Il Talmùd

di

Cesare Cantù

 

 

 

 

img/talmud0.jpg           Assai tempo dopo distrutti il tempio e la città loro, gli Ebrei sperarono l'apparizione del Messia sotto la sola forma onde volevano riconoscerlo, come liberator temporale, come re di vittoria e di vendetta; né dubitavano che ciò dovesse succeder in quel torno, confortando la credenza loro colle profezie che da poi seppero interpretare tutt'altrimenti. Avendo rigettato quello, in cui erano riuniti i caratteri del vero Messia, ma che mancava dell'attributo che il pregiudizio nazionale poneva sopra tutti, furono costretti a cercarne un altro; e Barcoceba (figlio della stella) parve dapprima soddisfare tutti i loro voti. Ne esagerarono le vittorie; s'attaccarono a lui con una ostinazione che partorì atti di coraggio degni di causa più fortunata; lo proclamarono l'astro di Giacobbe, lo scettro d'Israele, destinato a compiere la forzata predizione di Balaam, spezzar le corna di Moab, distruggere i figlioli di Set. La spada de' Romani sventò rapidamente queste visioni, ed Adriano provò ai Giudei, con leggi oppressive e peggiori castighi, come non voleva alcun Messia temporale ne' suoi domini. Rotti, mandati a fil di spada e di vergogna, li esiliò dalla Giudea, li perseguitò in ogni dove, ed insultò alla loro religione sollevando altari e divinità pagane là appunto, ove già era stata la Shekhinàh. Così quell'Adriano, che le storie romane presentano come un misto di dolcezza e di severità (severus, mitis, saevus, clemens), negli annali giudaici è un mostro senza virtù, il dèmone della crudeltà umanato.

 

 

img/talmud1.jpg           Questa persecuzione d'Adriano pare abbia distrutte o sospese le scuole ebraiche, perpetuate fin dai giorni di Esdra. Aqivàh, il più dotto fra i rabbini e presidente a queste scuole, adoprò se altri mai nella folle rivolta di Barcoceba, benché contasse allora, a quanto dicono, centoventanni. Pubblicamente egli bandì l'impostore per Messia, e gli fece servigi da scudiere; finché caduto prigione, fu mandato a morte fra orribili tormenti, i quali ei sostenne con invitto coraggio, mostrandosi così attento alle cerimonie di sua religione, che ripeté l'ultima preghiera, secondo i riti stabiliti, sotto il coltello de' carnefici; ed i suoi biografi notarono la parola, ove la morte gliela interruppe. Pochi martiri sono dai loro concittadini riveriti quanto Aqivàh: i rabbini ne esaltano lo sterminato sapere, come possedesse settanta lingue; fanno ascendere la sua genealogia fino a Sisara generale cananeo del re Jabin; e lo dicono sposato alla vedova d'un generale romano. Gli aneddoti di sua vita empirebbero un grosso volume; ed assai tempo dopo la sua morte se ne additava ancora con dolore la tomba presso il lago di Tiberiade, ove fu sepolto con ai piedi ventiquattromila discepoli suoi! Morì il 135 di Cristo: e “alla morte del rabbino `Aqivàh – dice la Mishnàh – perì la gloria della legge”. Il coraggio, la dottrina, l'entusiasmo di patria han fatto perdonargli l'aver riconosciuto un falso messia; e, vedi stranianza, su questo errore appunto si fonda Maimonide per provare che il Messia non è per anco venuto.

 

 

img/talmud3.jpg           I rabbini notarono che, il dì stesso della morte di `Aqivàh, sommo ed ultimo fra i dottori della legge orale, venne al mondo il rabbino Giuda, le cui opere dovevano riempiere il vuoto da essi dottori lasciato. Lo chiamano ora ha-Nasì' , cioè principe, pel grado letterario o politico tenuto fra' suoi concittadini; ora ha-Qadòsh, cioè santo per la santità di sua vita, di cui bizzarri accidenti si raccontano. Fioriva egli regnanti Antonino Pio, Marc'Aurelio e Comodo, presso cui, aggiungono essi, salì in gran favore. Esitiamo però a credere quanto leggesi nello`En-Yisra'él, che il primo di questi imperatori siasi fatto da lui circoncidere. “Giuda – dice Maimonide – vedendo scemare il numero de' suoi discepoli, crescere le difficoltà ed i pericoli, stendersi sul mondo il regno di Satana (Maimonide allude ai progressi che faceva il cristianesimo) mentre il popolo d'Israele era confinato agli estremi della terra, radunò le tradizioni opportune ad essere diffuse perché non cadessero in oblio”. È ben chiaro che a compilar la sua raccolta fu indotto Giuda dallo stato miserabile in cui scorse la causa israelitica. Roma imperiale placidamente regnava su tutte le sue conquiste; e se Giuda viveva in Corte degl'imperatori, agevolmente ebbe a convincersi che solo un miracolo poteva crollarne la possanza. Onde prevedendo un' indefinita prolungazione della schiavitù del popolo ebreo, pensò a conservare quelle tradizioni che questo popolo venerava non meno della Bibbia, e che sarebbero alfine andate perdute quando fossero state abbandonate alla tradizione orale dei dispersi dottori d'una razza proscritta. Non era più tempo di ricordare quel gran precetto: «Non lasciate che le cose apprese dalla viva voce siano affidate alla scrittura»; poiché meglio è perdere un membro che tutto il corpo. Giuda giustificossi con quel passo del salmo 119: «Nel tempo d'operar per Dio si rompono tutte le leggi»; e consacrò molt'anni a raccorre i materiali di sì gran lavoro, dirigendosi a tutti i rabbini sparpagliati della nazione, e lo pubblicò nel 190 di Cristo nato, undecimo del regno di Comodo. Lo chiamò Mishnàh che vuol dire seconda legge; i Greci l'appellavano deuterosis, come se la Mishnàh fosse alla Bibbia quel che è il Deuteronomio agli altri libri del Pentateuco.

 

 

img/talmud2.jpg           In un attimo fu sparsa in tutte le scuole giudaiche della Palestina, di Babilonia e d'altrove, e commentata. Anzi ben presto le chiose superarono il testo, e furono dette Gemarà, voce che in caldeo targumico suona compimento. La Mishnàh e la Gemarà congiunti formano il Talmùd, che è quanto dire il dottrinale. Due Talmùd (o Gemaròth) vi sono, quel di Gerusalemme e quel di Babilonia, così designati dalle scuole che li hanno redatti: il primo venne raccolto dal rabbino Yochanàn vissuto dal 184 al 279; l'altro fu cominciato dal rabbino Ashé morto nel 427, e compiuto dal rabbino Yosé, settantatré anni dipoi. Alcune di queste date paiono troppo antiche.

 

 

           Il Talmùd di Babilonia è di lunga mano più famoso e compiuto, come di tre secoli posteriore all'altro. I dottori di Babilonia inoltre erano gente rinomata, e le scuole di Palestina trovavansi già in calo mentre le altre fiorirono fino al XII secolo; pure il Talmùd di Gerusalemme merita essere stimato di più come «più esente di inezie e più utile all'illustrazione delle sacre antichità». Egualmente la pensava Prideaux. Lo stile della Mishnàh è più puro, più biblico di quello della Gemarà. Il Talmùd gerosolimitano è sovente oscuro; il babilonico pieno di parole e frasi straniere. Quello forma un volume in foglio; questo ne forma dodici.

 

 

           Se la legge rituale di Mosè abbonda già di cerimonie ed osservanze minuziose, col fine di rendere gli Ebrei una nazione distinta da ogni altra, non è meraviglia che le tradizioni nate fra la promulgazione della legge e la pubblicazione del Talmùd sieno più minuziose ancora nelle regole, ed applicate a numero più grande di pratiche, di cui alcune sono passabilmente frivole od anche ridicole. Ma qualunque obiezione possa farsi a questo codice rabbinico, poche opere sono sì degne dell'attenzione dell'antiquario, del filosofo, dello storico filosofo e del teologante.

 

 

Img/Talmut4.jpg           È un quadro curioso della morale esistenza e dei costumi del popolo più singolare che sia mai esistito, sotto l'impulso di circostanze senza pari. Buxtorf, rispettabile autorità, vede nel Talmùd un'enciclopedia bell'e intera: né opera alcuna fu tanto lodata e tanto criticata; né alcuna incontrò più censure fra i cristiani. Fin da quando apparve fu legalmente proscritto dagl'imperatori di Costantinopoli; Gregorio IX nel 1230, ed Innocenzo IV nel 1244 lo condannarono al fuoco; esempi seguiti dall'antipapa Benedetto XIII, che contro il Talmùd fulminò una bolla nel 1415, quale causa dell'accecamento de' Giudei, ed opera dei figli del diavolo. Nel 1554 Giulio III ordinò che in Italia si bruciassero tutti i Talmùd: ma pochi esemplari ne furono allora distrutti, perché gli Ebrei gli ascosero, portandoli singolarmente a Cremona, ove gran numero di loro religionari viveva. Perciò sul cominciare del 1559, Pio V mandò Sisto da Siena per impadronirsene; e secondo la sua relazione, che possiamo credere esagerata, egli giunse a buttarne al fuoco dodicimila copie, formanti almeno centoquarantaquattromila volumi. Nel 1593 Clemente VIII rinnovò questa guerra al codice delle tradizioni rabbiniche, di cui confidò la ricerca agl'Inquisitori d'Italia.

 

 

           Né minori pericoli correva altrove il Talmùd. Alcuni anni prima della Riforma, Pfefferkorn, ebreo convertito, denunziò all'imperatore Massimiliano libri giudaici d'ogni sorta. È nota la controversia venutane di conseguenza, e come Reuchlin felicemente difese il Talmùd dalle fiamme che lo minacciavano in Germania e in Italia. Ciò volse l'attenzione dei dotti sulla letteratura degli Ebrei, e diede occasione alle Epistolae obscurorum virorum, alle quali poi tanti rubarono a man salva.

 

 

img/Talmud5.jpg           Fin dal 1290 gli Ebrei erano stati espulsi d'Inghilterra; onde pochi libri vi rimaneano da bruciare al tempo della persecuzione contro il Talmùd. A istanza di Manasse ben Israel, Cromwell permise loro di tornare; e il rumore levatosene convinse che quattro secoli non aveano spento negl'Inglesi l'odio contro gli Ebrei. Cromwell fu accusato d'esser tenuto pel Messia dai figli d'Israele; e la visita che un rabbino viaggiatore fece a Cambridge col pretesto di cercare manoscritti ebraici, dicono fosse diretta realmente a far risalire la genealogia del lord protettore infino a David.

 

 

           La persecuzione del Talmùd contribuì assai a renderlo vieppiù sacro ai rabbini, i quali non v'è elogio che non gli profondano.

 

 

 

 



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Cesare Cantù (Brivio LC 1804 - Milano 1895), storico ed insigne autore di tante opere e, soprattutto, della Storia Universale, primo esempio di racconto storico enciclopedico. Primo presidente della Società Storica Lombarda, fondò l'Archivio Storico lombardo.

 

   


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