Chi sono? Chi odio?

 (parole tratte da "Il cimitero di Praga")

 

di

 

Umberto Eco

 

 

 


"Chi sono? Forse è più utile interrogarmi sulle mie passioni che sui fatti della mia vita."

 

 

 

 

 


Chi odio? Gli ebrei, mi verrebbe da dire, ma il fatto che stia cedendo così servilmente alle istigazioni di quel dottore austriaco (o tedesco) dice che non ho nulla contro i maledetti ebrei.

Degli ebrei so solo ciò che mi ha insegnato mio nonno: - Sono il popolo ateo per eccellenza, mi istruiva. Partono dal concetto che il bene deve realizzarsi qui, e non oltre la tomba. Quindi operano solo per la conquista di questo mondo.

imgs/ChiSono1.jpgGli anni della mia fanciullezza sono stati intrisi dal loro fantasma. Il nonno mi descriveva quegli occhi che ti spiano, così falsi da farti impallidire, quei sorrisi viscidi, quelle labbra da iena rialzate sui denti, quegli sguardi pesanti, infetti, abbrutiti, quelle pieghe tra naso e labbra sempre inquiete, scavate dall'odio, quel loro naso come il beccaccio di un uccello australe...
E l'occhio, ah, l'occhio...
Ruota febbrile nella pupilla dal colore di pane abbrustolito che rivela malattie del fegato, corrotto dalle secrezioni prodotte da un odio di diciotto secoli, si piega  su mille piccole rughe che si accentuano con l'età, e già a vent'anni il giudeo sembra avvizzito come un vecchio. Quando sorride, le palpebre gonfie gli si socchiudono al punto da lasciare appena una linea impercettibile, segno di astuzia, dicono alcuni, di lussuria, precisava il nonno... E quando ero abbastanza cresciuto da capire, mi ricordava che l'ebreo, oltre che vanitoso come uno spagnolo, ignorante come un croato, cupido come un levantino, ingrato come un maltese, insolente come uno zingaro, sporco come un inglese, untuoso come un calmucco, imperioso come un prussiano...


[...]

 

I tedeschi li ho conosciuti, e ho persino lavorato per loro: il più basso livello di umanità concepibile. Un tedesco produce in media il doppio delle feci di un francese. Iperattività della funzione intestinale a scapito di quella cerebrale, che dimostra la loro inferiorità fisiologica. Ai tempi delle invasioni barbariche le orde germaniche costellavano il percorso di ammassi irragionevoli di materia fecale. D’altra parte, anche nei secoli scorsi, un viaggiatore francese capiva subito se aveva già varcato la frontiera alsaziana dall’anormale grandezza degli escrementi abbandonati lungo le strade. imgs/ChiSono2.jpgE bastasse: è tipica del tedesco la bromidrosi, ossia l’odore disgustoso del sudore, ed è provato che l’orina di un tedesco contiene il venti per cento di azoto mentre quella delle altre razze solo il quindici.

Il tedesco vive in uno stato di perpetuo imbarazzo intestinale dovuto all’eccesso di birra e di quelle salsicce di maiale di cui s’ingozza. Li ho visti una sera, durante il mio unico viaggio a Monaco, in quelle specie di cattedrali sconsacrate, fumose come un porto inglese, puteolenti di sugna e lardo, persino a due a due, lui e lei, le mani strette intorno a quei boccali di birra che disseterebbero da soli una mandria di pachidermi, naso a naso in un bestiale dialogo amoroso, come due cani che si annusano, con le loro risate fragorose e sgraziate, la loro torbida ilarità gutturale, traslucidi di un grasso perenne che ne unge i visi e le membra come l’olio sulla pelle degli atleti da circo antico.

Si riempiono la bocca del loro Geist, che vuole dire spirito, ma è lo spirito della cervogia, che istupidisce sin da giovani, e spiega perché oltre il Reno non si sia mai prodotto niente d’interessante nell’arte, salvo alcuni quadri con ceffi ributtanti, e poemi di una noia mortale. Per non dire della loro musica: non parlo di quel Wagner fracassone e funerario che oggi rincoglionisce anche i francesi ma, per quel poco che ne ho udito, le composizioni del loro Bach sono totalmente prive di armonia, fredde come una notte d’inverno, e le sinfonie di quel Beethoven sono un’orgia di sguaiataggine.

L’abuso di birra li rende incapaci di avere la minima idea della loro volgarità, ma il superlativo di questa volgarità è che non si vergognano di essere tedeschi. Hanno preso sul serio un monaco ghiottone e lussurioso come Lutero (si può sposare una monaca?), solo perché ha rovinato la Bibbia traducendola nella loro lingua. Chi ha detto che hanno abusato dei due grandi narcotici europei, l’alcool e il cristianesimo?

Si ritengono profondi perché la loro lingua è vaga, non ha la chiarezza di quella francese, e non dice mai esattamente quel che dovrebbe, così che nessun tedesco sa mai quello che voleva dire - e scambia questa incertezza per profondità. Con i tedeschi è come con le donne, non si arriva mai al fondo. Malauguratamente questa lingua inespressiva, con i verbi che, leggendo, devi cercare ansiosamente con gli occhi, perché non stanno mai dove dovrebbero essere, il nonno mi ha obbligato ad apprenderla da ragazzo - né c’è da stupirsi, austriacante com’era. E così questa lingua l’ho odiata, tanto quanto il gesuita che veniva a insegnarmela a colpi di bacchetta sulle dita.
 
 
Da quando quel Gobineau ha scritto sulla diseguaglianza delle razze pare che, se qualcuno parla male di un altro popolo, è perché ritiene superiore il proprio. Io non ho pregiudizi. Da quando sono diventato francese (e lo ero già a metà per via di madre) ho capito quanto i miei nuovi imgs/ChiSono3.jpgcompatrioti fossero pigri, truffatori, rancorosi, gelosi, orgogliosi oltre ogni limite al punto di pensare che chi non è francese sia un selvaggio, incapaci di accettare rimproveri. Però ho capito che per indurre un francese a riconoscere una tara della sua genìa basta parlargli male di un altro popolo, come a dire “noi polacchi abbiamo questo o quest’altro difetto” e, poiché non vogliono essere secondi a nessuno, neppure nel male, subito reagiscono con “oh no, qui in Francia siamo peggio” e via a sparlare dei francesi, sino a che non si rendono conto che li hai presi in trappola.

Non amano i loro simili, neppure quando ne traggono vantaggio. Nessuno è maleducato come un taverniere francese, ha l’aria di odiare i clienti (e forse è vero) e di desiderare che non ci siano (ed è falso, perché il francese è avidissimo). Ils grognent toujours. Provate a domandargli qualcosa: sais pas, moi, e protrudono le labbra come se petassero.

Sono cattivi. Uccidono per noia. È l’unico popolo che ha tenuto occupati per vari anni i suoi cittadini a tagliarsi reciprocamente la testa, e fortuna che Napoleone ha deviato la loro rabbia su quelli di altra razza, incolonnandoli a distruggere l’Europa.
[...]
 
Forse l’ignoranza è effetto della loro avarizia – il vizio nazionale, che essi prendono per virtù e chiamano parsimonia. Solo in questo paese si è potuta ideare una intera commedia intorno a un avaro. Per non dire di papà Grandet.

L’avarizia la si vede dai loro appartamenti polverosi, dalla tappezzeria mai rifatta, dalle bagnarole che risalgono agli antenati, dalle scale a chiocciola in legno malfermo per sfruttare grettamente il poco spazio. Innestate, come si fa con le piante, un francese con un ebreo (magari di origine tedesca) e avrete quello che abbiamo, la Terza Repubblica…
 
 
Se mi son fatto francese è perché non potevo sopportare di essere italiano. In quanto piemontese (per nascita), sentivo di essere soltanto la caricatura di un gallo, ma dalle idee più ristrette. imgs/ChiSono4.jpgI piemontesi, ogni novità li irrigidisce, l’inatteso li terrorizza, per farli muovere sino alle Due Sicilie (ma nei garibaldini c’erano pochissimi piemontesi) ci sono voluti due liguri, un esaltato come Garibaldi e uno iettatore come Mazzini. E non parliamo di quel che ho scoperto quando sono stato mandato a Palermo (quando è stato? debbo ricostruire). Solo quel vanitoso di Dumas amava quei popoli, forse perché lo adulavano più di quanto non facessero i francesi che lo consideravano pur sempre un sanguemisto. Piaceva a napoletani e siciliani, mulatti essi stessi non per errore di una madre baldracca ma per storia di generazioni, nati da incroci di levantini malfidi, arabi sudaticci e ostrogoti degenerati, che hanno preso il peggio di ciascuno dei loro ibridi antenati, dei saraceni l’indolenza, degli svevi la ferocia, dei greci l’inconcludenza e il gusto di perdersi in chiacchiere sino a spaccare un capello in quattro. E per il resto basti vedere gli scugnizzi che a Napoli incantano gli stranieri strangolandosi di spaghetti che s’infilano nel gorgozzule con le dita, sbrodolandosi di pomodoro andato a male. Non li ho visti, credo, ma lo so.

imgs/ChiSono5.jpgL’italiano è infido, bugiardo, vile, traditore, si trova più a suo agio col pugnale che con la spada, meglio col veleno che col farmaco, viscido nella trattativa, coerente solo nel cambiar bandiera a ogni vento – e ho visto che cosa è accaduto ai generali borbonici non appena sono apparsi gli avventurieri di Garibaldi e i generali piemontesi.
 
È che gli italiani si sono modellati sui preti, l’unico vero governo che abbiano mai avuto da quando quel pervertito dell’ultimo imperatore romano è stato sodomizzato dai barbari perché il cristianesimo aveva fiaccato la fierezza della razza antica.
 
 
I preti… Come li ho conosciuti? A casa del nonno, mi pare, ho il ricordo oscuro di sguardi fuggenti, dentature guaste, aliti pesanti, mani sudate che tentavano di accarezzarmi la nuca. Che schifo. imgs/ChiSono6.jpgOziosi, appartengono alle classi pericolose, come i ladri e i vagabondi. Uno si fa prete o frate solo per vivere nell’ozio, e l’ozio è garantito dal loro numero. Se i preti fossero, diciamo, uno su mille anime, avrebbero talmente da fare che non potrebbero starsene in panciolle mangiando capponi. E tra i preti più indegni il governo sceglie i più stupidi, e li nomina vescovi.
 
Cominci ad averli intorno appena nato quando ti battezzano, li ritrovi alla scuola, se i tuoi genitori sono stati così bigotti da affidarti a loro, poi c’è la prima comunione, e il catechismo, e la cresima; c’è il prete il giorno del tuo matrimonio a dirti cosa devi fare in camera, e il giorno dopo in confessione a chiederti quante volte lo hai fatto per potersi eccitare dietro alla grata. Ti parlano con orrore del sesso ma tutti i giorni li vedi uscire da un letto incestuoso senza neppure essersi lavati le mani, e vanno a mangiare e bere il loro signore, per poi cacarlo e pisciarlo.

Ripetono che il loro regno non è di questo mondo, e mettono le mani su tutto quello che possono arraffare. La civiltà non raggiungerà la perfezione finché l’ultima pietra dell’ultima chiesa non sarà caduta sull’ultimo prete, e la terra sarà libera da quella genia.

imgs/ChiSono7.jpgI comunisti hanno diffuso l’idea che la religione sia l’oppio dei popoli. È vero, perché serve a tenere a freno le tentazioni dei sudditi, e se non ci fosse la religione ci sarebbe il doppio di gente sulle barricate...
 
[...]
 
Peggiori di tutti, certamente i gesuiti. Ho come la sensazione di avergli giocato alcuni tiri, o forse sono loro che mi hanno fatto del male, non ricordo ancora bene. O forse erano i loro fratelli carnali, i massoni. Come i gesuiti, solo un poco più confusi. Quelli almeno hanno una loro teologia e sanno come manovrarla, questi ne hanno troppe e ci perdono la testa. Dei massoni mi parlava il nonno. Con gli ebrei hanno tagliato la testa al re. E hanno generato i carbonari, massoni un po’ più stupidi perché si facevano fucilare, una volta, e dopo si son fatti tagliare la testa per aver sbagliato a fabbricare una bomba, oppure sono diventati socialisti, comunisti e comunardi. Tutti
al muro. Ben fatto, Thiers.

Massoni e gesuiti. I gesuiti sono massoni vestiti da donna.
 
 
Odio le donne, per quel poco che ne so. Per anni sono stato ossessionato da quelle brasseries à femmes, dove si radunano malfattori di ogni categoria. Peggio delle case di tolleranza. Queste almeno hanno difficoltà a installarsi per l’opposizione dei vicini, mentre le birrerie possono essere aperte dappertutto perché, dicono, sono solo locali dove si va per bere. Ma si beve al pianterreno e si pratica il meretricio ai piani superiori.
 
 
 
 
 
 
 
Piccoli, brevissimi, brani tratti da "Umberto Eco, Il cimitero di Praga", Bompiani editore, 2010, pagg. da 11 a 20.

 

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img/UmbertoEco2.jpgUmberto Eco

Umberto Eco è ateo o perlomeno agnostico e questo suo credo filosofico è un tema importante in tutte le sue opere. Egli racconta storie realmente accadute o leggende che hanno come protagonisti celebri o meno conosciuti personaggi storici. Per mezzo di alcuni di loro intavola dibattiti filosofici sull'esistenza del vuoto, di Dio o sulle caratteristiche dell'universo. Eco, in questo  contrasta aspramente chi, però, ne discute senza conoscerne bene i contesti storici.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   


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