Lo specchio infranto

 
Lo specchio infranto
 
di
 
Roberta De Tomi
 
 
 
 

img/PicassoMuchachaanteelespejo.jpgDopo l’umiliante sconfitta, Sophie si rifugiò nel camerino.

La delusione colava dagli occhi di cristallo, mescolata alla matita nera; attraversava le guance spennellate dal fard, a gocce bagnava le labbra lucide. Il bianco in cui erano affondate le iridi era intorbidato da un lieve rossore.

Le mani brancolarono sul tavolino, in cerca di una salvietta, recuperata dopo mille tentativi. Tornarono sul viso e strofinarono la pelle soffocata dal trucco.

Si guardò allo specchio, si buttò in faccia un getto di acqua gelida, poi si riguardò. Non si era mai vista così brutta, con i lineamenti stravolti, le occhiaie lasciate dalle notti insonni, i capelli ritti in testa. La bellezza sembrava essersi dissolta, senza lasciare una minima traccia. Colpa anche dell’idea che si era fatta di se stessa, quel continuo torturarsi, quel continuo affermare la cruda verità del fallimento.

Eppure lei era la splendida Sophie Le Doux.

Un’idea fatta carne, le cui misure avrebbero costretto i greci a rivedere il loro concetto di bellezza e di ponderatio. Era davvero il caso in cui la realtà, non solo rispecchiava, ma superava l’ideale. E proprio questo le aveva permesso di conquistare il mondo, invaso dal suo viso e dal suo corpo, immortalati nei manifesti e nelle copertine dei magazines.

La super modella era diventata un’icona. Un’icona per donne e ragazze che aspiravano alla perfezione. Un’icona per uomini e ragazzi, che potevano soltanto sognarla.

Sophie ripensò ai primi passi compiuti verso un successo scritto da una madre cameriera, manager inflessibile che aveva intuito le potenzialità della bellissima bambina. Ripensò ai suoi teneri occhioni che ammiccavano dalla vetrina di Benetton. Ripensò ai tredici anni ingombrati dal suo metro e settantacinque, al corpo da gazzella, che sfilava sulle passerelle delle feste paesane, ai primi scatti professionali. I ragazzi non avevano il coraggio di avvicinarla le ragazze sputavano invidia al suo passaggio. Poche erano le amiche; ancora meno erano stati gli amori.

img/PicassoLaFemmeQuiPleureAvec.jpgPoi, la sua vita aveva preso a correre sul binario dell’alta velocità.

Si aprì la stagione dei concorsi, degli scettri stretti tra le mani da regina. Sophie sbaragliava la concorrenza: era veramente la più bella. La brunetta francese, con sangue screziato da acqua di Po, era temuta da tutte le baby-miss: attraversava i palcoscenici con eleganti falcate, lasciandosi scivolare addosso i flash come una star hollywodiana . Era tutto così naturale; e naturale era per lei essere cinta da una corona di swarovski, essere squadrata, studiata, manipolata come un manichino.

A sedici anni, era già tra le promesse dell’agenzia di modelle Saloon. Tre anni di gavetta, tra book fotografici, pose per le pubblicità più stupide, bikini esibiti in clip di cantanti pop. E intanto c’erano le lezioni private, il diploma mancato, le pressioni della mamma, la dieta, la palestra. Si era dovuta sottomettere alle rigide regole di un mondo di plastica. Orari regolari, niente discoteca, nessuno stravizio. Se sua mamma l’avesse beccata con una sigaretta, avrebbe ricevuto solo schiaffi. Poi c’era la frutta, la verdura, il petto di pollo che ormai la stomacava. Niente MacDonald’s. Solo una pizza rossa, con qualche oliva. Niente maionese sulle patate fritte che a volte sognava. La cioccolata era stato soltanto un passeggero capriccio dell’infanzia. E quando vedeva Lisa, una sua collega – l’unica con cui aveva instaurato un rapporto – ingozzarsi di porcherie alimentari, senza mai aumentare di img/PicassoLafemmequipleure1.jpgun etto, provava un'invidia insostenibile.

Ma infine, mentre la carriera di Lisa restò legata alle foto di posa e a qualche servizio di moda casual, per Sophie arrivarono le grandi sfilate: Parigi, Milano, New York, Berlino. La vita era diventata una corsa forsennata, un imbarcarsi su aerei, su cui tornava poche ore dopo.

Viaggiava in continuazione, costretta ad accontentarsi di toccate e fughe che non esaurivano la sua voglia di conoscere il mondo. Vedeva persone diverse di cui, il giorno dopo, già scordava il nome, si lasciava sedurre da play-boy, che non volevano lasciarsi amare. Alle feste faceva tutto, tranne che divertirsi. I cacciatori di scoop la inseguivano per carpire i segreti della vita di una star.

Sophie era diventata il fenomeno mediatico delle passerelle. Più popolare di Gloria Garson, la venere nera che ad ogni sfilata le mostrava il dito, indispettita dall’attenzione che era riservata alla francesina. Più popolare della brasiliana dai fianchi di marmo, Bibi Ramirez.

La sua fama aveva raggiunto apici insospettabili, e alcuni avevano azzardato paragoni con dive del passato. Sophie aveva l’appeal di una giovane e rampante Marilyn Monroe, la grinta di una Jean Harlow, il misterioso magnetismo di Greta Garbo. E come queste donne, sembrava img/PicassoLaFemmeQuiPleure2.jpgessere relegata in una prigione di vetro.

Soldi, fama, successo, e solitudine: questi erano gli ingredienti della vita di Sophie.

Almeno sino a quel momento. Sino a quando non era arrivata la nuova Sophie Le Doux.

Chi l’avrebbe mai detto? L’Eva che aveva ceduto il posto ad un’altra Eva, e la non più starlette.

sarebbe stata investita dell’ambito titolo.

Chi era l’erede di Sophie?

Una certa Melissa Brown: pelle ambrata, occhi e capelli mielati, genitori manager di aziende con fatturati da capogiro. Anche lei altissima, anche lei bellissima; forse più bella della diva dagli occhi di ghiaccio. L’americana aveva spodestato l’europea, che a ventisei anni, cominciava a recare sul viso i primi segni della vecchiaia. Già alcune rughe contornavano gli occhi, sovrastavano il labbro superiore, segnavano la fronte. Segni leggeri. Leggeri segni di decadenza.

Sophie si gettò altra acqua gelida sul viso. Atto inutile a nascondere le lacrime che esplosero insieme alla delusione.

Quella sera aveva sancito il suo declino. Sulla passerella tutto ruotava intorno alla nuova star: gli stilisti, i giornalisti non avevano fatto altro che concentrarsi su Melissa; mentre Sophie si era dovuta accontentare di un flash e degli sguardi di alcuni affezionati fans.


img/PicassoStudio.jpg“Sono finita!”

Sophie si batté la fronte con le mani.

Non si vergognava di avere abbandonato la passerella, proprio nel bel mezzo della sfilata. Non aveva potuto sopportare di essere stata scalzata da un’americana raccomandata e priva di classe. L’aveva vista bere birra e ruttare come un orso poche ore prima. E tutti a ridere e ad adorarla… In realtà, a parte i soldi di mamma e papà e la bellezza, la nuova diva era davvero una bambola con il cervello raso terra. Conosceva solo l’inglese, e non sapeva nemmeno che a Roma c’era il Colosseo. Anzi, la prima volta che era sbarcata nella capitale italiana, le aveva sentito dire: “Quanti palazzi vecchi che ci sono! Non è ora di un restyling?”. Tutti l’avevano presa sul ridere, ma non lei, Sophie, che aveva sempre un libro a portata di mano e una mente versatile e sveglia.

Non capiva: che cos’aveva quella Melissa più di lei? Com’era riuscita a rubargli il contratto a sei zeri di casa Gautier? Così la torturava la testa, offuscata dal senso di onnipotenza.

La giovane alzò lo sguardo. Il camerino era tappezzato di sue foto. Sullo specchio c’era quella realizzata per Vogue. Più in basso, sopra ad alcune boccette di tonico, c’era lo scatto del leggendario David LaChapelle. Da lei il fotografo allievo del maestro Wahrol aveva voluto il massimo. Stivali di pelle lucida bianchi, un velo trasparente intorno alla vita, trucco stravagante, una farfalla posata sulle labbra, chilometri di ciglia finte, e un filo bianco che serpeggiava tra i boccoli.

Sophie prese la foto tra le mani e la esaminò. David aveva colto l’essenza della sua bellezza, ritraendola come una novella Venere. Nessuna nascita dalle acque. Solo una posa che evocava la ferinità raffinata di img/PicassoLacontraddizione.jpguna natura che aveva perso la propri genuinità.

Studiò un’altra foto più recente, realizzata per Chanel N. 5. Anche in quell’immagine risaltava tutto il fascino, accentuato dalla ieraticità dell’immagine, dal trucco raffinato, che rispecchiava solo una parte della modella. Sophie odiava quel profumo: troppo melenso e poco grintoso.

Si passò ancora la mano sul viso, guardò ancora le foto, e allora si trovò a riflettere sulla sua vita.

Che cosa avrebbe fatto, se non fosse diventata la “divina”? Quale futuro avrebbe avuto? E adesso che non sarebbe più stata al top, che cosa avrebbe fatto?

Rifletté sulle cose che le erano mancate: la pizza con le amiche, le confidenze durante un pigiama-party solo-per-donne, il cuscino stretto tra le braccia, il vasetto di Nutella vicino; e poi… l’amore. Già, non aveva mai avuto un uomo che la amasse per quello che era. Tutti adoravano la modella, non la donna. Gli uomini che aveva avuto, l’avevano esibita come un trofeo, e usata per farsi pubblicità sui giornali. Soltanto uno di loro, un giovane principino, bello e pieno di sé, sembrava essersi innamorato di lei. Le aveva fatto dichiarazioni bollenti, l’aveva amata con passione, e illusa, suo malgrado. Poi le ragioni di stato lo avevano riportato “sulla retta via” e lei si era obbligata a disinnamorarsi.

Sophie eliminò gli ultimi residui di trucco, e finalmente poté vedere il suo vero viso. In dieci anni, l’espressione si era fatta più matura, i lineamenti più duri. Era forse meno bella, ma più interessante. Era più donna. Più vera.

Quello che vedeva, però, era solo un riflesso di sé. Si trovò a non concordare con chi diceva che lo specchio riflettesse la verità. In realtà lo specchio rifletteva la parvenza della verità. E della Sophie-donna rimandava un simulacro di cui cominciava ad essere stanca.

Presa da un impulso irrefrenabile, afferrò l'oggetto e lo sbatté per terra con tutta la forza che aveva in corpo. Andò ad aprire la porta, da quasi mezz’ora tempestata dai colpi di ragazze e parrucchieri, che avevano cercato di riportarla sulla passerella. Il tonfo dello specchio aveva accresciuto la preoccupazione degli assedianti; preoccupazione rivolta al buon esito della serata, che i capricci della super- top stavano compromettendo.

Quando la serratura scattò, un nugolo di persone ronzò nello stanzino per subissare Sophie con invadenti, insensibili interrogativi. A loro importava soltanto che lei tornasse al lavoro. Della Sophie-img/PicassoArlecchino.jpgessere umano se ne fregavano. Come sempre.

“Perché sei scappata così?” chiedeva Jacques, il sarto.

“ Ti sei fatta male?” una collega-vipera.

“Miss Le Doux? Tutto bene?”un giornalista con la faccia da coguaro e la posa da iena.

“Devi metterti l’abito da sera!” Jacques.

“Lo specchio? Credevo ti fossi sfregiata!” augurio di un’altra collega.

“Miss Sophie, perché è fuggita?” una giornalista con occhiali da intellettuale.

Voci di ogni timbro e volume gareggiavano per la domanda e per la considerazione più stupida.

Un fotografo s’infilò tra la bolgia per uno scatto da scoop, mentre il giornalista-coguaro si precipitava verso Sophie, la biro premuta sul taccuino. Era pronto a cogliere l’attacco isterico da parte della diva spodestata. Poco gl’importava di quello che stava avvenendo nell’intimo della ragazza. A lui interessava raschiare la superficie della sua vita, con domande del tipo: “Miss Le Doux, è tutta colpa del contratto che Melissa Brown le ha soffiato?”

Si aspettava uno sfogo patetico, che avrebbe inaugurato una soap mediatica, piatto succulento per i rapaci dell’informazione. E invece, da vera diva, la super-top scansò tutti i presenti, lo sguardo inquietamente tranquillo.

Sulla soglia del camerino, si girò per la dichiarazione-fulmine: “ Melissa Brown? Se lo tenga pure il contratto! Io non ho più tempo da perdere con questa farsa!”

Sopgie allora abbandonò la sfilata. Fuggì dallo sciame ronzante, convinto della disfatta della ormai ex-diva.
Sophie uscì a capo scoperto, incurante della pioggia battente. Corse verso i vasetti di Nutella, verso i locali che non aveva mai potuto frequentare, verso l’amore che avrebbe potuto incontrare. Verso la vita che non conosceva.

 

 

img/PicassoDemoisellesdAvignon.jpg

 

 

 

Racconto inedito, 1 maggio 2009
Roberta De Tomi, 
Giornalista - Pubblicista
   


taninoferri.com sito sponsorizzato da ferridesing artaitec