Un incontro tardivo

di Anna Carbich

 

 

 

Strana cosa davvero il tempo. La sua valutazione è così soggettiva. Per la stessa persona un’ora può sembrare un’eternità o passare in un baleno. Finché si tratta di un’ora, ma un’intera vita? Quanti pesi e quante misure si debbono usare per una vita intera?

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Sono questi i pensieri che occupano la mente di Elisa dopo l’incontro del mattino al cimitero.

Di tanti posti proprio al cimitero dovevano incontrarsi. Perché no. Quando non si sono subìti lutti recenti il cimitero può sembrare un luogo ameno, con tutti quei fiori e colori, in un periodo che di fiori spontanei ormai non ce n’è più. Se poi il camposanto è in una città dove non si vive più da anni è come fare una passeggiata nel tempo.

Ci veniva da bambina con la sua mamma, solo ai morti, a controllare la tomba di famiglia. In casa non erano mai stati tipi da cimitero. Si doveva però pulire e mettere in ordine la tomba prima che venissero i parenti dalla città.

Rito novembrino.

Le piaceva la simmetria rassicurante del cimitero. A pianta rettangolare, con i campi divisi in cardi e decumani. Adesso è cresciuto in modo disordinato, proprio come la città circostante, con mausolei apparsi qua e là, secondo i capricci dei nuovi ricchi e dei loro architetti.

Elisa tuttavia non riusciva ad associare il cimitero all’idea della morte. No, neanche adesso collega quel luogo al ricordo dei suoi cari, di cui ha solo ricordi vivi, i cui nomi sono andati ad aggiungersi a quelli di nonni, bisnonni e prozii. Mamma e papà e altri parenti sono sempre presenti nella vita di tutti i giorni, nei ricordi, nei pensieri, persino in certi atteggiamenti che da giovane criticava e che adesso si ritrova anche ad imitare.

img/tempo2.jpgNon sapeva nemmeno che la semplice tomba del padre di Marco fosse lì, vicino alla loro.

Si erano incontrati così quella mattina, un mazzo di fiori in mano, in quella bellissima giornata autunnale.

Si erano riconosciuti subito. Certe persone cambiano molto, sono quasi irriconoscibili dopo tanti anni, o se si riconoscono, magari non hanno più niente da dirsi. Il saluto è veloce, superficiale.

Non così l’incontro di quella mattina.

Il piacere era stato sincero, immediato, e avevano cominciato a chiacchierare, sorridendo, dimentichi della sacralità del luogo. Si erano raccontati delle loro famiglie entrambe numerose, delle loro professioni, dei loro interessi, molteplici.

Si erano già visti altre volte nel corso degli anni, sempre di sfuggita, forse proprio a qualche funerale.

Sempre, si era sorpresa Elisa, con lo stesso piacere, sempre avevano ritrovato senza alcuna fatica l’intesa di tanti anni prima.

Cos’era successo, pensava, da quanto si erano persi di vista e come mai? Eppure c’era stato un periodo in cui si vedevano quasi tutti i giorni. Ricorda, Elisa, le lunghe chiacchierate, quando lui l’accompagnava a casa dopo essere stati all’oratorio a giocare a ping pong. Erano proprio giovani, poco più che bambini. Quindici, sedici, forse diciassette anni lei, qualcuno di più lui. Non era una ragazza precoce, Elisa. Non ingenua forse, ma ancora bambina, molto bambina. Studiavano tutti e due in città e si incontravano sul treno, la domenica sera.

Ecco, adesso che ci pensa Elisa ricorda. Forse era un po’ innamorata, ma era così giovane e inesperta che la cosa era rimasta platonica. E poi lui era innamorato di un’altra, la sua migliore amica, o almeno così credeva Elisa. Infatti era bastato cambiare scuola che l’amicizia si era allentata, e poi aveva scoperto, dopo qualche anno, che non era di lei che era innamorato Marco. Stranamente però l’amicizia per la compagna si era con gli anni trasformata se non in antipatia, di certo in indifferenza.

img/tempo4.jpgMarco era sempre così gentile. L’aveva portata anche a vedere un film molto impegnato, forse Hiroshima Mon Amour, forse L’Anno Scorso a Marienbad, uno o l’altro, troppo difficile comunque per una ragazzina come lei che guardava ancora i film di Walt Disney o quelle commedie americane che avevano sempre il lieto fine. No, lui era già appassionato dei film di Ingmar Bergmann ed era già impegnato in politica. Aveva un po’ l’atteggiamento di un fratello maggiore, quasi protettivo. Lei non era pronta, troppo immatura.

Chissà forse un po’ lei gli piaceva. Una sera infatti, sempre in treno, come volavano quelle due ore, le aveva detto che aveva dei bei colori. E in effetti il maglione turchese valorizzava l’azzurro degli occhi, e il suo era un sano colorito roseo grazie anche alla propensione ad arrossire ad ogni momento, cosa che la faceva vergognare molto. Come avrebbe voluto essere pallida. I capelli, sempre spettinati, sempre ribelli, erano castani, con riflessi sul rame, e non avevano ancora bisogno di ritocchi, come adesso.

Non sa se proprio quella sera o un’altra, le era venuta una gran voglia di baciarlo, come succedeva negli sciocchi romanzi d’amore che le piaceva tanto leggere, ma non aveva avuto il coraggio di prendere lei l’iniziativa. Lui forse non se n’era nemmeno accorto.

Un giorno Elisa aveva invitato Marco a casa sua, in città. Non era successo niente, anzi, forse erano un po’ tesi, imbarazzati.

Al suo compleanno lui le aveva mandato un bellissimo biglietto, ricorda di averlo conservato per anni, di averlo anche copiato perché non era mai più riuscita a trovarne uno così bello.

Il biglietto, ripiegato più volte, si apriva e si vedeva qualcuno che cercava fra mille fogli e diceva “ho cercato”, poi si apriva un po’ di più e di nuovo l’omino disperato che cercava e diceva “ho cercato” e poi di nuovo, e di nuovo, finché il foglio si apriva completamente e l’omino esausto diceva “Ma non ho trovato niente per una persona simpatica come te”.

Si erano anche scritti, forse un paio di lettere. Elisa si era un po’ spaventata, lui scriveva troppo difficile per lei. Troppo serio, troppo impegnato.

Poi lei si era stancata.


img/tempo3.jpgVago il ricordo, ma una sera gli aveva detto qualcosa come “non sai cogliere le occasioni”. Lui l’aveva guardata perplesso. Cosa poteva sapere Elisa della vita e del mondo a sedici anni? Avrebbe dovuto insistere, pazientare?

Era giovane e priva di esperienza, ma aveva capito che lui era sempre innamorato di un’altra e che lei comunque non era pronta. Doveva vivere la sua vita, fare i suoi errori. Poi aveva cominciato a viaggiare, lavorare, e di errori ne aveva fatti tanti, come tutti.

 

Certo è strano, pensa ancora Elisa quella sera, come ancora adesso, dopo tanti anni, provi lo stesso piacere di allora nell’incontrarlo, insieme a un senso di rimpianto. Non erano le solite domande di rito le sue, era davvero interessato a quello che gli stavo raccontando. Dopo tanti anni Elisa aveva ritrovato in Marco lo stesso atteggiamento giocoso e serio di quando era ragazzo così come aveva avuto la sensazione, così rara, di essere considerata, presa sul serio.

Non ci era abituata, Elisa.

In famiglia, essendo la più giovane, era sempre stata “l’ultima ruota del carro”, poi ci si erano messi marito e figli adolescenti a farle andare l’autostima sotto i piedi, per non parlare della scuola. Come tutti gli insegnanti, infatti, è abituata ad essere oggetto più di scherno che di attenzione. Eppure non sono proprio da buttar via, cerca di consolarsi Elisa.

Strano davvero, pensa, che ci siamo incontrati proprio oggi, in una ricorrenza triste, in un luogo che proprio allegro non è.

Eppure mi ha fatto bene rivederlo, pensa ancora Elisa, mi sono sentita la ragazzina di una volta, per un momento è stato come se tutti questi anni non fossero passati.

Chissà se ha capito che sono finalmente cresciuta, che sono diventata grande anch’io, che adesso potrei finalmente provare a vedere Hiroshima Mon Amour.

Chissà cosa sarebbe successo se… si trova a chiedersi Elisa.

Scaccia subito il pensiero, inutile farsi male, la storia non si fa con i se e con i ma, pensa affrontando una curva della strada che la riporta a casa, alla sua vita di tutti gi giorni.

Chissà, forse ci incontreremo ancora l’anno venturo, al solito posto…

 

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Anna Carbich

Settembre 2006

 

 

   


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