava sul monte Citerone, presso Tebe e proponeva a coloro che incontrava il seguente enigma: «qual è quella cosa che ha voce, che la mattina cammina con quattro piedi, a mezzogiorno con due, e la sera con tre? ». Edipo, rispondendo saggiamente «l’uomo», conquista il trono di Tebe, rimasto vacante per l’improvvisa morte di Laio.

A questo punto Nietzsche scrive: «Il mito sembra volerci apostrofare che la sapienza, e proprio la sapienza dionisiaca, è un orrore contro natura».6

La consapevolezza sul continuo mutare dell’esistenza umana, del suo evolversi nel tempo e della sua insita contingenza rende capace Edipo di vedere “in quella cosa” proprio l’uomo.

Ma è proprio la sua grande intelligenza, il suo acume critico che lo conducono verso un tragico destino: «colui che con il suo sapere precipita la natura nel baratro dell’annientamento deve sperimentare la dissoluzione della natura anche su se stesso».7

La natura che precipita nel baratro dell’annientamento è proprio la Sfinge dalla natuimg/EdipoNietzsche2.jpgra ambigua, per metà animale e per metà umana. Questa figura è infatti l’emblema stesso della rappresentazione: nella rappresentazione non c’è solo trasparenza, solo Apollo, ma, dall’interno stesso della trasparenza emerge l’opacità di Dioniso.

La colpa di Edipo è dunque collocabile nel suo voler portare alla luce la dimensione dionisiaca della vita. Edipo ha guardato le tenebre e proprio per aver sbirciato l’occulto merita la tragica punizione, ovvero lo scivolare verso il non-senso come se da questo fosse inesorabilmente assorbito. Il mito sembra suggerire che: «La punta della sapienza si rivolge contro il sapiente; la sapienza è un delitto contro la natura».8 Edipo è un presuntuoso, un arrogante, colui che è stato tanto superbo da pensare di poter scampare al suo destino.

 

       Ricevuta l’offesa di “figlio presunto” durante un banchetto alla corte di Corinto, Edipo si reca, infatti, dall’oracolo delfico chiedendo: «Polibo e Merope sono i miei genitori? »,9 ma Apollo non risponde nulla. Dopodiché l’oracolo svela la terribile predizione sul suo tragico destino.

Vernant suggerisce che è dunque Edipo a commettere la colpa di non preoccuparsi sul silenzio del dio, e di interpretare le sue parole come se fossero la risposta al problema della sua origine.

Edipo ha quindi trimg/EdipoNietzscheKlinger.jpgascurato il silenzio dell’oracolo, e nella sua grande sicurezza dell’interpretazione fugge da Corinto. Egli è «di indole orgogliosa, vuol essere sempre e ovunque il padrone, il primo».10

Colui che superbamente si definisce il decifratore di enigmi si trova anche a dover risolvere il paradossale quesito: chi ha ucciso Laio?

E in questo modo «l’investigatore scoprirà che l’assassino è lui stesso».11

Il culmine della tragedia è raggiunto nelle parole dell’indovino Tiresia, che svela le vere origini di Edipo: egli è figlio di Laio e quindi anche di Giocasta. Quello che Edipo aveva cercato di fuggire, il suo destino, se stesso, gli appare a questo punto in tutta la sua inevitabilità.

 

       L’eroe, che mai si era arreso all’ingiusta volontà degli dei, ora si arrende. Edipo non si uccide, perché uccidersi avrebbe significato, il suo non arrendersi ancora, anche davanti all’evidenza dei fatti.

Edipo accetta dunque il non-senso, quella dimensione dionisiaca che continuamente sbirciava e scopriva nella risoluzione degli enigmi.

Come autopunizione il re di Tebe si acceca. Ma la punizione non è diretta ai tragici fatti, bensì la punizione è per aver guardato l’inguardabile, per aver tolto la maschera a Dioniso.

E proprio quando l’eroe si arrende, quando non si ribella più al volere degli dei e quando accetta di vivere il non-senso così com’è, allora gli dei impietositi gli concedono la pace a Colono. Edipo è quindi accolto dagli dei quando accetta la vita così come si presenta, nella sua inevitabile tragicità.

Il desiderio di poter chiarire tutto e il conseguente tentativo di redimere il passato dal suo stato di oblio sono destinati a fallire:

«Fuggire di fronte alla verità, per poterla adorare da lontano, nascosta nelle nubi! Conciliazione con la realtà, poiché essa è enigmatica; avversione per chi decifra enigmi, perché noi non siamo dei».12

 

 

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Note
1
F.Nietzsche, La nascita della tragedia, tr.it di S.Giametta, Adelphi, Milano, 2000, p.71.
2
Ivi, p.65.
3
G.Vattimo, Il soggetto e la maschera, Bompiani, Milano, 1999, p.36.
4
F.Nietzsche, La nascita della tragedia, tr.it. di S.Giametta, Adelphi, Milano, 2000, p.66.
5
vedi nota p.84.
6
F.Nietzsche, La nascita della tragedia, tr.it. Giametta, Adelphi, Milano, 2000, p.66.
7
Ibid.
8
Ibid.
9
Vernant-Vidal Naquet, Mito e tragedia nell’antica Grecia, Einaudi, Torino.
10
Ivi, p.81.
11
ivi, p.82.
12
F.Nietzsche, La visione dionisiaca del mondo in: La filosofia nell’epoca tragica dei Greci, tr.it. Colli, Adelphi, Milano, 2000, p.68.

 
 

Bibliografia
F.Nietzsche, La filosofia nell’epoca tragica dei greci e scritti dal 1870 al 1873, tr.it. di G.Colli, Adelphi, Milano, 2000.
F.Nietzsche, La nascita della tragedia, tr.it. di S.Giametta, Adelphi, Milano, 2000.
F.Nietzsche, Sulla storia della tragedia greca, tr.it. di G.Ugolini, Cronopio, Napoli,1994.
Behler-Venturelli, Friedrich Nietzsche, Salerno Editrice, Roma, 1994.
Bertram, Nietzsche. Per una mitologia,Il Mulino, Torino
M.Frank, Il dio a venire, tr.it. di F.Cuniberto, Einaudi, Torino, 1994.
Penzo, Nietzsche allo specchio, Laterza, Roma, 1994.
G.Vattimo, Il soggetto e la maschera, Bompiani, Milano, 2000.
G.Vattimo, Introduzione a Nietzsche, Laterza, Bari, 1985.
Vernant-Vidal Naquet, Mito e tragedia nell’antica Grecia, Einaudi, Torino,1994.

 

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Valentina Giannicchi

una giovane donna, in gamba, due lauree (Architettura  e Filosofia), in procinto di prendere la terza, una che spazia in parecchi campi: pittura, poesia, regia, politica, architettura... una proprio OK, una che vive 48 ore al giorno (tratto da Parole, ma anche fatti su taninoferri.com).
"Trasformista e cerebralmente contorsionista, attratta e tendente a voli pindarici noti ed eventuali, con piacevolissime e dilettantissime apnee in rilassanti studi su qualsiasi disciplina, costume e metodo." dice Valentina, di se stessa.

 

   


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