Moglie e marito

di Gabriele Prignano 

 
 
 
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        Quel grigio, fumoso pomeriggio faceva anche freddo e io me ne stavo ben coperto nel lurido studio, tra polvere, carte e vecchi scaffali traballanti. img/moglieemarito00.jpg Lamentavo, ricordo, un orribile mal di testa, a dispetto di compresse e supposte di cui mi ero imbottito durante l’intera mattina.

         Per allontanare i molesti pensieri, causa anche di una noiosa diarrea, cercavo inutilmente di rimettere ordine tra libri e giornali che mi apparivano muti e freddi come cadaverini.

         Erano vecchi libri che mi portavo dietro dall’infanzia, alcuni con dediche patetiche (“al mio più caro amico Gennaro”) e altri imbrattati, ingialliti e sgualciti.

         Ero stato, ripeto, investito da una realtà troppo diversa da quella contenuta in quei libri e gli eventi maturati mi lasciavano intravedere un diverso senso della vita: per nulla tale da poter rimanere imprigionato nella morsa di un vecchio volume scritto da vecchi rimbambiti.

        Insomma, mi sforzavo di tenermi lontano dai ricordi più brucianti, inveendo contro inermi scritti, quando, entrarono “loro”.

         Lui, fratello di mia moglie, era vestito col solito cappotto nero, camicia bianca e cravatta: squallido, insomma. E dietro di lui, il visino sorridente della sorella, Luisa, con giacca guarnita di pelliccia e ampia gonna svolazzante. L’avrei cacciata via a pedate, ma non potevo. Sapevo che, se avessi provato a farlo, mi sarei scontrato ancora una volta con mia moglie, Elena.

I due entrarono quasi di corsa, Armando mi strinse la mano, - la solita stretta calorosa, il ruffiano! - e Luisa mi abbracciò, ungendomi entrambe le guance di saliva e scusandosi se si era intromessa, ma lei voleva sapere e capire e, magari, anche dare una mano d’aiuto.

“Tu?“ dissi, sorpreso “Dare una mano a me? Complimenti! Il guaio, purtroppo, è che se sei qui certamente sei tu che cerchi una mano d’aiuto. E dai, ammettilo! ”

         E non parlavo certo a vanvera. Luisa era stato da poco piantata dal marito, a causa delle sue stravaganze, ed era tornata a vivere di nuovo coi genitori. Anche qui, però, la storia non andava certo meglio. Litigi, incomprensioni e persino botte avevano la stessa cadenza e puntualità dei telegiornali.

        Era, dunque venuta non per me, ma per confidarmi le sue angosce.

“Certo!“ fece lei “Ti spiace? Anche io potrei aver bisogno di qualcuno, qualche volta. E’ che le cose peggiori, però, - guarda caso! - capitano sempre a me, Sarà, forse, perché ci avrò la calamita, o chissà cosa, ma intanto prova tu a immaginare di vivere nelle mie condizioni: parlo da sola, persino di notte. Ma sorvoliamo, per ora almeno. Occupiamoci di te, dai! Poi spero si possa pensare anche un po’ a me. Se ti va, naturalmente.“

        Disse “occupiamoci”, ma era come se avesse detto: “Sbrighiamoci! Non perdiamoci in chiacchiere, mi raccomando!”

         D’altra parte, nemmeno Armando aveva intenzione di perdere del tempo, perché, in quanto rappresentante di commercio, il tempo è denaro. E poi, anche lui conosceva fin troppo bene Luisa e, perciò, temendo di ritrovarsi in mezzo a nuovi guai, che l’avrebbero costretto a perdere ulteriore tempo, si affrettò ad affrontare subito il problema per il quale mi si era presentato.

“Ascolta“ fece, modulando la voce come stesse per farmi chissà quale confidenza “non prendiamoci in giro, noialtri. Siamo uomini o no? E allora andiamo al sodo, dai! Un problema come il tuo va risolto presto e bene. Sbaglio, forse, secondo te? “

          Aveva cominciato bene, con una certa foga e abbastanza sicuro di sé. Ma ora cominciava a tremare, perché era il momento - appunto! - di andare al sodo.

“Vedi“ riprese “nulla è irreparabile, intendiamoci, ma, come si dice: meglio prendere subito il bue per le corna. Io la penso così e credo di non sbagliare. D’altra pimg/moglieemarito1.jpgarte, non pare ci sia altro da chiarire, perché a parlare, e fin troppo esplicitamente, è la Tac, non io, e, perciò…”

           Ebbe ancora un momento di esitazione, quasi per timore di una reazione violenta, non certo per pietà. Ne aveva detto di stupidaggini, a cominciare da quel nulla di irreparabile! Ma poiché  apparivo ed ero realmente imbambolato e per nulla attento ad un discorso che, d’altra parte, mi era già venuto da più parti: dal medico di fiducia, dagli amici e persino dal parroco, Armando riprese coraggio e si affrettò a concludere:

“…perciò, dicevo, dammi retta almeno una volta. Una sola volta, dico, che ti costa? Facciamoci questo interventino e non pensiamoci più! Dopotutto, anche ammesso che il coso fosse maligno, fortunatamente pare sia di dimensioni ridotte e, quindi, si è ancora in tempo ad evitare il peggio. Tieni ben presente quanto ti sto dicendo, mi raccomando. Dopo, poi, avremo tutto il tempo che occorre per sistemare le altre questioni: per esempio, tutto questo gran casino che state combinando tu e Elena. E anche gli affari, che rappresentano anche loro, purtroppo, una bella mazzata. Sbaglio?“

          Luisa, che per gli amici passava come la mezza scema, - e, in realtà, forse lo era per intero - era tuttavia, come ho già detto, un’autentica attrazione, in quanto a femminilità, cosa di cui appariva orgogliosa, al punto che non esitò a mettersi tranquillamente seduta di fronte, ad accavallare le gambe e a sorridermi maliziosamente, pensando forse persino di farmi ancora una volta gli auguri di buon anno e di stamparmi una mezza dozzina dei suoi umidi baci sulla guancia.

         La mezza scema, d’altra parte, aveva distribuito auguri e baci come caramelle un po’ a tutti per oltre un mese ed era tentata di farlo ancora una volta, in una circostanza non certo allegra. Invece, fortunatamente per lei, si limitò a dire, con improvvisata euforia:

“Armando è un Dio. Lo vedi?“

“Che s’è inventato?“

“Niente, diciamo, perché, secondo te, esiste un solo grand’uomo su questa terra: solo tu, insomma?“

“Vai avanti.“

“Conosce Ospedale, primari, medici e infermieri. Ti basta?“

“Beh?“

“ Poche chiacchiere ed è arrivato subito alla conclusione. Friggendo e mangiando, diciamo qui a Napoli. Mi serve un favore urgente, ha detto. E ha ottenuto il favore urgente in pochi secondi. Si sono precipitati ad accontentarlo, insomma. Ti prendono subito, se vuoi. Digli almeno grazie, no? “

“E perché?“

“Sarai operato quasi subito, se ho capito bene, perché tutti al “Cardarelli” si img/moglieemarito2.jpginchinano al suo passaggio, pronti anche a leccargli il sedere. E, perciò, con un paio di telefonate ha sistemato tutto. Tu - pensa! - sarai il primo ad entrare in sala operatoria e, quindi, anche il primo ad uscire. Non è bravura, questa, o sono sempre quella che sbaglia tutto, anche stavolta?“

         Non risposi. Non feci alcun cenno, né di assenso né di dissenso. Forse non avevo nemmeno sentito, ma certamente non avevo dato alcun peso alle sue parole, improvvisamente assalito da una rumoreggiante folla di ricordi, che mi avevano trascinato via, lontano nel tempo in un deserto arido e arso. E lontano da loro.

         Pensai che Luisa aveva da poco superato i trent’anni e, malgrado la superficialità e l’insensatezza dipinte a chiare lettere sul suo visetto tondo e roseo, era, ripeto, formosa e attraente, qualità che, anche se usate a caso, le permettevano di raggiungere traguardi vietati alla maggioranza dei mortali.

        Purtroppo, apriva le porte - e non solo della sua casa - indiscriminatamente a tutti.



        Mentre riandavo col pensiero al recente passato, Luisa parve fare eco a mia moglie:

“Allora è vero,“ disse “ha ragione, la poverina, tu ti sei proprio rincoglionito, Genna’. Parlo parlo e tu chissà a cosa pensi? “

“A nulla.“

“Allora non l’ hai capito che ci stiamo dannando l’anima per te? Devo mettertelo per iscritto, per caso?“

img/moglieemarito4.jpg       Ero in rotta con Elena e il fatto che Luisa facesse ancora una volta il suo nome per ribadire che ero rincoglionito mi mise ancor più di malumore. Era appunto quello il linguaggio di mia moglie, il suo modo di dialogare. Solo con me, naturalmente, perché con tutti, amici o parenti, era di una delicatezza davvero sorprendente. E, perciò, ero confuso ed esasperato,  quasi fuori di senno.

      Con chiunque parlassi, avevo come la strana sensazione di parlare con Elena: stessi toni, stesse parole, stessa impietosa durezza. E, tuttavia, - pensai - avevo di fronte a me una sola alternativa: assecondare la cognata, ricoverandomi d’urgenza, o scendere in strada e girovagare senza meta su e giù per i vicoli di Napoli, perché tornare a casa e sentirmi ripetere da Elena il solito ritornello “scimunito, scimunito”, mi avrebbe procurato sensazioni che almeno quella sera mi apparivano insopportabili. Chissà, - pensai - che alla fine non commetta una pazzia. Avevo, però, promesso a me stesso che avrei evitati schiaffi e pugni, per non compromettere ulteriormente i nostri rapporti. Soprattutto la mia esistenza.

“L’ammazzassi“ pensavo “che ci guadagnerei? che tipo di vita mi aspetterebbe in galera? “



     Dunque, durante tutto il tempo in cui me ne ero rimasto con la sguardo basso a fissare il pavimento, sia Luisa che Armando non fiatarono. Più che impauriti, mi sembravano sgomenti. Era stato sollevata una questione non certo di poco conto. Avevano entrambi temuto che avessi potuto reagire nel mio solito modo strambo, o piangendo o inveendo. E invece apparivo del tutto indifferente, Anzi assente. Ero forse già fuori di me? Sarebbe stato il caso, forse, di chiamare qualcuno in aiuto: un medico, un’ambulanza o degli amici che fossero in grado di dar loro una mano? Dissi:

img/moglieemarito3.jpg“Elena dov’è?“

“In cucina, credo. O a letto. E chi lo sa?, Ne sai qualcosa, tu?“

Rifiutai sdegnosamente di rispondere, con un gesto perentorio della mano. Era fin troppo evidente che mia moglie intendesse sottrarsi a qualunque incontro, credo anche per il timore che il discorso di un imminente ricovero la inducesse a mostrarsi in qualche modo più indulgente nei miei riguardi. E, dunque, risposi: ”Non importa.“

In realtà, ero scandalizzato, anzi irritatissimo. Ci si può anche arrivare al divorzio, perché, giunti a questo punto, mille volte meglio il divorzio che le coltellate. Ma una circostanza grave, come  l’intervento a cui mi apprestavo a sottopormi, non imponeva, forse, - pensavo - di mostrare, anche fingendo, magari, un minimo di sensibilità e di umanità? E allora decisi:

“ D’accordo! “ dissi, fissando in volto Armando. “ Sono pronto, dai! Partiamo? “

 

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Tratto dal romanzo “La moglie in soffitta” di Gabriele Prignano.


   


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