Un altro uomo

 

di

 

Maria Ciffarelli

 

 

 

Da Atene, prendendosela comodamente, Filikìs giunse a Nauplia in un giorno. A bordo della sua macchina, tenendo alto il volume della radio per tutto il tempo, guidò lungo la costa orientale del Peloponneso facendo brevi soste solo per guardare il mare e la spiaggia che fiancheggiavano la strada. Atene era alle sue spalle, la sua tipografia chiusa, il suo appartamento affittato.

 

 

img/Altrouomo0.jpg«È quando le cose vanno bene che bisogna lasciarle» aveva detto agli amici salutandoli.

Non sapeva che dietro un’idea c’è sempre un sogno e che certi fatti, che si credono dovuti al caso, sono in realtà manifestazioni del destino.

Filikìs, che da un po’ di tempo non leggeva più il giornale anche se ogni mattina lo raccoglieva sullo zerbino della sua porta, quella volta, mentre sorseggiava un infuso per il suo stomaco, l’aveva spiegato sul tavolo della cucina. I titoli delle varie pagine gli erano passati rapidamente sotto gli occhi fino a quando la sua scarsa concentrazione si era fermata su una scritta che riportava un numero telefonico e il nome di un locale. A quella rapida lettura il suo stomaco aveva borbottato e lui, per calmarlo, aveva bevuto tutta la tisana con disgusto. Aveva girato la pagina e poi l’aveva rigirata, rileggendo attentamente lo stesso annuncio ancora una volta.

In tarda mattinata aveva chiamato la Taverna dei Pescatori. Al telefono gli aveva risposto il proprietario, Theòdoros, che gli aveva raccontato di voler lasciare il suo locale per un periodo di riposo e l’aveva invitato a raggiungerlo.
Il desiderio di Filikìs di occuparsi di una taverna di pescatori celava il bisogno di vivere in un mondo semplice.
“Terra brulla. Macchia, ulivi, costa, mare. I gabbiani volano basso. Sta per cambiare il tempo” pensava guidando verso Nauplia, convinto che laggiù tutti guardassero il mare, forse mai il cielo, ma il mare sì.


img/Altrouomo1b.jpgQuando arrivò alla taverna, capitò nel mezzo di un banchetto nuziale.

«Salve, io sono Filikìs» disse salutando l’uomo che gli andò incontro.
«Benvenuto, io sono Theòdoros. Finalmente, credevo ci avesse ripensato.»

Stavano per stringersi la mano, quando furono distratti da un fracasso di piatti rotti. Un ragazzo aveva urtato un carrello sovraccarico di stoviglie, inondando il pavimento di cocci.

«Dimitric, fermati!» gridò Theòdoros al ragazzo che stava scappando.

Filikìs si sentì scorrere dei brividi lungo la schiena, come gli succedeva ogni volta che si trovava in situazioni di disagio. Da quando era bambino. Da quella volta in cui i suoi compagni, al termine di una partita a calcetto, lo avevano malmenato per non essere riuscito a parare il pallone che gli avversari gli avevano tirato in porta.

Scattò dietro a Dimitric rincorrendolo tra i vicoli di Nauplia, finché il ragazzo si fermò in una piazza affollata di turisti, sedendosi sul ciglio del marciapiede.

Tra pochi mesi Dimitric avrebbe compiuto sedici anni. Il suo viso aveva l’aria innocente, di eterna fanciullezza, e si infuocava prima di cominciare a parlare. Dallo sguardo irrequieto trapelava una forte emotività. Si sedeva solo di sbieco e ogni tanto faceva degli scatti con le braccia.

img/Altrouomo2b.jpgFilikìs, seduto poco distante da lui, fu avvicinato da un giovanotto a bordo di un motorino.
«Mi fa accendere?» gli chiese mostrandogli la sigaretta che teneva tra le dita. Lui, che non aveva mai fumato in vita sua, scosse la testa e il giovane, per la fretta di recuperare un accendino, ripartendo sfiorò i piedi di Dimitric, che non ebbe nessuna reazione.

Filikìs l’osservò in silenzio e sentì il suo respiro affannoso. Giocherellava con i lacci delle scarpe e teneva la testa tra le ginocchia. Si curvò per cercare di spiarlo, ma il ragazzo scattò in piedi come una molla, attraversò la piazza e si diresse con passo deciso verso la spiaggia, in un angolo abbandonato in cui i pescatori lasciavano i loro vecchi caicchi.

Dimitric aveva una passione, costruiva piccole barche con la perfezione di un modellista e le teneva tutte in una baracca abusiva, che era diventata il suo territorio. Aveva visto il mare per la prima volta a Nauplia. La casa degli zii vi si affacciava e lui stava ore a guardare il moto dell’acqua che avanzava e si ritraeva sulla sabbia fine e scura, in balia delle onde alte che lo lasciavano senza fiato.

Viveva a Nauplia con lo zio Theòdoros e la zia Thèklas dall’età di cinque anni. Era nato ad Atene e aveva trascorso i primi anni della sua vita in un istituto d’accoglienza, dal quale la madre, Eirìnis, entrava e usciva per problemi di alcolismo. La crescita di Dimitric fu segnata dalla mancanza d’amore della madre. Se ne accorsero per primi gli assistenti dell’istituto: osservandolo con gli altri bambini, notarono che si estraniava dal gioco e da ogni altra attività. Decisero così di farlo esaminare da alcuni specialisti, i quali, dopo aver misurato il suo quoziente d’intelligenza, conclusero che Dimitric aveva un moderato ritardo mentale.

Prima di infilarsi nella baracca, si voltò indietro per vedere se il forestiero lo avesse seguito fin lì. Filikìs, a qualche metro di distanza, sollevò la mano, salutandolo. Il ragazzo entrò, lasciando la porta socchiusa.

img/Altrouomo3b.jpg«Ah, immaginavo di trovarti qui.» Theòdoros comparve sulla spiaggia con le braccia aperte al vento, sconsolato.
«Però adesso non si ci metta pure lei!» disse a Filikìs, sempre con le braccia ondeggianti per aria.
«Vorrei torcergli il collo!»
«Non sia ridicolo, non è successo niente.»
«Lei è un bel tipo, sa? Arriva e scompare nello stesso momento. È il caso che facciamo subito due chiacchiere, prima che io decida di mettere nelle sue mani la mia attività.»
«Si calmi, poteva capitare a chiunque.»
«Vieni fuori, testone» ordinò al nipote. Dimitric si affacciò con l’aria divertita. «Quando rimarrai da solo con tua zia, voglio vedere cosa farai!»
Filikìs si fece scuro in volto e domandò: «Non c’è sua madre?»
«È via, in qualche parte del mondo.»

Un giorno Eirìnis aveva lasciato per sempre l’istituto. Dimitric l’aveva vista scomparire dietro la porta a vetri della camerata ed era rimasto da solo per ore, in silenzio. Gli assistenti l’avevano trovato al buio e lui aveva scalciato come una bestia quando avevano cercato di trasferirlo in un’altra stanza. Non aveva parlato per molti giorni e di notte ritornava nel dormitorio in cui aveva vissuto con la madre, addormentandosi sul pavimento. Dopo qualche tempo, la polizia era riuscita a rintracciare Eirìnis e le autorità competenti, dopo aver appurato che la donna non aveva nessuna intenzione di prendersi cura del figlio, le avevano fatto firmare dei documenti in cui rinunciava alla potestà del bambino. Così Theòdoros aveva chiesto ai giudici l’affidamento del nipote e l’aveva ottenuto.

img/Altrouomo4.jpgLo zio era un uomo dall’aspetto rude. Poteva tirare bonariamente degli scapaccioni sul collo del piccolo, ma subito dopo se lo metteva seduto sulle ginocchia e gli mordicchiava le orecchie. Zia Thèklas, invece, credendo di avere di fronte la sorella cui somigliava tanto il figlio e non avendole mai perdonato di essere fuggita di casa, lo trattò sempre in maniera distaccata. A sua volta Dimitric s’irrigidiva se soltanto lei gli passava accanto, così come gli succedeva nei posti chiusi, affollati, o quando sentiva rumori improvvisi e il pianto dei bambini.

Era scappato da scuola quando Aikaterìni, la compagna di banco, si era messa a piangere perché lui le aveva sorriso. Nessuno della direzione scolastica era andato a cercarlo e Thèklas aveva incaricato il fratello di trovare qualcosa da fargli fare nella loro taverna, un vecchio ritrovo di pescatori. Zio Theòdoros l’aveva affidato a Nassos, la cuoca, che avendo un debole per l’uomo, aveva accolto il bambino con benevolenza. Ma non appena l’aveva visto aggirarsi tra i fornelli l’aveva avvisato: «Stai pure qui, basta che non tocchi niente!»

Col tempo, Nassos divenne molto tenera con Dimitric. Per la prima volta sentiva di possedere un istinto materno e da quando il ragazzino era arrivato provava il rimpianto di non avere una famiglia. Allora se lo stringeva forte al petto, mentre lui ci strusciava la bocca come fanno gli animali per pulirsi il muso dopo che hanno mangiato.

Una volta bevvero un vinello che a tutti e due fece girare la testa e venire un gran sonno. Quando Theòdoros li trovò addormentati sul tavolo, si mise le mani nei capelli e da quel giorno proibì a Dimitric di entrare in cucina. Se non strangolò la cuoca fu solo per miracolo. Quell’episodio rafforzò l’idea che si era fatto sulle donne.
«Sono il male dell’umanità» insisteva con i pescatori che si riunivano ogni sera nella sua taverna. Ma i lupi di mare rispondevano rammentandogli che lui le donne non le conosceva affatto e che era del tutto a digiuno di esperienze amorose, mandandolo su tutte le furie.

img/Altrouomo2.jpgPer questo aveva deciso di lasciare Nauplia: voleva mettere a segno un piano. Al ritorno dal suo viaggio avrebbe sorpreso tutti. Se li immaginava già i pescatori mentre si grattavano il naso e la testa pelata come quando notavano all’orizzonte una scia spumeggiante sulla superficie dell’acqua, al passaggio di una balenottera.

 

Prima di partire, aveva pregato Filikìs di restare a vivere con sua sorella Thèklas e Dimitric. Filikìs era curioso di riuscire a vedere una foto della madre del ragazzo, ma sulle pareti e sui mobili non trovò traccia di lei. Eirìnis probabilmente era rimasta incinta dopo una breve storia con uno sconosciuto, poi era caduta nel baratro della disumanità.

Da quando c’era Filikìs, Nassos viveva nel terrore avendo fatto credere a Theòdoros di aver lavorato per i migliori ristoranti della regione. Pensava che se il nuovo gestore si fosse accorto del contrario avrebbe rischiato di perdere il suo posto di lavoro.

Invece lui preferiva stare con Dimitric nella baracca sulla spiaggia. Il ragazzo forgiava i piccoli scafi e rifiniva gli alberi di maestra con un’abilità che lasciava Filikìs interdetto, ma non aveva mai pensato di mettere le barche in acqua. Quando il suo amico glielo propose, si rattristò. Fu quella l’unica volta in cui guardò il mare con occhi cupi e gettò in aria un pugno di sabbia, così Filikìs non ne parlò più.

«Dimitric, non hai mai segnato un goal?» gli chiese una sera mentre si trovavano seduti sulla terrazza della taverna ad assaporare l’aria fresca del mare, nel mese tiepido di maggio. «Io non ci riuscivo mai. In porta avevo paura della furia del pallone calciato dai miei compagni. E quando me lo vedevo arrivare in faccia chiudevo gli occhi, per questo non lo paravo.»

Filikìs cercava di seguire la traiettoria dello sguardo del suo amico che sfondava il cielo scuro della notte, ma non immaginava cosa sfiorasse la sua mente.
“Ci sono pensieri che non si potranno mai conoscere”
concluse tra sé e sé.

Filikìs imparava a fare le cose secondo i lenti ritmi di Dimitric, così la vita rasentava la monotonia, senza mai sconfinare nell’inerzia. Viveva la piacevole sensazione di andare contro tutti e tutto. Non avrebbe più lasciato Nauplia.

Theòdoros non diede segno di vita per molti giorni, solo brevi telefonate a Thèklas che gli chiedeva inutilmente dove si trovasse.

img/Altrouomo3.jpgUna mattina, Dimitric smise di trafficare con le sue piccole imbarcazioni e improvvisamente si rivolse verso il mare, calmo.
«Sta per arrivare Theòdoros» disse a Filikìs che si trovava con Nassos a decidere il menu della giornata. E nel pomeriggio Theòdoros arrivò davvero, in compagnia di un’avvenente ragazza di nome Alexàndra e del suo cane Sofocle.

Dimitric si avvicinò all’animale strusciandogli addosso la sua gamba e quando Sofocle lo assalì cercando di leccargli la faccia, decise che il cane sarebbe stato suo. Nassos uscì allegra dalla cucina, ma la visione della ragazza la pietrificò.
«Chi è, l’aiuto cuoca?» chiese a Theòdoros.
«Non scherzare, è una cantante e l’ho portata perché Filikìs la faccia lavorare qui.»
«Possiamo provare» rispose lui imbarazzato di fronte alla giovane che osservava l’interno del locale con molta attenzione. Aveva una borsa da viaggio a tracolla e senza posarla fece l’intero giro della sala.

Theòdoros invitò Alexàndra ad alloggiare nella sua casa, indifferente alle grida di Thèklas e alla minaccia di Nassos di andarsene se solo la ragazza avesse varcato la soglia della cucina.

Quella sera stessa invitò i pescatori ad ascoltare la giovane cantare. Gli uomini si lisciavano le lunghe barbe, frastornati. Cantando, Alexàndra mandava occhiatine dolci e ammiccanti a Theòdoros che con la sigaretta all’angolo della bocca ricambiava gli sguardi e lasciava immaginare una complicità fisica.

«Vedi cosa deve fare un uomo per avere credibilità? Farsi sostenere da una donna!» disse sconsolato a Filikìs, scolando uno dietro l’altro bicchierini di ouzo.

 

Ogni mattina, Dimitric aspettava dietro la porta della camera di Alexàndra che la ragazza si svegliasse e gli permettesse di prendere con sé Sofocle.

«Sofocle vuole vedere il mare. Un giorno lo porterò in barca» le disse da dietro l’uscio una volta, dopo che la giovane aveva tardato più del solito ad aprire la porta.

img/Altrouomo9.jpg«Non aver paura, Dimitric non è mai andato in barca. Lo dice perché vuole fare colpo su di te» intervenne Filikìs per tranquillizzarla.
«Ah sì? Perché, tu no?» insinuò Alexàndra, che aveva aperto la porta della sua stanza e da questa faceva capolino.
«Diciamo che io e Dimitric eravamo d’accordo. Non è vero?» domandò al ragazzo che si girò dall’altra parte.

Andando verso la spiaggia, diretti alla capanna, Filikìs si lamentò con Dimitric.
«Credevo che fossimo amici.»
Il ragazzo annuì con la testa.

 

Era da tanto tempo che Filikìs non si sentiva felice, voleva fare qualcosa per Dimitric, portare il suo mondo fuori da quella baracca. Prima di tornare al lavoro, gli confidò che Alexàndra gli piaceva molto. Il ragazzo tirò un profondo respiro fissando compiaciuto le sue barche in fila sopra un tavolaccio. Non intese le parole di Filikìs.

Alexàndra, dalla terrazza, li guardò fino a quando i loro corpi all’orizzonte diventarono minuscoli. Dal giorno in cui era arrivata, aveva avuto l’impressione di trovarsi in un porto sicuro. Sapeva in cuor suo che esistevano altre rive, ma quell’angolo di mondo sembrava ritagliato fuori dal tempo e la scoperta dei sentimenti era facilitata dal paesaggio e da quel mare profondo; il fruscio delle onde dava l’illusione di udire parole.

Dopo aver incontrato Filikìs e Dimitric, non sapeva più cosa l’attendeva lontano da loro, lontano da quel posto. L’immenso bisogno d’amore che Dimitric richiedeva la poneva di fronte a delle responsabilità e a una priorità: dare senza aspettarsi nulla in cambio. Il pensiero di ripartire alla fine dell’estate e di non vederlo più la sconfortava.

Ogni giorno Filikìs si riprometteva di chiedere ad Alexàndra di restare alla taverna dei pescatori con un vero contratto di lavoro. Organizzava le parole, imbastiva un discorso razionale, lo ripeteva al suo amico sulla spiaggia, infine decise che le avrebbe parlato solo dopo la festa di compleanno di Dimitric.

img/Altrouomo5b.jpg«Sei sicuro che ti ascoltava? Lui ha sempre la testa tra le nuvole» chiese Theòdoros il giorno della festa. Era in pensiero per suo nipote.

«Verrà, ti dico che verrà» gli rispose seccato Filikìs. In soggiorno, al centro del tavolo c’era una torta con le candeline. Sofocle addentava un finto osso di bufalo sulle scarpe di Thèklas.

«Spegni quella televisione, non è il momento di conoscere le notizie meteo» disse Theòdoros alla sorella.

Nel mese di luglio, di pomeriggio, l’atmosfera era soffocante. Nassos si sventolava la faccia e il grosso décolleté con un fazzoletto, come era abituata a fare davanti ai fornelli della cucina.
«È luglio, alla televisione diranno che fa caldo! Non ci trovo nulla di speciale» commentò spazientita e concesse un sorriso a Theòdoros che aveva smarrito gli occhi sul suo prorompente seno. Poi spalancò la finestra del soggiorno, pur sapendo che la padrona di casa preferiva le imposte accostate.

«Eccolo, è arrivato» annunciò appena vide Dimitric spuntare dal cancello. Era finalmente di ritorno dalla spiaggia, da sempre il suo rifugio, il suo porto, il punto di partenza per viaggi mai intrapresi.
«Fatemi passare!» Filikìs si fece largo tra gli amici per aprire la porta di casa e tirarlo dentro.
«Buon compleanno!» gridò suo zio.

Filikìs accarezzò i capelli del ragazzo. «Abbiamo una sorpresa per te!»

Dall’interno della casa raggiunsero la taverna passando lungo un corridoio buio. Si fecero strada con una torcia elettrica, che Theòdoros spense solo quando entrarono nella sala del ristorante.
Sui muri tenuemente illuminati da fari bianchi erano appese le barche di Dimitric. Le ombre delle imbarcazioni somigliavano ai cavalloni del mare in burrasca. Il ragazzo le sfiorò una per una, sollevandole sulle onde fino a raggiungere il mare aperto, lontano da quella tempesta.

Dalla tasca dei pantaloni Filikìs tirò fuori il pezzo di giornale con l’annuncio che l’aveva condotto fin lì e lo nascose all’interno di una delle barche. Sapeva che il suo piccolo amico aveva ancora tanto da insegnargli e forse proprio lui gli avrebbe suggerito le parole giuste per dichiarare ad Alexàndra tutto il suo amore.

 


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Mi chiamo Maria Cifarelli, ho 34 anni e vivo a Roma dal 1990. Sono nata in Lucania, in un piccolo paese, Senise che ho lasciato dopo le scuole superiori perché il tempo, come molti anni addietro aveva scritto Carlo Levi nel suo famoso libro, il tempo si era fermato. Almeno così mi sembrava, mentre oggi il ricordo della mia terra è una fonte d'ispirazione per la mia scrittura. Ho idealizzato la Lucania, riconosco nella sua arretratezza la vita così come dovrebbe essere: semplice e vera. La scrittura è per me lo strumento con il quale le emozioni si animano. E' il viaggio infinito di un uomo senza dimora che va in giro per il mondo e non ha desiderio di fermarsi mai. Il mio ultimo viaggio, fantasioso, l'ho fatto in Grecia, e al termine del mio racconto "Un altro uomo," ho la sensazione di esserci stata realmente e di aver conosciuto i personaggi che li ho descritto. La scrittura può essere anche un miraggio.


 

 

   


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