Un posto al buio

UN POSTO AL BUIO

di  Barbara X

 

img/postoalbuio.jpgUn mattino mi accorsi di esser rimasta senza soldi. Mi restarono solo gli spiccioli d’emergenza che avevo sempre tenuto dentro un barattolo che una volta usavo per tenerci lo zucchero.

Come sempre mi accade in questi casi, anche quel giorno fui preda di una comprensibile angoscia. Le speranze di trovare un lavoro che mi desse da vivere andavano affievolendosi sempre più; questo non tanto per responsabilità mie (sempre ammesso che essere transgender sia una colpa), quanto per i passi indietro che già allora stava compiendo la società. Da quando trovai il mio primo lavoro fino a quel giorno particolare di cui sto trattando, erano mutati parecchi atteggiamenti nelle persone. Se prima mi si prendeva comunque in considerazione, da quel giorno scoprii che la gente, alla mia richiesta, allargava le braccia, sorrideva impacciata, voltava il capo da un’altra parte. Capii ben presto che ciò era dovuto alla mia condizione: la società, man mano che passavano i giorni, mi diceva che le possibilità per una donna come me erano sempre di meno. La stragrande maggioranza della gente non era più disposta a riflettere e a concedere spazio al buon cuore. La gente cominciava ad avere quella paura nei confronti della diversità che al giorno d’oggi è esplosa in tutta la sua demenziale ripugnanza. Chi manovra i fili dei burattini che popolano la massa, ha capito che coloro ai quali si rivolge non hanno più difese, cioè capacità di giudizio e discernimento, perciò seguita a colpirne le menti con devastanti precetti che essi seguono passivamente. E’ da qui che hanno origine la violenza, il razzismo, l’esclusione.

Fu praticamente da quel giorno che iniziai a collezionare tutta una serie di rifiuti da parte del sistema. Pochissimi mi dicevano: “Come faccio ad assumere una come te? La ditta ha una certa immagine, nel reparto succederebbe un finimondo! No, no, per favore, lasciamo perdere.” Tutti trovavano altre scuse, ma il risultato era sempre il medesimo: venivo privata della dignità di un lavoro, venivo emarginata. A volte provai a dire apertamente al mio interlocutore quel che pensavo riguardo al suo rifiuto:

“Secondo me lei non mi dà da lavorare perché sono una persona transgender.”

“Ma figurati!” mi rispondeva quello, fingendosi scandalizzato per la mia uscita. “Siamo nel terzo millennio! Non si fa più caso a questi particolari. Sai dov’ero fino a due giorni fa? A Londra! Là ce ne sono un’infinità di situazioni simili alla tua, e io ci sono perfettamente abituato, sono il mio pane quotidiano. Non ti assumo perché non ho bisogno di personale.”

Nei giorni successivi passavo nei paraggi della ditta in cui avevo sostenuto questa specie di colloquio e sempre mi accorgevo che vi avevano trovato da lavorare altri o altre.

E così, cosa deve fare una persona con la dispensa quasi vuota per sperare di avere qualcosa da mangiare il giorno successivo? Deve procurarsi dei soldi: semplice. Io, non avendo mai voluto rubare, avevo solo un’altra alternativa: la strada. Quella sera stessa mi armai di coraggio, vinsi la paura, il freddo e lo schifo, indossai dei jeans attillati, un top nero di velluto, un giubbetto rosa, un paio di sandaletti estivi col tacco a spillo e mi truccai a dovere. Attesi che si facesse una certa ora, poi uscii di casa. Scesi le scale senza accendere le luci e, arrivata dabbasso, sbucai all’aperto: aveva ripreso a nevicare, e io non avevo con me l’ombrello. Dopo pochi passi cominciai a sentire i piedi fradici.

“Veronica, mi posso mettere qua?”

Ciao Donna!” esclamò la mia amica voltandosi. “Tu vuole lavorare? Sì? Alora tu andare altra parte di strada, là, vicino distributore.

Quella era la zona del cimitero, ma anche della biblioteca rionale. Mi misi nel punto indicatomi da Veronica e iniziai ad aspettare. Con l’ombrellino che mi aveva prestato. “Mary Pompins,” pensai amaramente.

Tirata fuori la priimg/postoalbuio2.jpgma sigaretta, cercai di rilassarmi e di reificarmi, per così dire. Ma lo squillare del telefono non mi aiutò. Lo cercai nella borsa, e sul display illuminato lessi: “Logos.”

“Ciao.”

“Ciao.”

“Posso venire da te?”

“Non sono a casa. Sto da un’amica. Rientrerò tardi.”

“Tutto bene?”

“Sì, sì, non preoccuparti, tutto bene. Ciao.”

Il freddo e il contesto in cui mi trovavo congelarono il mio cuore. Non mi resi neanche conto dell’indifferenza con la quale mi rivolsi al mio compagno: non ero dispiaciuta, non provavo dolore, nulla. Come se niente fosse, feci vagare la mente nei ricordi; quel buio e quel silenzio dentro di me mi costrinsero a pensare alla mia adolescenza, alle scelte che avevo compiuto in passato, alle situazioni che avevo vissuto e compagnia bella, come dice Salinger.

Iniziai richiamando alla memoria gli anni della scuola e dei vecchi compagni di classe, gli anni in fondo grigi e privi di senso durante i quali qualcuno (o qualcosa) si divertì nel portar via alla mia mente e al mio cuore del tempo prezioso.

Non mi piaceva andare a scuola, diciamolo, tuttavia cercavo di comportarmici seriamente. Dal punto di vista del profitto arrivavo a fatica alla sufficienza, perché mi applicavo poco nello studio. Inoltre detestavo il clima di terrore che creava il preside con il suo vile autoritarismo, la cacarella dei miei compagni prima di un innocuo compito in classe o di una interrogazione, certe lezioni dei professori e i loro teatrali pistolotti finali. Le uniche ore che mi attraevano (e che ritenevo veramente più utili di un’arida lezione di matematica) erano quelle passate in palestra a giocare a pallavolo oppure quelle dedicate al cineforum e all’assemblea di classe.

“Quanto vuoi per un pompino?”

“Venti. Col guanto, naturalmente.”

Un mattino ci diedero Taxi driver, con Robert De Niro. Come mi piacque. Apprezzai moltissimo anche L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski, mentre mi impressionò non poco Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. - Chissà come avrebbero reagito i miei vecchi compagni di scuola se mi avessero vista sulla strada, sotto la neve, di notte… Forse non mi avrebbero neanche riconosciuta. Del resto, che me ne fregava? Ai tempi della scuola mi premeva unicamente che arrivasse presto il sabato: com’era bella l’ultima campanella della settimana!

“Troiaaa!”

Nel primo pomeriggio ci si dava appuntamento ai giardini per fumare e chiacchierare nei pressi delle siepi e delle cordonate delle aiuole, tanto per studiare c’era tempo domenica; poi, la sera, si andava a qualche festino pacchiano, oppure a una delle tante sagre di paese sparse nella provincia, dove si poteva mangiare qualcosa, tentare la fortuna alla pesca e ballare in un ampio spiazzo con la musica da discoteca selezionata dal miglior d.j. della radio locale. Apparentemente, tutto sembrava filare liscio, tra bestemmie, sbadigli, caos e risate; ma io mi sentivo una straniera (o, per meglio dire, uno straniero); ero tormentata dal fatto che non avevo un’appartenenza, un ruolo, e non riuscivo a spiegarmelo: sentivo solo il dolore che mi derivava da tale situazione, compresa solo qualche anno più tardi. Con i maschi non condividevo quasi nulla e non partecipavo alle loro animate discussioni sui motori o sullo sport, mentre le ragazze le osservavo con ammirazione, simpatia e un pizzico di invidia. Si mettevano in ghingheri, si truccavano (spesso come delle baldracche) e provocavano indossando degli abitini succinti che lasciavano intravedere molto dei loro giovani corpi. Era esattamente quello che avrei voluto fare io, ma si trattava di un pensiero che facevo fatica a confessare perfino a me stessa, tanto mi turbava.img/postoalbuio5.jpg

“E allora?”

“Cosa?” domandai, senza guardare dentro l’abitacolo della lussuosa berlina che mi si era appena fermata davanti.

“Senti,” bisbigliò quello, timidamente, “vorrei chiederti una cosa. Mi faresti la pipì in faccia?”

Piegai il busto in avanti, mi abbassai e guardai in quell’abitacolo. Un omino di mezza età, vestito elegantemente, mi sorrideva pavido. Sul cruscotto, la foto di una donna e due bambini: sicuramente sua moglie e i suoi figli. La macchina era proprio quella di chi, di giorno, mi negava un lavoro dignitoso, ma mi veniva a cercare di notte, al buio, per chiedermi certe cose.

“Va bene,” risposi tranquilla, “non sapevo proprio dove andarla a fare: ma dammi almeno un cinquanta.”

Lui pagò non appena mi sedetti al suo fianco, poi, al primo semaforo rosso, aprii la portiera e lo piantai in asso. Non era degno nemmeno della mia pipì.

Ritornata alla mia postazione, ripresi a straniarmi dal tetro ambiente circostante e tornai a dedicarmi al fluire dei ricordi, interrotto di tanto in tanto dalle richieste di certi omuncoli. Mi sovvenni che, per dimenticare lo squallore e l’apatia, incominciai a scoprire la grande letteratura. Sì, diciamo pure che mi rifugiai nei tesori letterari del passato, nei classici: e fu una delle poche cose veramente belle che mi toccarono. Volevo a tutti i costi cancellare dalla mia mente la rozzezza di quei miei compaesani che la domenica mattina andavano in chiesa, ostentando ridicoli atti di devozione nei confronti del parroco, dopo essere stati a caccia e aver bestemmiato già mezzi ubriachi. L’idea di diventare come loro mi faceva inorridire: ma chi o cosa volevo diventare?

Ero un ragazzino confuso. Lessi L’uomo dal braccio d’oro e mi identificai molto nel protagonista, Frankie Machine, un eroe caduto all’inferno, travolto dalla droga. Un’altra notte ancora sognai di essere stato condannato alla sedia elettrica malgrado la mia innocenza, proprio come successe a Montgomery Clift in Un posto al sole. Spesso poi mi capitava di sognare la strana morte di un ragazzo gentile che magari mi aveva guardato con dolcezza durante il giorno, la strana morte di un fiore già somigliante a uno scheletro, la fine di ogni cosa, il vuoto - e allora l’assurdo e monotono dolore di sempre che deturpa il mio panorama isterico di immagini sanguinanti e pensieri folli, mi pareva più dolce, più sopportabile…

“Porca puttana, come nevica,” pensai d’un tratto, osservando i fiocchi di neve cadere fitti nel cono di luce di un lampione. “Qua, se non si ferma qualcuno, mi viene la polmonite fulminante o raccapricciante o come cazzo la chiamano. Ho scelto proprio una bella serata per fare la zoccola. Mi viene in mente quella poesia che ho scritto qualche tempo fa, Rimembranze invernali: una vera e propria chiavica…- Oh, meno male: questo ha messo la freccia.”img/postoalbuio1.jpg

“Ciao, amore,” dissi battendo i denti per il freddo. “E allora? Andiamo?”

“Salta su, bella, dai, che sei tutta bagnata.”

Meno di quarant’anni, sicuro di sé, un accento non milanese e una macchina sportiva dall’abitacolo ben riscaldato: non mi sembrava vero (quest’ultimo punto, s’intende: degli altri non me ne fregava un granché). Subito volle guardarmi: dal sorriso non sembrava cattivo, anzi il contrario, e i capelli color acagiù [mi dispiace, ma questa ve l’andate a cercare sul vocabolario] gli davano l’aria di uno che aveva a che fare con le discoteche, con la moda, o comunque col mondo dello spettacolo.

“Mi chiamano Stunt, lavoro in fabbrica, faccio l’operaio. E tu, con quelle belle tettine? Mi sembri italiana.”

“Sì, sono italiana,” gli risposi (ma pensavo ancora alle mie congetture completamente sballate circa la sua occupazione). “E mi chiamo Donna,” soggiunsi, cercando di sorridere.

Stunt, con un gran movimento di braccia, sterzò tutto a sinistra e ingranò la prima per rimettere lentamente in moto l’automobile sul fondo stradale sdruccioloso; non ebbe la possibilità di notare quel mio timido sorrisetto.

Eseguita con grande prudenza un’inversione a U, diresse l’auto verso i confini della città e disse:

“Hai tutta l’aria di una che lo fa per sfizio.”

“Maledetto infame…” pensai, rabbiosamente annoiata.

A questo punto osservai svagata il nero orizzonte attraverso il parabrezza leggermente appannato, sul quale, sminuzzandosi, finivano la propria corsa mille fiocchi di neve. Intravedevo quasi dappertutto un’infinità di ombre smisurate, luttuose e ululanti, simili a dei fantasmi neri, inframmezzate di tanto in tanto da qualche timida luce giallastra: due elementi, due colori che caratterizzano e intristiscono tragicamente da sempre le notti invernali di Milano, assai più che in ogni altro luogo. Nei pressi di un incrocio, vedemmo delle sagome, delle ombre fra le ombre attraversare frettolosamente la strada, forse qualcuno ruzzolò a terra: cazzi suoi, di sicuro sarà stato uno di quelli a causa dei quali mi trovavo in compagnia di Stunt, uno di quelli che difendevano strenuamente la vita dello spermatozoo ma che avevano in spregio la mia.

Sbuffai infastidita. Dove mi stava portando? Come mai non mi aveva ancora detto “vorrei fare questo” o “vorrei fare quello”? E, soprattutto, perché non mi ero ancora fatta pagare da quell’individuo?

Mi feci prendere dal panico, ma reagii a modo mio:

“Amore,” dissi, “sarebbe anche ora che tu cacciassi qualche denaro.”

Lui infilò la mano in una tasca, poi posò sulle mie cosce qualche banconota stropicciata, sempre guardando la strada e guidando con prudenza.

“Dov’è che stiamo andando?” gli chiesi ancora, ficcando nella borsetta quell’indispensabile schifezza. “In culo al mondo?”

Mi spiegò che si era rammentato di un locale sperduto in mezzo ai campi, qualche chilometro oltre l’aeroporto di Linate, un locale dove una notte, assieme ad altri suoi amici, si era divertito parecchio e aveva bevuto del Cointreau: e ora voleva portarci anche me.

“Ma non t’ha detto mammà a cosa servono le puttane?” domandai sarcastica.

Stunt sorrise. Ci lasciammo alle spalle le luci dell’aeroporto e ci addentrammo nel buio della pianura che ospitava solo alberi e prati innevati.

La strada, man mano che procedevamo, si faceva sempre più bianca e impraticabile, e la neve continuava a cadere fitta e a grossi fiocchi. Lui sembrava contento. I fiocchi di neve, quando passavamo nei pressi di uno dei rari lampioni che illuminavano la strada e una piccola parte di quelle nere pinete silenziose, assumevano dei riflessi opalescenti, ambrati, e il soprabito di Stunt e i miei jeans screziati si tingevano per alcuni attimi di arancione per poi ritornare neri. Neri come il mio umore. Neri come il profilo del mio accompagnatore. Neri come tutto ciò che ci circondava.

A un certo punto Stunt alzò la freccia e svoltò in una specie di sentiero, abbandonando così la candida strada principale. Solo allora mi feci cogliere da una tenue inquietudine, che tuttavia si rivelò infondata quando, dopo poche decine di metri, giungemmo nelle vicinanze di un minuscolo centro abitato, dove notai qualche tetto bianco, delle luci accese e un paio di alberi di Natale.

Fermò la macchina in mezzo alla strada, spense il motore e scrutò di sottecchi quel casale; quindi lo sentii imprecare a bassa voce: quella specie di pub era chiuso. Stunt, accigliato, rimise in moto l’auto, eseguì nervosamente un’inversione di marcia e mi riportò nel buio.

“Torniamo a Milano,” decise cupo, spazientito.

E riprendemmo la strada principale. Ora sembrava si fosse scatenata una vera e propria bufera di neve. Stunt procedeva lentamente, la visuale era pessima. Naturalmente me ne guardai bene dal ricordargli che aveva caricato una che si prostituiva, anzi speravo che non venisse in mente neanche a lui: i rapporti sessuali alla “dioboia” non sono mai stati una delle mie massime aspirazioni; mentre invece intascare qualche soldo solo per farmi un innocuo giretto in macchina, be’, sì. Percorrendo lo stradone che dall’aeroporto conduce al centro della città, ebbi la netta impressione che la tempesta si stesse ormai placando. In men che non si dica, Stunt, sempre silenzioso, mi riaccompagnò nel punto in cui fece la mia conoscenza.

“Ciao,” disse distaccato, quasi scostante, “e grazie per la compagnia.”

“Di nulla, figurati,” sorrisi. “Buonanotte,” e scesi dall’auto. Ma nel chiuderne la portiera pensai: “Ma vattene affanculo, tu e il tuo stato di vita apparente…”

Dall’altra parte della strada notai subito l’assenza della mia collega Veronica, forse era impegnata con un cliente. Squarciare lo scialbore delle tenebre con un po’ d’erotismo fa bene, soprattutto alla mente: ma non era il caso mio e di Veronica. Al contrario, stavamo violentando e forse uccidendo una parte di noi stesse. Nell’adolescenza pensavo che vivere qualche innocente attimo nel piacere della carne potesse servire a evadere dal grigiore, a dimenticare il parroco, le sue prediche-diktat, le trentamila anime rincoglionite del mio paese, le assurde proiezioni di film idioti nell’unico cinematografo (logicamente dell’oratorio) di una cittadina insulsa che non voleva crescere, conoscere la realtà e dedicare tempo e spazio alle iniziative davvero educative e interessanti. Sì, il sesso e l’erotismo sono effettivamente la miglior panacea, e questa è una cosa che continuo a pensare anche oggi, ma che –ahimè!- nulla c’entra con la notte che sto raccontando.

Udii due lontani rintocchi, sulla strada ormai non passava più nessuno. Non nevicava più e non pioveva: tutto era quiete. Levai stancamente gli occhi verso il cielo nero (chissà perché?) e il mio sguardo si posò su una luminaria. Di lì a pochi giorni sarebbe stato Natale: ma da tanto tempo questa ricorrenza non aveva più nessun significato per me. Ricordai invece che, quand’ero bambino, non vedevo l’ora che arrivasse il Natale: per stare a casa da scuola, per ricevere in dono tanti giocattoli e via di questo passo. Riprese nella mia mente il libero fluire di polverose immagini d’archivio, e mi rividi bambino felice durante le notti di Natale trascorse al paese con la mia famiglia, davanti al fuoco del caminetto che crepitava, sgrillettava, arrossava e ricopriva di ombre e demoni le pareti. Nessun rimpianto.

“Mario! Culo!” urlò d’improvviso una testina rivolta a me, sporgendosi dal finestrino di un’auto che mi sfrecciò davanti veloce.

Un mondo di vigliacchi e di infami. Un mondo che iniziai a conoscere molto presto, prima dei vent’anni, compiendo dei lunghi viaggi in treno in giro per l’Europa, sempre sedendo sullo strapuntino, da sola e in disparte. Non mi prefissavo delle mete; amavo osservare i paesaggi che mutavano sognando ad occhi aperti. Quella specie di incanto svaniva quando il treno arrivava alla stazione e si fermava; allora dovevo scendere, visitare città sconosciute e cercare di vivere nuove esperienze: ma finivo puntualmente con l’avere delle delusioni: nulla e nessuno erano mai come me li figuravo in sogno.

Lanciai una stanca occhiata al muro dell’edificio che stava dall’altra parte della strada: vi notai un graffito in spray viola. Un disegno, forse una lettera dell’alfabeto deformata. O forse una farfalla, o un teschio, o una tavola del test di Rorschach… D’improvviso decisi che quel disegno raffigurava un atropo, una grossa farfalla notturna di colore scuro con una macchia bianca a forma di teschio sul dorso: così non potevo sbagliare. Mi venne in mente che una notte d’estate di tanti anni fa uno di questi animali mi svegliò entrando nella mia camera dalla finestra, e cominciò a ronzare e a picchiare continuamente contro il soffitto producendo un rumore assai fastidioso: bzzz-tum-tum, bzzz-tum-tum. Aiutandomi con una rivista, riuscii a mandare fuori quella grossa farfalla e poi me ne tornai a letto: ma senza riuscire a riaddormentarmi. E se quell’atropo fosse stato uno dei componenti di una tregenda? Iniziai ad avere paura, a tremare e a vedere e a sentire cose inventate dalla mia ferace e allucinante immaginazione, costantemente ravvivata da squassanti scariche elettriche: tendaggi smossi nella notte tetra, ululati del vento nel bosco nero, urla disperate, coltelli luccicanti, cigolii di porte in un castello abbandonato, lugubri imposte socchiuse, gocce di sangue sul pavimento, ignude vittime terrorizzate dai lenti passi pesanti dell’assassino, e risate di scherno, assordanti risate di scherno… La visita dell’atropo risvegliò i miei tormenti e le mie angosce. Ricordo che a un certo punto decisi di abbandonare il letto e di uscire in giardino per respirare un po’. Fu un’esperienza davvero meravigliosa: la fresca aria della notte, la materna saggezza della luna, le tenebre avvolgenti, il pino, i grilli e tutta la campagna d’intorno sgomberarono la mia mente, spazzando via tutti i cattivi pensieri di qualche istante prima e facendomi sentire leggera come una piuma. Ero talmente felice di essermi liberata di quel peso, che rientrai in casa per annaffiare le piante dell’ingresso; adoravo farlo; la Natura sembrava offrirmi l’opportunità di eliminare le crepe della terra nei vasi, per poi farmi vedere la terra stessa assorbire l’acqua, respirare, muoversi, vivere. Che belle sensazioni provai in quegli attimi di pace e di silenzio.

“Ricchionaaa!”img/postoalbuio3.jpg

No: fra la notte della visita dell’atropo – che feci rivivere con la memoria - e quella che stavo vivendo sulla strada non era possibile fare alcun paragone.

Come nessun paragone era possibile fare tra i presentimenti che mi davano le scure, umide e lugubri mura del cimitero alle mie spalle e le sensazioni che ricavai qualche anno prima visitando il cimitero di Montparnasse, a Parigi, quando passeggiai per delle ore in compagnia di alcuni miei cari amici: Huysmans, Baudelaire, Joelle, Simone de Beauvoir, Tzara, Beckett, Sartre, Guy de Maupassant e altri ancora.

Era un giorno grigio, ma bellissimo. Di tanto in tanto dal cielo plumbeo cadeva qualche timida gocciolina d’acqua, ma nulla si bagnava, mentre le rinsecchite foglie morte sembravano attendere il minimo refolo di vento per poter svolazzare ovunque, quasi volessero giocare allegramente, danzare. Faceva un po’ freddo, questo sì, ma dentro di me sentivo un caldo rassicurante e avevo come l’impressione di trovarmi stretta fra le braccia di una madre, al sicuro. L’odore dell’aria, forte come l’acciaio, diveniva man mano sempre più sensuale e solleticava le mie narici, seguendomi passo passo. Poi, all’improvviso, quel sublime equilibrio dei sensi e quella serenità interiore andarono in frantumi. Il guardiano dell’ingresso principale spalancò il cancello e fece entrare alcune macchine di lusso precedute da un carro funebre: evidentemente c’era da seppellire un pezzo grosso della politica, della finanza o di qualche nobile scienza.

Mi feci leggermente da parte e osservai le scene successive vicino a Sartre. Prima ancora che fosse del tutto ferma, dalla seconda automobile, dopo averne spalancato con impeto una delle portiere, scese una giovane donna con la faccia incerottata e un braccio ingessato che si precipitò disperata, zoppicando e piangendo, in direzione del carro funebre. Aveva dei lunghi capelli castani e indossava un abito nero e una specie di mantiglia dello stesso colore che le ricopriva parzialmente il capo. Le sue urla laceranti mi impedirono di muovere un solo passo.

“Aaahhh! Richard, Richard! Je veux mourir! Aaahhh! Toi tu es dans le royaume des morts! Je ne peux pas le croire! Uuuaaahhh! Richard, Richard!”

A quel punto le si avvicinarono i parenti e gli amici, anch’essi piangenti e vestiti di nero, i quali, assieme a un prete, cercarono di consolarla, mentre degli inservienti estraevano con cura una bara dal retro del carro funebre.

Fu in quei momenti che decisi di andarmene, dopo aver assistito a quella scena straziante.

Quando terminai di ricordare quest’episodio, un’auto scura dall’altra parte della carreggiata si fermò nei pressi della biblioteca rionale, una portiera si aprì e Veronica tornò al suo posto. Le lanciai un’occhiata come per chiederle se tutto fosse filato liscio, e lei mi rispose con un sorriso. Chissà quanti e quali volumi erano custoditi nell’edificio alle sue spalle: libri parzialmente intonsi, testi scolastici, manuali, saggi, vecchi romanzi. Subito pensai alla biblioteca del mio paese e ai suoi libri vecchissimi, con le pagine sporche e ingiallite dagli anni… Ma non andai oltre: non avevo più voglia di richiamare alla mente episodi e immagini del mio passato. Ora dovevo fare i conti con quel gelido presente che mi impediva persino di darmi da fare per trovare un mezzo che mi permettesse di rincasare. Non ero pigra, ma semicongelata. img/postoalbuio4.jpg

Alla mia sinistra, tutt’a un tratto, udii il rumore lontano di una motocicletta. Girai il capo lentamente e ne vidi il faro. Quella moto veniva nella mia direzione; quando fu a pochi metri da me, il conducente ne frenò la marcia, fino a fermarmisi davanti. Un attimo prima che si sollevasse la visiera del casco, capii di chi si trattava: Logos. Lo guardai mezza inebetita per la sorpresa, il gelo, le ore trascorse sul ciglio della strada. Anche lui naturalmente mi guardò, e non mi sembrò irritato o maldisposto. Dal momento che non riuscivo a muovere un dito per via di quell’emozione improvvisa, Logos avvicinò timidamente i polpastrelli alla mia guancia intirizzita e con un cenno del capo mi disse: “Andiamo?”

Esitai per un istante, poi, con una certa fatica, montai sulla sella, dietro di lui, dove cercai di aggiustarmi il bavero del giubbetto in modo che mi coprisse almeno il collo. Logos mi guardò di sulla spalla, in seguito, sempre senza proferire verbo, mi passò una pesante sciarpa multicolore. Gli cinsi il busto con le braccia e gli feci cenno di andare, ma dopo pochi metri gli indicai Veronica: le riportai l’ombrellino e la salutai. Anche Logos la salutò, poi diede gas al motore e la motocicletta si mise in movimento; alla prima accelerata, mi resi conto che quel viaggio di ritorno a casa sarebbe stato per me una tortura: quel gran freddo, quell’aria gelida si rivelarono ben presto insopportabili, mi costrinsero perfino ad accantonare la felicità che avevo in cuore per l’arrivo inaspettato del mio compagno.

“Mentre ti fai la doccia, ti preparo una camomilla.”

Feci di sì col capo, senza guardarlo, e cominciai lentamente a spogliarmi. Quando mi ripresentai in cucina, indossavo due maglioni pesanti con le maniche lunghissime e un paio di jeans. Ero ancora turbata e frastornata per le ore gelide trascorse in strada. Per la prima volta da quando venne a prelevarmi, guardai Logos negli occhi. Era seduto sul letto e stava sfogliando uno dei miei libri. Quando si avvide della mia presenza, mise da parte il libro e sgangherò la bimg/postoalbuio6.jpgocca in uno sbadiglio.

“Che stavi leggendo?”

“Camus, Lo straniero.”

Sorseggiando la camomilla, avrei tanto voluto chiedergli se fosse arrabbiato con me, se mi odiasse, ma mi trattenni dal farlo: domande insulse, banali, da romanzetto borghese. Preferii dunque starmene zitta e aspettare una risposta dai suoi atteggiamenti, dai suoi sguardi. Terminata la camomilla, mi fece cenno di sedere vicino a lui. Sembrava molto rilassato, tranquillo, ma io continuavo a fare quella che si vergognava a parlargli, ad incrociare le sue pupille.

“Hai gli occhi arrossati,” osservò, posando un braccio sulle mie spalle. “Hai fumato?”

“No. Forse mi sono strofinata le palpebre più forte del dovuto mentre mi struccavo,” tubai, sentendo rinvigorire nuovamente la fiamma della felicità dentro di me. Ed effettivamente in quei momenti mi sentivo davvero al colmo della gioia; le sue attenzioni, la sua dolcezza, le sue carezze, la sua vicinanza: era come se mi trovassi nel paese di bengodi.

Il mio cuore non era più minacciato dalle tenebre, e Logos lo sapeva, lo percepiva. Mi invitò a distendermi sul letto e con un morbido plaid coprì completamente i nostri corpi. Poi, in quel buio caldo, mi chiese:

“Scriverai, domani?”

“Sì,” gli risposi con una certa sicurezza. “E a lei, in un dialogo con il suo compagno, farò dire: ‘Guariscimi da questa vita’.”

 

 

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Barbara X vive in provincia di Milano ed è conosciuta negli ambienti letterari di Internet. Déracinée come Pavese, depressa come Camus, vegetariana come Tolstoj, visionaria come Don Chisciotte, ribelle come Antigone, innamorata come la Margherita del Faust... Animalista e intellettuale engagée, è in perenne conflitto con questa società che, fra le altre cose, mira a minacciare (se non a negare) la sua identità di donna.


   


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