Un caso di coscienza
 
 
di
 
 
Leonardo Sciascia
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Il viaggio da Roma a Maddà, su un treno che partendo da Roma alle otto del mattino arrivava a Maddà sette minuti dopo la mezzanotte, l’avvocato Vaccagnino sistematicamente lo impiegava leggendo un quotidiano, tre rotocalchi e un romanzo poliziesco. Almeno una volta al mese gli toccava fare quel viaggio: e all’andata ristudiava e riordinava le carte che erano ragione del suo viaggio, al ritorno si dava a più svagate letture.
Ma il quotidiano, i tre rotocalchi e il romanzo erano ormai misura di un viaggio in orario, dalle otto alla mezzanotte, con l’intervallo dei due pasti: uno sul vagone ristorante, l’altro sul traghetto. Il guaio era quando il treno si caricava di ritardo: consumata la carta stampata, non potendo nemmeno dedicarsi a guardare la campagna o il mare che ora scorrevano nella notte amorfa, il sonno cominciava a insidiarlo; e c’era pericolo andasse a finire, pesantemente addormentato, alla stazione terminale, come una volta gli era capitato. Perciò, quando il ritardo si verificava, nel treno ormai quasi vuoto l’avvocato si dedicava alla ricerca di giornali abbandonati dai viaggiatori, e si sentiva salvo quando ne trovava qualcuno, fascista o di moda o di fumetti che fosse.

imgs/casocoscienza0.jpgE fu così che una notte d’estate, col treno che già a Catania aveva quaranta minuti di ritardo ed era prevedibile ne avesse centoventi prima di arrivare a Maddà, l’avvocato si trovò immerso nella lettura del settimanale ‘Voi’: moda, casa, attualità. E prima lo sfogliò soffermandosi a contemplare le immagini di una moda che, per quanto del corpo delle modelle scopriva, era senza dubbio piena di vivacità e di grazia, ma sarebbe risultata indecente a vestire il corpo di una moglie, di una figlia, di una sorella.
Non che l’avvocato fosse, per carità!, di vedute ristrette, che non ammettesse il corso della moda anche a Maddà: ma il fatto era che non tutti, a Maddà, erano come lui capaci di vagheggiare le grazie femminili da un punto di vista puramente estetico; e il passaggio di una donna così vestita (scollatura profonda e gonna cortissima) avrebbe provocato, tra i soci del circolo dei civili, una salve di gridi di desiderio e di sconce considerazioni tale da costringere il marito, il padre, il fratello della donna a subire indecorosamente o a compromettersi con una violenta reazione.
Il settimanale era voluminoso, per fortuna. Arrivato all’ultima pagina, l’avvocato cominciò a risfogliarlo per cominciarne la lettura. Tanta pubblicità, e poi la coscienza, l’anima.
Risponde Padre Lucchesini.
L’avvocato si tolse le scarpe, distese le gambe sul sedile di fronte,cominciò a leggere.
 
imgs/casocoscienza1.jpgE subito ebbe un piccolo soprassalto: Un caso molto delicato e complesso ci sottopone una lettrice di Maddà. ‘Qualche anno fa, in un momento di debolezza, ho tradito mio marito con un uomo che frequentava la nostra casa, un mio parente di cui sempre, fin da ragazza, sono stata un po’ innamorata. La nostra relazione è durata per circa sei mesi, ma anche mentre durava io continuavo ad amare mio marito, ed ora lo amo più di prima e la piccola infatuazione che avevo per quel mio parente è del tutto finita. Ma soffro per avere ingannato un uomo tanto buono, tanto leale e fedele, tanto innamorato di me. Ci sono momenti che sento l’impulso di confessargli tutto, ma mi trattiene la paura di perderlo. Sono religiosissima: e perciò più volte ho confessato questo mio rimorso a dei sacerdoti. Tutti, tranne uno (ma era un continentale), mi hanno detto che se il mio pentimento è sincero e l’amore per mio marito intatto, debbo tacere. Ma io continuo a soffrire. Lei, Padre, quale consiglio può darmi?“
 
Lo stato d’animo che si dislagò nell’avvocato era di una soddisfazione che sfiorava l’esultanza. Se ne sarebbe parlato almeno per un mese, di quella lettera: al circolo, nei corridoi del tribunale, nelle riunioni di famiglie. Centinaia di ipotesi da fare, tante esistenze – di mogli, di mariti, di parenti delle mogli – da passare al vaglio della più sagace curiosità: pura, quasi letteraria, come la sua; maligna, tutta tesa a far scaturire un qualche fattaccio, come quella degli altri.
 
Socchiuse gli occhi, levò la testa verso la lampada quasi per aver luce nella ricerca che lentamente, come una rosa da disfogliare petalo a petalo, cominciava ad aprirsi.
‘E chi può essere?’ si domandò a fior di labbro, soavemente. ‘E chi mai può essere?’: ma indugiando ad addentrarsi nella ricerca per il timore che l’identità della signora, attraverso i dati che la lettera offriva, gli si combinasse subito nella memoria. E l’indugio era talmente delizioso che il sonno, deliziosamente, vi si insinuò; l’avvocato però se ne scosse al pensiero, improvviso, che aveva ancora da leggere la risposta di Padre Lucchesini.
 
imgs/casocoscienza2.jpgIl Padre, era evidente, aveva cominciato a scrivere la sua risposta col sangue agli occhi: ‘Un momento di debolezza? Un momento che dura sei mesi? Come può essere così indulgente verso se stessa, verso la sua colpa, da considerare debolezza di un momento un tradimento che è durato sei mesi, SEI MESI, a danno di un uomo, come lei stessa dice, buono, leale, fedele, innamorato?’
Poi, appeso a un ‘ma’, veniva un grappolo di carità, di dolcezza: ‘Ma se il suo pentimento è sincero, il suo rimorso sempre vivo, e tenace il proposito di mai più cadere nel peccato...’ Insomma: ‘Lei ha pagato e paga la sua colpa colla pena del rimorso; ma non può né deve spingerlo sino a confessare ad un uomo buono ed ignaro qual è suo marito, ad un uomo che ha per lei quella fiducia che si accompagna al vero amore, un tradimento la cui conoscenza gll produrrebbe un male forse irrimediabile. In astratto, non si può che lodare l’impulso della coscienza a confessare il tradimento consumato alla persona che ne è stata vittima; ma se questa persona ne è ignara e la rivelazione altro non le porterebbe che dolore e inquietudine, il dovere ditacere si impone. Tacere e soffrire. Giustamente dunque l’hanno consigliata quei sacerdoti che le hanno raccomandato di non rivelare a suo marito il tradimento. In quanto a quello che le ha consigliato il contrario, io credo che l’incauto consiglio sia da mettere in conto di una sua scarsa conoscenza del cuore umano e non del fatto che è come lei dice, un continentale. Preghi, comunque, preghi. E che il tacere sia per lei sacrificio più grande di una confessione all’uomo che ha tradito.’
 
Bella risposta,’ pensò l’avvocato, ‘bella davvero. Indignazione, carità, buon senso: c’è tutto. E un uomo di prim'ordine, questo Padre Lucchesini.’
 
E dopo un grande sbadiglio, accendendo una sigaretta, si tuffò in una specie di gineceo in cui tutte le giovani e piacenti signore di Maddà timorose aspettavano che un uomo come lui, di rigorosi principi e di acuta intelligenza, tra loro scoprisse la colpevole, l’adultera.
 
Ristorato da otto ore di sonno e da una gran tazza di caffè, mentre si vestiva l’avvocato Vaccagnino ripensò alla lettera della signora di Maddà. L’aveva ritagliata e conservata nel portafogli, pur sapendo che sua moglie era abbonata a ‘Voi’ e che copie del settimanale in paese dovevano circolarne almeno una cinquantina.
E forse il punto di partenza per una indagine avrebbe dovuto essere questo: fare un elenco delle signore del paese che erano abbonate al settimanale o che abitualmente lo compravano dal imgs/casocoscienza3.jpggiornalaio. Operazione non difficoltosa: il giornalaio era suo cliente; e l’ufficiale postale, messo al corrente della cosa sarebbe corso anche di notte ad aprire i sacchi postali. Ad ogni buon conto, qualche indicazione poteva anche farsela dare da sua moglie. E la chiamò.
 
Quando la signora arrivò, con un “che vuoi?” impaziente, irta di bigodini e lucente di creme, l’avvocato si trovò però improvvisamente disposto ad assumere un tono dispettoso e inquisitorio.
“Li leggi i giornali che compri?” domandò.
“Quali giornali?”
“Quelli di moda.”
“Sono abbonata solo a ‘Voi’.”
“E gli altri li prendi dal giornalaio.”
“Non è vero, gli altri me li prestano le amiche” e la signora credeva si stesse per scivolare in una delle solite discussioni sui dispendi, le prodigalità, le spese folli che, secondo il marito, erano nodi che sarebbero arrivati al pettine, un giorno o l’altro.
 
Ma l’avvocato non voleva incastrarsi in una discussione sul domestico bilancio:
‘Voi’ “ disse “appunto ‘Voi’: lo leggi?”
“Certo che lo leggo.”
“Anche la rubrica di Padre Lucchesini?”
“Qualche volta.”
“E quella dell’ultimo numero, l’hai letta?”
“No, non l’ho letta. Perché?”
“Leggila.”
“Perché?”
“Leggila, ti dico: vedrai...”
 
La signora restò per un momento incerta tra l’insistere per sapere che cosa ci fosse di interessante, l’andarsene rispondendo al dispettoso tono del marito col dispetto di non leggere la rubrica e la curiosità di correre subito a leggerla. Prevalse, naturalmente, la curiosità; ma non volle dare al marito la soddisfazione di mostrare meraviglia e interesse per quel che aveva letto. Per cui l’avvocato, che voleva osservare le sue reazioni e strapparle qualche informazione, qualche sospetto, dopo un quarto d’ora di attesa di nuovo la chiamò. Ma la voce della signora venne dalla toletta, acuta di esasperazione:
“Che c’è?” Dietro la porta chiusa l’avvocato domandò
“L’hai letta?”
“No” rispose seccamente la signora.
“Quanto sei cretina!“ disse l'avvocato: sicuro che lei l'aveva già letta e per uno di quei ghiribizzi che variavano la loro felicità coniugale non volesse dargli il piacere di parlare della cosa. Ma ebbe piú fortuna nei corridoi del tribunale; e un successo addirittura clamoroso registrò poi al circolo.
 
imgs/casocoscienza4.jpgIn tribunale, il fatto che l'avvocato Lanzarotta, cinquant'anni ben portati ma con una moglie di venticinque, lasciasse la toga dieci minuti dopo aver letto la lettera e, accusando improvviso malore, pregasse il presidente di rimandare la causa che si stava per discutere, fu da tutti interpretato nel giusto senso; e così quella specie di rigor mortis che si verificò nel giudice Rivera man mano che leggeva la lettera: e la restituì senza una parola, avviandosi come un sonnambulo verso il suo ufficio. Al circolo furono riferite le reazioni dell'avvocato Lanzarotta e del giudice Rivera: tutti convennero, con maligna compassione, che i due avevano di che preoccuparsi. Ma don Luigi Amarú, che era scapolo, spietatamente dichiarò che nelle condizioni di Lanzarotta e di Rivera, e per restare nella cerchia di amici e conoscenti, ce ne dovevano essere almeno una ventina.
- Quali condizioni? - più di uno domandò.
 
E don Luigi così le stabilì: età della donna tra i venti e i trentacinque; non brutta; di buona istruzione, come si vedeva dalla lettera; con un parente sui quarant'anni, di bello aspetto, di un certo fascino, che ne frequentasse o ne avesse frequentato la casa; con un marito di buon carattere, pacifico, non molto intelligente. L'unanime approvazione dello schema fu immediatamente seguita da una diffusa costernazione: a parte l'intelligenza, poiché nessuno era portato a dubitare della propria, in quelle condizioni tra i presenti ce n'erano (qualcuno li aveva già contati) nove.
 
Tra costoro, il primo a mostrare di averne preso coscienza fu il geometra Favara.
“Mi faccia rileggere la lettera:“ disse avanzando cupamente, minacciosamente, verso l'avvocato Vaccagnino. L'avvocato gliela consegnò: e Favara, calandosi in una poltrona, si immerse nella lettura con quella concentrazione che di solito dedicava ai rebus, ai crittogrammi, alle parole crociate; e non si accorgeva del silenzio che si era fatto, e dell'attenzione divertita o ansiosa di cui era diventato oggetto. Perché gli scapoli, i vedovi, i vecchi, i fortunati la cui moglie era del tutto priva di parenti, si stavano divertendo; ma una vera e propria ansietà era negli sguardi di coloro che si trovavano nelle condizioni stabilite da don Luigi: quasi che il comportamento di Favara fosse una specie di sacrificio che, una volta consumato, avrebbe restituito loro quella sicurezza che sentivano franare. E infatti Favara, levando da quel pezzo di carta uno sguardo da naufrago, reagì nel modo che i suoi compagni di pena, e anche quelli che si divertivano, auspicavano.
“E che guardate? Cose inventate, stupidaggini... Io alle lettere pubblicate sui giornali non ci ho mai creduto; se le inventano loro, i giornalisti.“ I più dissero
“E’ vero, ha ragione“ ma con un sogghigno di compassione. Invece il dottor Militello, uomo notoriamente pio e vedovo da almeno trent'anni, insorse.
“E no, caro amico: posso anche ammettere che i giornali inventino delle lettere, per cosí dire, provocatorie; ma qui ci troviamo di fronte a una rubrica tenuta da un sacerdote: e che un sacerdote possa inventare qualcosa, addirittura un caso di coscienza poi, è un sospetto che io debbo respingere come irriverente e ingiurioso.“
“Lei lo respinge?” domandò Favara con una ironia che appena arginava la violenza che gli ribolliva dentro.
“E lei chi è?”
imgs/casocoscienza5.jpg“Come,chi sono io?” fece il dottore, annaspando nella ricerca di una identità che gli desse netto diritto a respingere il sospetto di Favara.
“Chi sono io, mi domanda?... E chi sono io?” girando lo sguardo a domandarlo agli altri. Il maestro Nicasio, presidente dell'associazione degli insegnanti cattolici, volò in soccorso del dottore
“E’ un cattolico, e in quanto tale ha il diritto...”
“Sepolcri imbiancati!“ gridò Favara scattando dalla poltrona: e prima che gli offesi avessero il tempo di reagire appallottolò il ritaglio, lo lanciò contro il pianoforte con una rabbia e uno sforzo che pareva dovesse arrivare sul bersaglio mutato in una di quelle palle di bombarda che si vedono a Castel Sant'Angelo; e uscí precipitosamente.
Si fece un gran silenzio: ma leggero, tremulo di ilarità. Poi il dottor Militello disse
“Non sapevo che la moglie di Favara avesse parenti” avviando così una conversazione talmente piacevole che soltanto fu sospesa per l’intervento del cameriere, che molto rispettosamente fece notare l’ora: le due dopo mezzogiorno.
 
L’avvocato Vaccagnino trovò gli spaghetti sfatti e la moglie in broncio. E mangiò senza mormorazioni, poiché la colpa era sua, tentando di rallegrare la moglie col racconto, debitamente colorito, delle scene di cui erano stati protagonisti Lanzarotta, Rivera e – dulcis in fundo – Favara.
Ma la signora non mostrò di apprezzare lo spassoso racconto.
“Bella coscienza, avete. E se succede qualche tragedia?”
“Ma chetragedia!” disse l’avvocato. “E quand’anche succedesse qualche tragedia, io la coscienza me la sento a posto. Primo, perché si tratta di una lettera pubblicata su un giornale che lo leggono cani e porci...”
“Lo hai lettoanche tu” constatò la signora.
“Per caso” precisò il marito.
“E allora io che lo leggo sempre appartengo alla categoria cani e porci” ché la signora, chi sa perché, voleva proprio far vampare una lite. L’avvocato, che invece nonne aveva voglia, le domandò scusa e continuò:
“Secondo, perché nessuno,dico nessuno, ha fatto la benché minima allusione ai casi personali di uno dei tre: a) perché sulle mogli di Lanzarotta, Rivera e Favara, non c’è mai stata, che io sappia, nessuna maldicenza; b) che se anche ci fosse stata,siamo tutti dei gentiluomini e io poi fino all’eccesso, c) che se uno vuole proclamarsi cornuto, è libero di farlo come io sono libero di divertirmici...”
“Questo è il punto” disse la signora “che ti vuoi divertire.” Irritato per essere stato interrotto nella foga delle sottodistinzioni, in cui era maestro, l'avvocato alzò la voce.
”Sì, proprio, mi voglio divertire... Se poi tu sai che questo è un argomento su cui io non ho il diritto di divertirmi, non hai che da dirmelo” e già il suo aspetto dava nel feroce.
”Mascalzone!” disse la signora; e corse a chiudersi in camera da letto.
 
imgs/casocoscienza6.jpgL'avvocato si pentì subito dell'ultima battuta, e più per avere dismagliato la propria quiete che per avere offeso sua moglie; poiché ora da quella battuta rampollava una antica storiella e dalla storiella cominciavano a rameggiare e stormire l'inquietudine, il dubbio, l'apprensione.
La storiella era quella del bando di Guglielmo il normanno, che ordinava tutti i cornuti del suo regno portassero un cappuccio a pizzo per distinguersi da quelli che non lo erano, pena cento onze di multa; e un marito particolarmente rispettoso delle leggi chiese alla moglie se, in coscienza, a lui convenisse o no il cappuccio a pizzo, suscitando fierissime proteste, e che non c'era donna piú di lei rispettosa dell'onore del marito.
Ma quando il brav'uomo, così rincuorato, stava per uscire a testa libera, la donna lo chiamò indietro e gli consigliò che per il sì e per il no, per levare l'occasione, si mettesse il cappuccio.
 
«E che sa, un marito?» pensò l'avvocato: e tutta una letteratura di inganni femminili, di tradimenti consumati dalle donne con diabolici accorgimenti, venne ad alimentare il sentimento di autocommiserazione cui si abbandonò con la disperazione di un cieco (il paragone gli balenò nella mente) che riflette sulla propria sventura. E veramente si sentì in una condizione di cecità fisica, assediato dalla compatta oscurità in cui si nascondevano gli anni che sua moglie aveva vissuti prima che lui la conoscesse, il tempo in cui la lasciava sola, la libertà di cui godeva, i sentimenti che veramente aveva, le cose che veramente pensava.
«Ci vuole filosofia», si disse: e la trovò nell'immagine di Marco Aurelio, alta ed immobile sulla fluente e lubrica nudità di Messalina; ché, chi sa come, si era radicato nella convinzione che Messalina fosse stata moglie di Marco Aurelio e che costui fosse diventato filosofo per dominarsi nelle coniugali disgrazie.
 
La filosofia aleggiò nel circolo per tutta la serata. C’erano anche il giudice Rivera e l’avvocato Lanzarotta, che evidentemente – e si vedeva dal colore della faccia e dall’occhio sperso e inquieto – simulavano serena indifferenza; e del resto erano in molti a nascondere disagio, apprensione, paura. Ed anche l’avvocato Vaccagnino, seppure si trovasse, agli occhi degli altri, nella felice condizione di annoverare tra i parenti della moglie soltanto un cugino che stava a Detroit, e non si era mai visto in paese, e una zia monaca di clausura.
imgs/casocoscienza7.jpgIl geometra Favara aveva fatto di tutto per liberarli da ogni preoccupazione: appena lasciato il circolo era corso a fare un serrato interrogatorio alla moglie, trascorrendo anche (si mormorava) a vie di fatto, e poiché la signora negò, disperatamente negò, di avere commesso quella colpa e di avere scritto quella lettera, Favara decise che c’era una sola cosa da fare: correre a Milano, trovare Padre Lucchesini e convincerlo a fargli vedere quella lettera. Per l’eventualità che Padre Lucchesini non si convincesse con le buone, si era messa in tasca una rivoltella. Per cui la signora, appena uscito suo marito, telefonò all’ingegnere Basicò, che salvasse il suo socio ed amico dalla catastrofe e l’ingegnere, che era veramente un amico, corse all’aeroporto di Catania, calcolando che Favara, partito in treno, come assicurò il capostazione, sarebbe arrivato a Milano l’indomani. Ma, per quanto amico, prima di partire volle informare il dottore Militello, cioè tutti i soci del circolo, della delicata e segreta missione che si accingeva a compiere.
 
Perciò tutti applicavano ora filosofia al caso di Favara, dicendo infondati i sospetti che lo avevano sconvolto ma intensamente sperando che si rivelassero invece fondatissimi. Arrivarono anzi a proclamare che la lettera doveva essere stata mandata da qualche bello spirito di Maddà: appunto per far succedere quello che era successo; e che era impensabile una sventatezza simile da parte di una signora.
“Se trovo chi è stato” disse il professore Cozzo “il collo glielo torco, per quanto è vero Dio.”
Poiché Cozzo era scapolo, tutti si meravigliarono:
“E tu che c’entri?”
“Lo so io se c’entro” rispose Cozzo battendo nervosamente il pugno chiuso della destra contro il palmo della sinistra. E c’entrava davvero: aveva un appuntamento, il primo, con la signora Nicasio: in un albergo del capoluogo; ma la signora glielo aveva disdetto, dicendo che non poteva proprio quel giorno dire al marito che se ne andava sola in città, a far le solite compere, ché il maestro era stato a tavola intrattabile, pieno di malumori e di sospetti.
imgs/casocoscienza8.jpgL’atteggiamento di Cozzo suscitò una nuova ondata di sospetti, ma sempre contenuti, sempre nascosti; e anche nel maestro Nicasio, che era presente, facendogli riaffiorare il ricordo di quel ballo di carnevale in cui per quasi tutta la serata sua moglie aveva ballato con Cozzo (e in casa avevano poi litigato). Fu, insomma, una lunga serata per alcuni; per altri troppo breve.
 
Come ogni sera, l’avvocato Zarbo andò a letto prima della moglie. Aveva avuto una brutta giornata, con quella lettera: al tribunale, al circolo, e dentro di sé soprattutto, combattuto dal risentimento e dalla pietà, dall’amore e dal rancore. Non come gli altri.
Lui sapeva, aveva sempre saputo.
Prese il libro, lo aprì al punto segnato. Ne lesse parecchie pagine, ma tra l’occhio e la mente era caduta come una cateratta, la mente dolorosamente disgregata. Quando levò lo sguardo dal libro, quasi si spaventò vedendo la moglie nuda, le braccia alte, la testa velata dalla camicia da notte che stava infilandosi. E gli parve il momento giusto per domandarle, con voce incolore con tono calmo:
Perché hai scritto a Padre Lucchesini?” La faccia di lei sembrò venir fuori da uno strappo, raggelata in una smorfia di smarrimento, di paura. Quasi gridò
“Chi te l’ha detto?”
“Nessuno: ho capito subito che la lettera era tua.”
“Perché? Come?”
“Perché sapevo.”
 
imgs/casocoscienza9.jpgLei cadde in ginocchio, affondò la faccia nella sponda del letto come per soffocare l’urlo: “Dunque sapevi! Sapevi!” e così restò, scossa da singulti silenziosi. Lui cominciò a dire del suo amore e della sua pena; e la guardava con tenero disprezzo con pietà venata di desiderio e di vergogna. E quando le cose che diceva arrivarono al pianto, alle lacrime, si avvicinò a sollevarla, a tirarla a sé. Ma appena toccata lei si alzò di colpo. Rideva negli occhi e nella bocca di un riso maligno, freddo, immobile. Tese verso di lui la mano a pugno chiuso, ne fece scattare come per cavargli gli occhi, l’indice e il mignolo, e dalla bocca le uscì isterico e lacerato il verso del caprone.
 
“Beeeee... beeeee.“
 
 
 
 
 
 
 
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'Un caso di coscienza', racconto tratto da Leonardo Sciascia, 'Il mare colore del vino", Adelphi Edizioni, 1996.
 
 
Così Sciascia: «... mi pare di aver messo assieme una specie di sommario della mia attività fino ad ora – e da cui vien fuori (e non posso nascondere che ne sono in un certo modo soddisfatto, dentro la mia più generale e continua insoddisfazione) che in questi anni ho continuato per la mia strada, senza guardare né a destra né a sinistra (e cioè guardando a destra e a sinistra), senza incertezze, senza dubbi, senza crisi (e cioè con molte incertezze, con molti dubbi, con profonde crisi); e che tra il primo e ’ultimo di questi racconti si stabilisce come una circolarità: una circolarità che non è quella del cane che si morde la coda».
 
 
 
 
 
 
 
 
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imgs/LeonardoSciascia.jpgLeonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo, 1989)
scrittore, saggista, giornalista, politico, poeta, sceneggiatore e drammaturgo fortemente, decisamente siciliano.
Mi sembra più che sufficiente come presentazione.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   


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