Fantasma notturno
 
di Roberta De Tomi

 

 

Img/ghosts4.jpgDopo aver chiuso con cura il catenaccio e dopo essersi sfilata le scarpe con il tacco a stilo, andò a struccarsi. A malapena riuscì ad evitare un vaso, la caduta del quale avrebbe fatto balzare fuori dal letto i genitori ed il fratellino; ma per fortuna, all’ultimo minuto, era riuscita a schivare la sagoma affogata nell’oscurità, evitando così la catastrofe!
Infilò la porta del bagno.
CLIC!
Lo specchio rimandò la sua immagine stravolta da una serata di bagordi. Il kajal aveva lasciato delle vistose impronte sotto gli occhi di mare e, non appena poté mirare la sua immagine, Sara stentò a trattenere una risata. E pensare che conciata a quel modo aveva salutato il suo fidanzato, un aitante ventenne, con la fissa del look perfetto!
“Per fortuna, non c’era molta luce!” pensava, mentre detergeva il pasticcio clownesco con la salvietta profumata. Passò un batuffolo imbevuto di acqua di rose sulla pelle segnata dall’acne ed entrò nella sua camera.
Indossò una t-shirt extra-large - “Perchè non ti metti mai i pigiami che ti compro?” le chiedeva sempre la madre- e ripose una pila di manga - la sua passione! - nell’unico spazio vacante della libreria. Erano letture frivole, ma proprio grazie a loro, aveva la possibilità di evadere dalla realtà, di compiere la sua incursione nel mondo dei sogni.
Sara era sì una ragazza pragmatica, ma, come tante altre persone, aveva riservato dentro di sé un angolo destinato alle più intime fantasie. Era uno spazio proibito, che nessuno avrebbe mai potuto calpestare o violare. Era il Paese delle Meraviglie, il luogo in cui s’intrecciavano immagini che la grettezza del mondo e delle persone che la circondavano non sarebbero mai riuscite ad evocare in
lei, giovane adulta dal cuore ancora bambino.


Img/ghosts2.jpgSara s’infilò nel letto. Erano le tre, e ancora le risuonava in testa il frastuono della discoteca. Odiava quel genere di posto e detestava l’house; ma quella sera, le amiche l’avevano trascinata là, e lei, per non fare la parte della solita musona, si era dovuta adeguare. E proprio all’ingresso del locale, aveva incontrato il suo ex, Massi; il quale, dopo averla invitata a fare quattro passi, si era buttato in ginocchio davanti a lei, chiedendole perdono per quello che le aveva fatto passare in quei sei mesi di tempestosa relazione.
Quante volte non l’aveva cercata! Quante volte aveva deriso le sue passioni, i suoi desideri, le sue aspirazioni!
Quante volte Sara avrebbe voluto piangere sulla sua spalla, ma lui si tirava indietro, insensibile alla sua sofferenza!
Malgrado ciò, o proprio per questo - dando ragione al vecchio detto “in amor vince chi fugge” - la ragazza non riusciva ad odiarlo. L’amore l’aveva spinta ad accoglierlo tra le sue braccia, ad imprimere il marchio del perdono con un bacio che aveva stupito persino Massi.
“Sì, è giusto dargli un’altra chance!”
Sara sorrise, lo sguardo perso nel pieno di un amore appena ritrovato. Non sapeva se quella fosse stata la scelta giusta: soltanto il futuro le avrebbe dato una risposta.
Avrebbe fatto del suo meglio per non farsi scappare il ragazzo, com’era avvenuto due mesi prima; e Massi, dal canto suo, l’aveva riempita di promesse che sembrava voler mantenere. Voleva dare fiducia a quello scapestrato pentito.


Img/ghosts5.jpgSi strinse le ginocchia come una bambina indifesa, quand’ecco che il suo cuore, non più tormentato dagli assilli amorosi, fu invaso da una strana angoscia. Rimase seduta sul letto, impietrita. Con la coda dell’occhio, vide muoversi un lembo di stoffa. Trasalì, come se un fantasma fosse passato accanto a lei.
Sara si voltò verso la finestra. Con un sospiro di sollievo, constatò che si trattava soltanto della tenda mossa da un alito di vento; perciò si affrettò a chiudete il vetro che aveva lasciato aperto. Lo fece nel più silenzioso dei modi: il fratellino che dormiva nella camera accanto, aveva il sonno molto leggero! Infine si stese sul letto.
Ancora, quell’angoscia la perseguitava. Era certa di non essere da sola: qualcuno era lì con lei...
Le era già accaduto altre volte, soprattutto in occasione di una veglia notturna. E allora, per attutire l’ansia che le strizzava il cuore, lasciava che la luce l’accompagnasse nel mondo dei sogni. Era una custode che la rassicurava, debellando un timore, quello del buio, che, da sempre la affliggeva.
La notte per lei rappresentava l’incapacità di conoscere, l’incertezza. Era il regno di tutto ciò che sfuggiva alla sua comprensione e per questo la temeva.
“Uh!”
Un grido acuto scosse i suoi nervi. Aspettò che qualcuno, dalle stanze attigue, dicesse qualcosa; ma evidentemente quel verso era stato udito soltanto da lei.
Non era stato il lamento di una civetta, né il miagolio di un gatto in amore. Non era stato un grido di SOS lanciato da qualcuno in cerca di aiuto. Quel suono aveva un qualcosa di sovrannaturale.
Si sporse dalla soglia della porta, ma il buio le impediva di scorgere il nemico. Le sembrò di vedere una testa o un corpo macilento salire le scale. In realtà era solo un lazzo della sua immaginazione. Eppure, avvertiva una presenza aleggiare nella stanza. Nulla si muoveva, ogni suppellettile, ogni libro era al suo posto. Un’automobile sfrecciò sulla strada illuminata dai lampioni e, mentre si allontanava, si spegneva anche il tunz dell'autoradio.
Quel silenzio non rassicurava Sara. Poteva essere tutto frutto della sua fantasia o della stanchezza, ma sentiva che qualcuno le era vicino, pronto a sferrarle un attacco mortale, complici le tenebre!
Quante volte le capitava di accendere l’abat-jure, certa che un artiglio malefico era sul punto di sgozzarla?
Oppure, un boia fantasma era all'erta, pronto a calare la mannaia?
La ragazza rammentò il giorno in cui, bambina, stava aspettando che il padre uscisse dal bagno. Era seduta sul letto, assorbita da una lettura fiabesca. Per un secondo aveva levato lo sguardo verso la finestra e... TOC TOC!
Una mano gialla bussò al vetro. Intontita dal terrore, aveva sussurrato “Avanti!”
Che sciocca! Forse il mostro sarebbe entrato domandando il permesso?
Ad ogni modo, la piccola Sara scappò dalla stanza  per rifugiarsi in cucina. Cercò un bicchiere, si versò dell'acqua, ne bevve un sorso. Il resto rimase nel piccolo calice sollevato a mezz’aria, su cui la bambina aveva appoggiato lo sguardo assente.
Tornata al presente, Sara sentì qualcosa invadere il suo campo. Cercò di farsi animo e fu allora che il sonno prese il sopravvento.
Non appena ebbe chiuso gli occhi, vide dei volti, noti e meno noti, che non erano più in vita. Parlavano in modo incomprensibile, ridevano, piangevano, urlavano, strepitavano. Più che un sogno, quello sembrava una visione orripilante, un Inferno visto da fuori e che le faceva raggrinzire la pelle. Non c’erano gironi o falò, né anime di dannati o diavoli spelacchiati. Erano ombre più o meno anonime che si affollavano nella sua testa.
Sembrava che la stessero riprendendo per tutto ciò che di sbagliato aveva fatto nella sua vita. O forse, rivolgevano a lei un monito che riguardava tutto il genere umano?
Sara si svegliò di soprassalto, sconvolta, ma meno angosciata. Si accorse che la luce era rimasta accesa.
Forse l’aveva difesa dagli attacchi del nemico. Si alzò, tutta scarmigliata: erano soltanto le otto. Malgrado avesse dormito poco, si sentiva fresca ed energica come non era mai stata. Lasciò che la luce irrompesse nella stanza. E allora si sentì veramente bene.Img/ghosts3.jpg
Sapeva però che quella notte d'orrore avrebbe avuto un seguito. Nuovi nemici si sarebbero appostati tra le tenebre, in attesa del suo passo falso. Entità misteriose l’avrebbero costretta a ricorrere di nuovo alla luce, sua fedele custode. La mano forse avrebbe di nuovo bussato alla finestra, come aveva fatto molti anni prima.
La ragazza scrollò le spalle e considerò una nuova possibilità. Forse lo spettro contro cui si era dovuta scontrare più volte era dentro di lei, e le manifestazioni esterne non erano altro che proiezioni della sua mente.
Dunque c’era soltanto un modo per uscirne: attingere alla forza che aveva dentro di sé. Soltanto così il ricordo della mano, l’angoscia che aveva provato allora e che continuava a perseguitarla avrebbero assunto i contorni sfumati di un brutto sogno.
Sara si vestì. Malgrado tutto, si sentiva bene. Era pronta a passare un’allegra domenica con Massi, e non un pensiero la infastidiva. Il lavoro, i piccoli dissapori con i colleghi e con l'amica che aveva cercato di soffiarle il suo ragazzo: tutto era lontano.
La ragazza iniziò a scendere le scale, ma...
TOC TOC.
Qualcuno bussò alla finestra della stanza che aveva appena lasciato. Furono due colpi vigorosi e ben scanditi.
L’inquietudine che aveva cacciato via, le era iombata addosso con inaudita violenza. Questa volta fu la gamba sinistra a rimanere sospesa a mezz’aria. Rimase in quella scomoda posizione per molti minuti, l’orecchio teso, la bocca spalancata, la lingua incollata al palato.
Le ci volle non poco perché i pensieri tornassero a fluire nella sua mente, dopo essere stati imprigionati in una lastra di ghiaccio. Anche il suo corpo era congelato.
Era incapace di compiere il più semplice movimento.
Dopo mille, erculei, sforzi, Sara riuscì a sbloccare il cervello, preso d’assalto da mille quesiti.
Era la mano che l’aveva ossessionata per anni? Era tornata a perseguitarla, a rammentarle che esisteva qualcosa, là fuori, che voleva rendere la sua vita impossibile? E come poteva agire alla luce del sole, quel fantasma, che – lei credeva – apparteneva alla notte? La luce del giorno avrebbe dovuto fugare le anime del popolo dell'Oltretomba, che le tenebre facevano tornare sulla
Terra in cerca di un qualche risarcimento, di una vendetta, di un'anima ancora viva da perseguitare. E invece...
Sara abbassò la gamba e, molto lentamente si girò su se stessa. Esitò ancora, poi capì che era arrivato il suo momento. Doveva affrontare il fantasma che la ossessionava dall’infanzia. Doveva vederlo, lottare contro di lui, sconfiggerlo.
Img/ghosts.jpgPreso il coraggio a due mani, si precipitò verso la finestra. Si bloccò davanti alla tenda, odorosa di lavanda.
Alzò la mano, la abbassò, poi la sua espressione si trasformò. Divenne quella di una ragazza coraggiosa, che non temeva niente e nessuno. Era una guerriera e con la stessa audacia di una guerriera, agì, rapidissima.
Alzò la tenda, spalancò la finestra e, finalmente poté fronteggiare il nemico.
Due occhietti neri la guardavano, curiosi ed innocenti.
La fronte di Sara, corrugata dalla determinazione, si distese alla vista del nemico. Non era un orrido mostro tutto grinze e bitorzoli, né un cavaliere decapitato.
Un passerotto la guardava, il capino piegato dalla curiosità. Saltellò sul davanzale, in cerca di una briciola che non trovò, poi salutò la ragazza con un trillante “Cip!” e volò via.
Era quello il suo nemico?
Sara scoppiò a ridere. Rise fino al pianto, mentre si dava della stupida e ripeteva ad alta voce: “E quello era il mio nemico!”
Solo dopo essersi calmata, si lasciò scivolare a terra.
Tirò decine di sospiri di sollievo, asciugandosi le lacrime che correvano sul viso arrossato dallo sforzo e giacque ancora in quella posizione per molto tempo.
Sentì il cuore più leggero, la mente sgombra degli orrori che la notte le aveva sempre rifilato. Era come guarita da una malattia di cui aveva sempre rifiutato il rimedio. Si era decisa a mandare giù lo sciroppo che non aveva mai voluto prendere, perché troppo amaro. Poi aveva afferrato il cucchiaino colmo di medicina e... via!
L’aveva inghiottita tutto d’un fiato. E finalmente era guarita.
La ragazza si rialzò e si precipitò giù, certa che quella notte non avrebbe più avuto bisogno della luce.
“Un consumo in meno!” commentò, mentre i fantasmi che avevano sino a quel momento turbato il suo riposo, sgusciavano via, fuggivano lontano. Fantasmi esorcizzati di un passato che non sarebbe più tornato.

Roberta De Tomi
2006

 

 

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img/RobertaDeTomi.jpgNata a Mirandola il 7 settembre del 1981, Roberta De Tomi comincia a scrivere i suoi primi racconti a soli 8 anni.
Nell’adolescenza la vena creativa si spegne, complici i problemi insorti durante gli studi liceali. Il periodo difficile si prolunga anche all’Università, ma l’incontro con il teatro e le letture di Herman Hesse e di Arthur Schnitzler riaccendono la passione. Così, tra un esame e lavori vari, Roberta ricomincia a scrivere. Ma solo dopo la
laurea al DAMS, conseguita a 23 anni, vede i frutti del suo lavoro.

 

   


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