Ius sanguinis
(Estratto da pag. 140 a pag. 144)
 
di
 
Paola Bottero
 
 
 

 


img/iussanguinis1.jpg      Quando sono tornata a casa mi sono gettata sul lettone dei miei genitori ed ho acceso la tv. Lo zapping mi ha portata su un canale digitale in cui si parlava del caso Welby. Era passato quasi un mese da quando, il 20 dicembre, gli avevano finalmente staccato il respiratore artificiale, e ancora le polemiche inseguivano le polemiche. Parole su parole, indignazione, pro e contro, alcune testimonianze dure come pietre. Le sue parole erano sopravvissute a lui, e continuavano a gettare in faccia di chiunque le ascoltasse la stupidità e i limiti con cui l’uomo sa decorare la propria fragile vita. Quelle sue accuse avevano un significato e un peso ben diverso, ora che si sapeva come era finita la storia: «Sono oggi oggetto di offese e insulti, di pensieri, parole, aggressioni alla mia identità ed alla mia immagine, quasi non bastassero quelle perpetrate al corpo che fu mio e che, invece, vorrei, per un attimo almeno, mi fosse reso come forma necessaria del mio spirito, del mio pensiero, della mia vita, della mia morte; in una parola del mio essere».

 


Quel corpo che fu mio. Che mi deve essere reso.

 

 

Mi avevano colpito molto quelle parole.

 

Mi avevano fatto pensare al suo corpo, a ciascun corpo, come a un’automobile. Un semplice mezzo che trasporta il suo carico spirituale, fatto di emozioni, esperienze, pensieri, gesti quotidiani, sogni, prospettive, crescita, con una strada ben delineata davanti. Un’autostrada, per alcuni. Una provinciale per altri. Per altri ancora una stretta e tortuosa salita verso la montagna. O una dolce discesa verso il mare. Un lungomare assolato e strapieno di sole e di gioia. Un sentiero sterrato. Una pista in un deserto. Un percorso in città, tutto negozi e mondanità. Un tragitto tra campagne e panorami da quattro stelle sulle guide turistiche. Un percorso pieno di caselli e passaggi a livelli, sempre con la sbarra abbassata. Una pista da corsa di Formula 1.  Una strada notturna, non segnata sulle mappe e priva di illuminazione.

 

Come infinite, nella mia fantasia galoppante, erano le variabili delle strade che ciascun mezzo di img/iussanguinis2.jpgtrasporto era chiamato a percorrere, così infinite erano le variabili dei singoli “corpi meccanici”. Cambiavano i colori, la carrozzeria, la cilindrata, il chilometraggio, lo stato del motore, la benzina nel serbatoio, la facilità di guida, le prestazioni. Superaccessoriati o scarni e basilari. Ben tenuti e lucidati a specchio o sporchi di fango, rigati e non curati.

 

Ogni mezzo di trasporto con una propria tenuta di strada, una propria velocità massima consigliata, un proprio ciclo di vita. Destinato a fermarsi prima del dovuto o a essere difettoso appena fuori dalla concessionaria. A funzionare perfettamente per centinaia di migliaia di chilometri, mantenendo intatti motore e carrozzeria anche dopo decenni di utilizzo. O a dare problemi piccoli e apparentemente insignificanti fin dai primi chilometri, per fermarsi di botto senza una ragione apparente. Senza possibilità di essere rimesso in moto.

 

Ho inseguito con la fantasia molti mezzi di trasporto, molti corpi. Ed ho individuato tipo, modello e colore dei corpi che conoscevo ed amavo. img/iussanguinisjaguar.jpg solida, comoda, confortevole ed affidabile. Mamma una monovolume argento da sette posti, con tettino apribile, versatile e capace di ospitare qualsiasi bagaglio, ma anche di improvvisare una gita familiare ed accogliere più passeggeri del dovuto. Saverio una fuoriserie rossa fiammante, tutta img/iussanguinisfuoriserie.JPGadrenalina e massimo di prestazioni, unica e molto impegnativa da guidare. Nonna una lunga Cadillac bianca decapottabile, elegante e un po’ demodé con i suoi sedili di pelle rossa, più morbidi e rilassanti della più comoda delle poltrone. Nonno un taxi bianco, berlina perfetta e lucidata a nuovo in tutte le sue parti, cerchioni compresi. La prof Vittoria un autobus a due piani, un po’ austero e con qualche macchia del tempo nella stoffa quadrettata dei sedili, eppure perfetto e sempre disponibile per tutti i ragazzi che si affidavano a lei. Ed io… io ero una citycar rosa, nuova e moderna, img/iussanguiniscitycar.JPGleggerissima nel traffico, graziosa e veloce nei suoi spostamenti, sempre in moto e con piccolissimi consumi.

 

Era un bel gioco. Avrei voluto continuare a farlo, con tutti i possibili approfondimenti, anche nei giorni successivi. In attesa di trasformare nel giusto modello e nel giusto colore tutti i corpi delle persone che conoscevo, immaginando schiere di scooter e di fuoristrada usciti dalla concessionaria della vita, sono andata oltre.

Ho pensato ai mezzi di trasporto meno fortunati, con difficoltà più o meno superabili. A quelli cui mancavano le gomme, o il motore. A quelli con una carrozzeria di mille colori, non per scelta estetica ma img/iussanguinissfasciata.JPGperché assemblaggio di singole parti di recupero messe insieme senza un senso apparente. E anche con un po’ di cattiveria. A quelli rubati. A quelli con la batteria a terra. A quelli fatti saltare in aria o bruciati. Ai trattori destinati al lavoro perenne. Ai camion a rimorchio per trasportare rifiuti. Ai tir fiammanti che dovevano trascinare container provenienti da tutto il mondo e stracolmi dei carichi più diversi. A tutti i mezzi privi dei loro pezzi originali, che avevano dovuto chiedere l’aiuto di meccanici per farsi sostituire le parti non più funzionanti. A quelli venduti per essere rimpiazzati da modelli più adatti a trasformarsi in un perfetto status symbol. A quelli abbandonati senza un perché. A quelli guidati a tutta velocità contro un ostacolo abbastanza grande e ingombrante per assicurare la fine.

 

La cronaca era piena di racconti su quei mezzi di trasporto, su quegli esseri umani che avevano smarrito la strada o avevano dovuto rinunciare alle proprie funzioni basilari. Mali incurabili, difetti congeniti. Ma anche anziani parcheggiati in case di riposo. Corpi trapiantati e chirurgia estetica. Violenza e incuria. Droga e suicidi.

 

 



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       Piergiorgio non poteva guidare contro un muro l’auto che fu sua. Quell’auto era ferma. Non si sarebbe mai più avviata. Non poteva più portarlo da nessuna parte.

 

Ma sapeva di non essere riuscito a percorrere tutta la sua strada. Sapeva di avere ancora un tratto davanti a sé. Chiedeva solo la dignità per arrivare in fondo alla sua strada. Con o senza auto. Chiedeva solo di poter riavere se stesso, di dare un senso al suo bagaglio di vita.

 

Per questo non mi ha mai indignato la sua scelta. Esiste l’autodeterminazione, nessuno può negarla né opporsi. Ci sono migliaia di persone che si suicidano ogni giorno. Per ragioni molto meno comprensibili. E quello di Piergiorgio non era un suicidio. Era la presa di coscienza che l’auto si era fermata. Che non potevano illuderlo di essere ancora alla sua guida proiettandogli img/iussanguinis3.jpgdavanti un film, distante anni luce dalla realtà. E che per di più non gli piaceva.

 

Non poteva indignarmi la sua scelta.

 

Ma il comportamento della Chiesa, di una parte della Chiesa, quello sì che mi ha indignato. Soprattutto perché andava contro ogni insegnamento cristiano. Esistono, e continueranno ad esistere, vescovi e alti prelati che officiano i funerali dei capi delle organizzazioni criminali. Preti che danno l’estrema unzione a efferati assassini. Buoni samaritani che assolvono dai peccati genitori incestuosi e pedofili di vario genere ed età. E pazzi furiosi che continueranno a negare i funerali a veri cristiani.

 


Adesso è inutile e stupido commentare. Ma allora. Allora ero davvero arrabbiata. Non lo lasciavano neppure riposare in pace. Aveva lottato per raggiungere il suo traguardo, la fine di uno stato in cui non si riconosceva più, e doveva continuare ad alimentare lotte di parole dopo la morte del suo corpo. Dopo la consegna della targa.

 

Come se esistesse qualcuno nel mondo terreno in grado di poter dire con sicurezza quale sia la cosa giusta. Come se qualunque fragile essere umano potesse essere titolato a ergersi a giudice. Non proprio, ma di terzi.

 

 

 

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img/PaolaBottero.jpg        Paola Bottero
"Per chi, come noi, ha deciso che la scrittura è lo strumento con cui esprimersi e spogliarsi davanti al mondo, i dubbi non sono costanti. Sono in costante aumento. Dubbi sui contenuti, sulla comprensibilità.
Sulle emozioni provate e (almeno negli intenti) trasferite"
.
[...]
"Ho deciso di dedicarmi alla comunicazione ormai quasi vent’anni fa. Ero una giovane di belle speranze che ha avuto la fortuna di precorrere i tempi, e di inventarsi comunicatore, addetto alle relazioni pubbliche e portavoce quando ancora il mercato scarseggiava. Meglio, quando si pensava che la comunicazione si risolvesse in un’immagine ad effetto, il supporto ai vertici delle amministrazioni pubbliche nel lavoro di segreterie più o meno particolari. Forse per questa ragione sono entrata dal portone principale dopo essermi fatta le ossa nelle redazioni politiche di alcune testate nazionali
".

Paola Bottero
è nata a Torino il 26 novembre 1967.
La sua esperienza professionale inizia nel 1990, prima da giornalista, poi con incarichi di portavoce e capo ufficio stampa di Ministri ed Istituzioni, nazionali e locali. L’iniziale trasferimento a Roma diventa una scelta definitiva, che la porta a esplorare ed approfondire le tante sfaccettature del complicato universo della comunicazione. Ad incarichi pubblici affianca consulenze per imprese private, continuando il suo percorso di formazione, fino ad approdare alla specializzazione attuale, che le consente di esplorare settori sempre nuovi. Giornalista ed esperta di comunicazione e di sviluppo strategico, a gennaio 2000 approda in Calabria, dove lavora, fino a dicembre 2007, all’interno di vari enti della Pubblica Amministrazione. Piemontese di origine e di formazione, si definisce “calabrese di adozione”. Il suo sguardo “del Nord”, libero da condizionamenti e visibilmente innamorato di una regione che definisce, come molti suoi abitanti, “bellissima e maledetta”, anima ogni pagina della sua opera prima. Attualmente vive tra Roma e Cosenza.

 

 

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