La riccia

 

 

di

 

Francesco Lanza

 

 

 

 

Una volta il siciliano, non sapendo più come sbarcare la vita in Sicilia, lasciata la moglie, passò lo stretto e se ne andò in Calabria da un suo compare.

 

imgs/LaRiccia1.jpg

 

Il calabrese l'accolse a braccia aperte, e con lui divise casa e tavola, e gli trovò da lavorare con l'accetta e con la vanga.

- Compare mio - gli diceva sempre - non dovete aver soggezione con noi, e tutto quello che volete, domandatemelo; che da noi si usa spartire fin il letto con il proprio compare.

Il siciliano lavorava, mangiava e dormiva; ma molto non passò che si fece venire la malinconia, e quando vedeva il compare voltava gli occhi dall'altra parte e si tappava la bocca per non parlargli.
Il calabrese non sapeva più che domandargli, e che inventare per farlo contento:
- Compare mio, o che avete? Perché non me lo dite, ch'io ve lo fo?


Il siciliano si voltava dall'altra parte senza rispondergli nulla, e poi masticava per conto suo.
E il calabrese:

- Compare, o che vi ho fatto, per la grazia di Dio?

imgs/LaRiccia.jpgTanto glielo disse: - che vi ho fatto, che vi ho fatto? - che il siciliano gliela cantò:
- Bel ricetto che mi avete dato, compare mio! Vi ringrazio davvero! Se foste venuto voi in Sicilia, io sì che l'avrei fatto il mio dovere; e tutto avrei diviso con voi, senza lasciarvi a digiuno di nulla. Questo non me l'aspettavo da voi, che mi dite sempre: - da noi si usa spartire fin il letto col proprio compare! - e intanto vostra moglie ch'è bella e fresca ve la tenete tutta per voi, e per me non ne serbate neppure una parte e una briciola. Bella cortesia che m'avete atta! Se foste venuto laggiù, prima del pane avrei diviso con voi mia moglie, che soltanto così si fa onore al proprio compare.
E il calabrese:
- E perché non me l'avete detto prima, compare mio? Io non sapevo che così si usa dalle parti vostre, e mi dovete scusare per la grazia di Dio! Se ho diviso il pane con voi, divido anche mia moglie che è più dolce del pane. E poiché da voi si usa così, verrò anch'io in Sicilia per gustare la vostra.
- 'Gnorsì, compare mio; ma prima cominciamo di qua, che soltanto si rende ciò che si riceve.

 

imgs/LaRiccia0.jpgLa notte il calabrese uscì fuori, e il siciliano entrò nel letto ch'era tutto caldo e soffice, e non perdette un solo minuto di tempo, e la donna andava facendo:
- Se in Sicilia si usa così, sia lodato mio marito che me l'ha detto! Compare mio, datemi abento, per la grazia di Dio!
Cosi stettero tutt'e tre felici e contenti, ma il calabrese ogni tanto si lamentava che non trovava mai largo nel letto, e il compare non gli lasciava più niente di sua moglie.
- Non ci pensate - faceva il siciliano - quando verrete voi a casa mia, farete lo stesso con me, e nel mio letto ci starete voi.


Il calabrese dunque lasciava fare di buon animo, pensando di rifarsene con la moglie del compare; ma passa ora passa poi, perdette la pazienza, che il siciliano lo portava per le lunghe e non voleva mai passare lo stretto.
- Sentite, compare mio - gli disse un giorno - non è questo il modo dì mancare ai patti. Andiamo a casa vostra, per la grazia di Dio! se no, non vi so dire come finisce.

E la moglie, anche lei:
- Giusto è che ve lo portiate; se avete gustato me, voi fategli gustare la vostra, e poi tornate ancora, ch'io ne ho sempre per tutt'e due.

 

Così il siciliano non poté più farne a meno, e partì col compare per il suo paese, e non so dirvi come gli facesse il cuore al pensare ciò che avrebbe detto sua moglie. Come giunsero, sì chiamò quella in disparte, che non sapeva più che feste fare, e buttandosele ai piedi le narrò il fatto e il patto; come il compare era venuto con lui per avere la sua parte, e che quindi pensasse lei a trarsi d'impaccio.

 

imgs/LaRiccia2.jpg

 


imgs/LaRiccia3.jpg

 

Quella non si spaurì, che modi non le erano mai mancati per gabbare i santi, e lieto viso fece al calabrese, e lo cibava e gli girava intorno come un fuso. Come fu notte, prese che aveva una riccia, la scuoiò e se ne mise la pelle davanti, e col calabrese se ne andò a letto, tutto vezzeggiandolo.
Al buio, quegli partì infuriato, ma saltò dieci palmi in aria, gridando:
- O che avete che voi pugnete?
- Nulla, compare mio, che tutte cosi siamo noi siciliane - e lo tirava a sé perché ritentasse la prova.
Ma quegli scappò via, ed era già in Calabria, che gridava ancora:
- Me', come pugne la siciliana!

 

 

 

 

 

Dai "Mimi Siciliani" di Francesco Lanza, Edizioni  Alpes, 1928 Milano, piccolo gioiello della letteratura italiana, purtroppo, poco conosciuto.

 

 

 

_____________________________

imgs/FrancescoLanza.jpgFrancesco Lanza (1897 - 1933)

nato a 'Carrapipi' (Valguarnera Caropepe - EN), studiò al liceo ginnasio Spedalieri di Catania, fu scrittore di finissima sensibilità, autore di teatro, di reportages, di racconti, di un romanzo, attento ai sapori della propria terra, interprete di una sicilianità senza tempo, elegante nella sua schiettezza, da mettere accanto a Pirandello, tra i capostipiti di Tomasi di Lampedusa e di Sciascia. Nel 1927, Lanza fondò il "Lunario siciliano", un periodico mensile al quale collaborarono autorevoli letterati del tempo come G. Centorbi, A. Navarria, E. Cecchi, R. Bacchelli, T. Interlandi. Il giornale nel 1929 fu trasferito a Roma,dove si arricchì delle firme di Ardengo Soffici, Silvio D'Amico, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini, Vitaliano Brancati, Corrado Sofia, Enrico Falqui, Stefano Landi, Luigi Pirandello. Dopo una lunga interruzione, ritornò alle stampe nell'aprile del 1931 a Messina, sotto la direzione di Stefano Bottari (vi collaborò, fra gli altri, il poeta dialettale Alessio Di Giovanni).

 

 

 

 

 

 

 

 

   
« Inizio Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. Fine »


taninoferri.com sito sponsorizzato da ferridesing artaitec