Otto giorni in una soffitta
 
 
di
 
Umberto Eco
 
 
 
 
 
 

imgs/Ottogiorni00.jpgChe cosa ho fatto negli ultimi otto giorni? Ho letto, in gran parte in solaio, ma il ricordo di una giornata s'impasta con quello dell'altra. So solo che ho letto in modo disordinato e furioso.
 
Non ho letto tutto per filo e per segno. Certi libri, certi fascicoli li ho scorsi come se volassi un paesaggio, e nel trasvolarli sapevo già di sapere che cosa c'era scritto. Come se una sola parola ne rievocasse altre mille, o fiorisse in un riassunto corposo, come quei fiori giapponesi che si mettono a sbocciare nell'acqua. Come se qualcosa andasse da sola a depositarsi nella mia memoria, per tenere compagnia a Edipo o a Hans Castorp. Altre volte il cortocircuito mi era attivato da un disegno, tremila parole per un'immagine. Altre volte leggevo lentamente, assaporando una frase, un brano, un capitolo, avvertendo forse le stesse emozioni provocate dalla prima e scordata lettura.
 
Inutile dire della gamma di misteriosissime fiamme, lievi tachicardie, subitanei rossori che molte di quelle letture suscitavano per un breve istante - e poi si dissolvevano com'erano venute, per lasciar posto a nuove ondate di calore.
 
Lungo otto giorni, per godere della luce mi alzavo presto, salivo su, e ci restavo sino al tramonto. A mezzogiorno Amalia, che la prima volta si era spaventata non trovandomi più, mi portava un piatto con pane e salame, o formaggio, due mele e una bottiglia di vino.
 
[...]
 
imgs/Ottogiorni.jpgHo cominciato a frugare in certi ripiani, rischiando di far cadere lo scatolame che vi si ammassava. Perché il nonno evidentemente collezionava anche scatole, specie se di metallo, e multicolori. Scatole di latta istoriata, i biscotti Wamar con degli amorini in altalena, l'astuccio dei cachet Arnaldi, o quello dal bordo dorato e dai motivi vegetali della brillantina Coldinava, la bomboniera dei pennini Perry, il cofano sontuoso e lucido delle matite Presbitero, ancora tutte allineate e intonse, come una dotta cartucciera, e finalmente il barattolo del cacao Talmone, coi Due Vecchi - lei che offre tenera la digeribile bevanda a un avo sorridente, ancien régime, ancora vestito in culottes. Mi è venuto spontaneo di identificare nei due vegliardi il nonno e la nonna, che dovrei avere appena conosciuto.
 
Mi è poi capitata tra le mani una scatola, di stile fine Ottocento, dell'Effervescente Brioschi. Alcuni gentiluomini assaggiano deliziati calici di acqua da tavola offerti da una graziosa cameriera. Le prime a ricordare sono state le mie mani. Si prende la prima bustina, con una polvere bianca e soffice, e la si versa lentamente nel collo della bottiglia piena d'acqua del rubinetto, e si agita un poco il recipiente, perché la polvere si sciolga bene e non resti rappresa nel collo; poi si prende la seconda bustina, dove la polvere è granulosa, di piccolissimi cristalli, e si versa anche quella, ma rapidamente, perché subito l'acqua inizia a ribollire, e si deve chiudere in fretta il tappo a molla, e attendere che il miracolo chimico si compia in imgs/Ottogiorni0.jpgquel brodo primordiale, tra gorgoglii e tentativi del liquido di fuoriuscire per bollicine dagli interstizi della guarnizione di gomma. Alfine la tempesta si calma, e l'acqua frizzante è pronta da bere, acqua da tavola, vino dei bambini, minerale fatta in casa. Mi sono detto:l'acqua viscì.
 
Ma dopo le mie mani qualcosa d'altro si è attivato, quasi come quel giorno di fronte al Tesoro di Ciambella. Cercavo un'altra scatola, certamente d'epoca posteriore, che tante volte avevo aperto prima che ci sedessimo a tavola. Il disegno avrebbe dovuto essere un poco diverso: sempre gli stessi gentiluomini, che sempre assaporavano in lunghi calici da champagne l'acqua meravigliosa, però sul tavolo si scorgeva nitidamente una scatola uguale uguale a quella che si aveva in mano; e su quella scatola erano raffigurati gli stessi gentiluomini che bevevano davanti a un tavolo dove appariva un'altra scatola di acqua da tavola, anch'essa con gentiluomini che... E così per sempre, sapevi che sarebbe bastata una lente o un microscopio potentissimo per vedere altre scatole raffigurate sulle scatole, en abîme, a scatole cinesi, a matrioska. L'infinito, percepito dagli occhi di un bambino prima di aver saputo del paradosso di Zenone. La corsa per raggiungere una meta irraggiungibile, né la tartaruga né Achille sarebbero mai arrivati all'ultima scatola, agli ultimi gentiluomini e all'ultima cameriera. Si imparano da piccoli, la metafisica dell'infinito e il calcolo infinitesimale, solo che non si sa ancora quello che si sta intuendo, e potrebbe essere l'immagine di un Regresso Senza Fine, oppure, al contrario, l'orrida promessa dell'Eterno Ritorno, e del volgere degli evi che si mordono la coda, perché arrivati all'ultima scatola, se un'ultima ci fosse stata, si sarebbe forse scoperto al fondo di quel vortice se stessi con in mano la scatola dell'inizio. Perché ho deciso di fare il libraio antiquario se non per risalire a un punto fisso, il giorno in cui Gutenberg ha stampato la prima Bibbia a Magonza? Almeno sai che prima non c'era nulla, o meglio c'era altro, e sai che ti puoi fermare, altrimenti non saresti più libraio ma decifratore di manoscritti. Si sceglie un mestiere che impegna solo su cinque secoli e mezzo perché da bambini si fantasticava sull'infinito delle scatole dell'acqua viscì.
 
Tutta la roba accumulata in solaio non poteva stare nello studio del nonno né altrove nella casa, quindi, anche quando lo studio era popolato di scartafacci, molte cose erano già lassù. Dunque era lassù che avevo tentato tante mie esplorazioni infantili, lassù c'era la mia Pompei dove andavo a disseppellire reperti remoti che risalivano a prima della mia nascita. Come stavo facendo ora, lì annusavo il passato. Quindi stavo ancora celebrando una Ripetizione.
 
imgs/Ottogiorni1.jpgAccanto alla scatola di latta c'erano due scatole in cartone, piene di bustine e astucci di sigarette. Anche quelle raccoglieva, il nonno, e gli era certo costata non poca fatica andarle a rubacchiare a viaggiatori, chi sa dove e da dove, perché a quei tempi il collezionismo di cose minime non era organizzato come oggi. Erano marche mai udite, Mjin Cigarettes, Makedonia, Turkish Atika, Tiedemann's Birds Eye, Calypso, Cirene, Kef Orientalske Cigaretter, Aladdin, Armiro Jakobstad, Golden West Virginia, El Kalif Alexandria, Stambul, Sasja Mild Russian Blend, astucci sontuosi, con immagini di pascià e kedivé e odalische orientali, come sui Cigarrillos Excelsior De la Abundancia, oppure marinai inglesi acchittatissimi in bianco e blu, con la barba curata di un re Giorgio forse quinto, e poi delle scatole che mi pareva di riconoscere, come se le avessi viste in mano a delle signore, quelle bianco avorio delle Eva, e le Serraglio, e infine bustine cartacee, acciaccate e accartocciate, di sigarette popolari, come le Africa o le Milit, che nessuno aveva mai pensato di conservare, e cara grazia se chissà chi ne aveva raccolta una nella spazzatura, a futura memoria.
 
imgs/Ottogiorni2.jpgMi sono soffermato almeno dieci minuti sul rospo spiaccicato e sbrindellato di N° 10 Sigarette Macedonia, Lire 3, mormorando: "Duilio, le Macedonia ti fanno venire i polpastrelli gialli...". Di mio padre non sapevo ancora nulla, tranne che ormai ero sicuro che fumasse quelle Macedonia, e forse proprio quelle di quel pacchetto, e che mia madre si lamentava di quei polpastrelli gialli di nicotina, "gialli come una pastiglia di chinino". Indovinare l'immagine paterna attraverso una pallida tonalità di tannino non era molto, ma abbastanza da giustificare il viaggio a Solara.
 
Ho riconosciuto anche i prodigi della scatola accanto, cui mi attirava un afrore di profumi da pochi soldi. Si trovano ancora, ma carissimi, li avevo visti poche settimane prima sulle bancarelle del Cordusio, erano i calendarietti da barbiere, così insopportabilmente profumati da conservare ancora un qualche sentore anche a cinquanta e più anni di distanza, una sinfonia di cocotte, di dame in crinolina ma discinte, di bellezze in altalena, di amanti perduti, di danzatrici esotiche, di regine d'Egitto... Le Pettinature Femminili Attraverso i Secoli, Le Damine Portafortuna, II Firmamento Italiano con Maria Denis e Vittorio De Sica, Sua Maestà la Donna, Salomè, Almanacco Profumato Stile Impero con Madame Sans Gène, Tout Paris, il Grand Savon Quinquine, sapone universale per toelette, antisettico, preziosissimo nei climi caldi, contro lo scorbuto, le febbri malariche, l'ezema secca (sic) - col monogramma di Napoleone, Dio sa perché, ma nella prima immagine appare l'Imperatore che riceve da un turco notizia della grande invenzione, e l'approva. Anche un calendarietto col Vate D'Annunzio - i barbieri non avevano pudore.
 
imgs/Ottogiorni3.jpgAnnusavo con qualche riserbo, come l'intruso in un regno proibito. I calendarietti da barbiere potevano accendere morbosamente la fantasia di un bambino, forse mi erano interdetti. Forse in solaio avrei compreso qualcosa sulla formazione della mia coscienza sessuale.
 
Il sole ormai batteva a picco sui lucernari, e non ero pago. Avevo visto tante cose, ma non un oggetto che fosse stato davvero e soltanto mio. Ho girato a caso e sono stato attirato da un canterano chiuso. L'ho aperto, ed era pieno di giocattoli.

Avevo visto nelle settimane precedenti i giocattoli dei miei nipotini, tutti in plastica colorata, la maggior parte elettronici. Di un motoscafo nuovo che gli avevo regalato, Sandro mi aveva subito detto di non buttar via la scatola, perché sul fondo doveva esserci la batteria. I miei giocattoli di un tempo erano di legno e di latta. Sciabole, fucilini a tappo, un piccolo casco coloniale del tempo della conquista dell'Etiopia, una intera armata di soldatini di piombo, e altri più grandi di materiale friabile, chi ormai senza testa, chi senza un braccio, ovvero col solo spuntone di fil di ferro attorno a cui si reggeva quella sorta di creta verniciata. Dovrei avere vissuto con quei fucili e quegli eroi mutilati giorno per giorno, in preda a furori guerreschi. Per forza, all'epoca un bambino doveva essere educato al culto della guerra.
 
imgs/Ottogiorni4.jpgSotto c'erano delle bambole di mia sorella, che forse le aveva passato mia madre, e lei le aveva ricevute da mia nonna (dovevano essere tempi in cui i giocattoli si ereditavano): carnagione di porcellana, boccuccia di rosa e guance infocate, il vestitino di organza, gli occhi che si movevano ancora languidamente. Una, scuotendola, aveva ancora detto mamma.
 
Rovistando tra un fucile e l'altro ho rinvenuto dei soldatini curiosi, piatti, di legno sagomato, il képi rosso, la giubba blu e i pantaloni lunghi, rossi con una banda gialla, montati su rotelline. I tratti non erano marziali, bensì grotteschi, coi nasi a patata. Ho pensato che uno di quelli era il capitano La Patata del reggimento dei Soldatini di Bengodi. Ero certo che si chiamavano così.

Infine ho tirato fuori una rana di latta, che a schiacciarle il ventre emetteva ancora un cra cra appena percettibile. Se non vuole le caramelle al latte del dottor Osimo, ho pensato, vorrà vedere la rana. Che cosa c'entrava il dottor Osimo con la rana? A chi volevo farla vedere? Buio pesto. Occorreva rifletterci su.
 
Guardando e toccando la rana, mi era venuto spontaneo di dire che Angelo Orso doveva morire. Chi era Angelo Orso? Che rapporto aveva con la rana di latta? Sentivo vibrare qualcosa, ero sicuro che sia la rana che Angelo Orso mi legavano a qualcuno, ma nell'aridità della mia memoria puramente verbale non avevo altri appigli. Ovvero, ho mormorato due versi: "Va a iniziare la sfilata, - capitano La Patata." Poi più nulla: ero di nuovo nel presente, nel silenzio nocciola del solaio.
 
 
Il secondo giorno era venuto a farmi visita Matù. Mi era salito subito sulle ginocchia mentre mangiavo, e si era meritato delle croste di formaggio. Dopo la bottiglia di vino ormai d'ordinanza, sono andato a caso, sino a che non ho visto due grandi armadi traballanti che stavano ritti di fronte a un abbaino per via di certi rudimentali cunei di legno inseriti per mantenerli più o meno verticali. Ho fatto qualche fatica ad aprire il primo, sempre sul punto di crollarmi addosso, e come l'ho aperto una pioggia di libri mi è caduta ai piedi. Non riuscivo a trattenere quella rovina, sembrava che quei gufi, pipistrelli, barbagianni imprigionati da secoli, quei geni nella bottiglia, non attendessero che un imprudente che gli desse una vendicativa libertà.
 
imgs/Ottogiorni5.jpgTra quelli che mi si accumulavano ai piedi e quelli che cercavo di estrarre in tempo perché non precipitassero, era un'intera biblioteca che scoprivo - che dico, probabilmente lo stock della vecchia bottega del nonno che gli zii avevano liquidato in città.
 
Non ce l'avrei mai fatta a vedere tutto, ma già ero fulminato da agnizioni che s'illuminavano e si spegnevano in un istante. Erano libri in lingue diverse, e di epoche diverse, certi titoli non mi suscitavano nessuna fiamma, perché appartenevano al repertorio del già noto, come tante vecchie edizioni di romanzi russi, salvo che, al solo scorrere le pagine, mi colpiva un italiano stranito, dovuto - come dicevano i frontespizi - a signore con un doppio cognome, che evidentemente traducevano i russi dal francese, perché i personaggi avevano nomi con desinenze in ine, come a dire Myskine e Rogozyne.

Molti di questi volumi, solo a toccare i fogli, mi si sfarinavano in mano, come se la carta, dopo decenni di oscurità tombale, non riuscisse a sopportare la luce del sole. Di fatto non sopportava il tocco delle dita e per anni aveva giaciuto nell'attesa di segmentarsi in brandelli minutissimi, frantumandosi ai margini e agli angoli in lamelle sottili.
 
Sono stato attratto dal Martin Eden di Jack London e sono andato macchinalmente a cercare l'ultima frase, come se le mie dita sapessero che doveva essere là. Martin Eden, al colmo della gloria, si uccide lasciandosi scivolare in mare dall'oblò di un transatlantico, sente l'acqua che gli penetra lentamente nei polmoni, capisce in un ultimo barlume di lucidità qualcosa, forse il senso della vita, ma "appena lo seppe, cessò di saperlo".
 
Occorre davvero pretendere l'ultima rivelazione, se poi una volta che la si è avuta si sprofonda nel buio? Quella riscoperta aveva gettato come un'ombra su quello che stavo facendo. Forse avrei dovuto fermarmi, visto che la sorte mi aveva già donato l'oblio. Ma ormai avevo iniziato e non potevo che continuare.

Ho passato la giornata a leggiucchiare qui e là, talora intuivo che grandi capolavori che ritenevo avere assorbito nella mia memoria pubblica e adulta li avevo avvicinati per la prima volta nelle riduzioni per ragazzi della "Scala d'Oro". Mi suonavano familiari le liriche di II cestello, poesie per l'infanzia di Angiolo Silvio Novaro: Che dice la pioggerellina di marzo che picchia argentina sui tegoli vecchi del tetto, sui bruscoli secchi dell'orto? Oppure, Primavera vien danzando, vien danzando alla tua porta, sai tu dirmi che ti porta? Ghirlandette di farfalle, campanelle di vilucchi. Sapevo allora che cosa fossero i vilucchi e i bruscoli? Ma immediatamente dopo mi sono capitate sotto gli occhi le copertine della serie di Fantomas, che mi parlavano del Pendu de Londres, della Vespa rossa o della Cravatta di canapa, con le loro vicende oscure di inseguimenti per le fogne di Parigi, di fanciulle emergenti da un avello, di corpi squartati, teste mozzate, e la figura del principe del delitto in marsina, sempre pronto a resuscitare e a dominare con la sua risata beffarda una Parigi notturna e sotterranea.
 
 
 
 
 
 
 
 
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Tratto da Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana, Bompiani 2004, da pag. 118 a pag.132.
 
 

 
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imgs/UEco.jpgUmberto Eco
 

Critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale, Umberto Eco ha insegnato prima, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Milano, poi, presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze ed infine presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Inoltre, ha fatto parte del Gruppo 63, rivelandosi un teorico acuto e brillante.

 
 
 
 
 
   


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