Un vecchio
 
 
 
di
 
 
 
Anonimo
 
 

 

 

 

imgs/Unvecchio.jpgCamminavo in un parco quando vidi un vecchietto: stava seduto su una panchina con le mani appoggiate al bastone e la testa piegata sui pugni. Mi fermai a guardarlo, pensai che si sentisse male, così mi avvicinai e mi sedetti accanto a lui.
“Signore
- dissi - vi sentite male? Posso fare qualcosa per voi?”.
Lui dopo un po’ alzò la testa e mi guardò: “Cosa diceva?”.
“Buongiorno, dicevo se vi sentite male”.
“No, no, io sto bene, mi ero abbandonato ai miei ricordi”.
“Avete voglia di parlarne?”, dissi io.
“Parlare? E di che cosa? Volete che vi racconto il mio passato?”
“Se vi fa piacere...” risposi io.


Il vecchio si mise più comodo e sorridendo disse:
“Se avete pazienza, vi racconterò un pò del mio passato. Avevo circa trent’anni e venni arrestato ingiustamente: una brutta condanna a 25 anni. Ero sposato, avevo una bella famiglia, due figlie e una bella moglie. Lei, quando io venni arrestato, aveva circa 25 anni e le bambine 4 e 2 anni. Venni arrestato per un delitto mai commesso e anche se le prove erano tutte a mio favore mi condannarono ugualmente.


imgs/Unvecchio2.jpgStavo rinchiuso in una cella e non mi facevo convinto: piangevo, pensavo a mia moglie e alle mie bambine e soprattutto piangevo perché mi trovavo in carcere senza colpa. Ero distrutto! Per i primi anni mia moglie veniva a trovarmi e anche le bambine, ma alcuni mesi prima dell’appello mia moglie non venne più. Mi resi conto che lei non poteva sprecare la sua vita per me. Soffrivo in silenzio, pensavo a quello che avevo perso e non mi davo pace”.
“Avete sofferto tanto?”, dissi io.
“Eh sì - mi rispose - il carcere è brutto e poi quando oltre alla libertà si perde la famiglia le sofferenze sono maggiori”.
Poi continuò il racconto come se si volesse finalmente sfogare. Io lo guardavo mentre lui con gli occhi umidi e le mani tremanti sul bastone mi faceva capire che dentro fremeva.
“Dopo l’appello mi venne a trovare l’avvocato, facendomi capire che lui aveva fatto di tutto per farmi assolvere, ma non c’era stato nulla da fare. Io gli chiesi se mia moglie fosse andata a trovarlo per chiedergli di me. Lui mi rispose che non l’aveva più vista.

 

Ma non era stato così, perché dopo alcuni mesi venne a trovarmi mia madre, povera vecchietta! Appena mi vide si mise a piangere, si sedette e mi chiese come stavo, poi disse: imgs/Unvecchio3.jpg“Povero figlio mio sfortunato, oltre alla libertà hai perso anche la famiglia”. Io subito le chiese se aveva avuto notizie della mia famiglia e lei con le lacrime agli occhi mi disse che non l’aveva più vista, ma in paese tanti l’avevano vista uscire la sera con l’avvocato e si dice anche che è diventata la sua amante, mentre le bambine sono oggi cresciute dalla madre di lei. Io rimasi impietrito a quella notizia, non sapevo cosa dire; mi alzai, baciai mia madre e poi tornai in cella. Mi sentivo una nullità, non potevo fare niente, pensavo che mia moglie mi tradiva con il mio difensore. A questo punto ebbi il dubbio che l’avvocato avesse fatto di tutto per non farmi più uscire. Per tutto il tempo che passai in carcere lo trascorsi pensando alla vendetta, ma poi mi rassegnai e non ci pensai più, a parte le mie figlie. Dopo aver scontato 25 anni venni finalmente liberato: quando misi piede fuori dal carcere non sapevo cosa fare, ne dove andare. Avrei voluto tornare in cella, tanto ormai quella era la mia casa. Ora sono qua e non riesco neppure a godermi questi ultimi anni di libertà, tanta è l’amarezza e il vuoto che ho nell’anima”.

 

 

 

 

 

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di Anonimo, tratto dal sito "Giornalismo dal Carcere", Voci di quinta, dalla Sezione di Alta Sicurezza della Casa Circondariale di Modena.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   


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