Canchero di un 25 luglio!

 (da "Il profumo della farina calda")

 

di

 

Armido Malvolti

 

 

 

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«Dunque, figli miei, io sono nato qui e questo posto non piaceva per niente a vostro padre bambino e ragazzo. Come sapete i miei genitori si chiamavano Pietro e Luigia; Alcide, Brenno, Sergio e Carlotta erano i miei fratelli. Sono nato di sabato, il 24 luglio 1943, nel tardo pomeriggio. Più volte mamma mi ha detto che faceva un gran caldo. Per uno scherzo del destino sono arrivato in questo mondo quando ancora l’Italia soffriva, lacera, ferita e affamata, sotto il tallone imgs/Cancherodiun25 luglio1.jpgdel regime fascista. Le operazioni per il mio sbarco sulla terra sono infatti iniziate nello stesso giorno e alla stessa ora in cui a Roma, a Palazzo Venezia, iniziava la seduta del Gran Consiglio del Partito nazionale fascista: l’ultima. Alla stessa ora del giorno dopo Mussolini, il gran capo del fascismo, già sfiduciato alle tre del mattino dai suoi stessi gerarchi, varcò la soglia di Villa Savoia per recarsi a colloquio dal re e sentirsi comunicare che al suo posto, a capo del governo, era già stato nominato il maresciallo Badoglio.

 

La seduta del Gran Consiglio era iniziata da poco, forse Grandi stava illustrando la mozione di sfiducia a Mussolini, quando sparai i primi vagiti; nel momento in cui l’ex duce veniva spinto dal capitano dei carabinieri Vigneri nell’ambulanza predisposta per il suo arresto e tradotto alla caserma dei carabinieri di via Podgora, io compivo un giorno di vita: se mamma avesse ritardato ventiquattro ore sarei nato anch’io, come Marco Morini, nell’Italia nuova che aveva spezzato la gabbia della dittatura. Così non è stato e Marco in più di un’occasione, in modo maliziosamente bonario, mi ha rinfacciato di essere nato fascista. Io lo superavo in molte cose – ero più bravo a scuola – ma lui poteva vantarsi di non avere quello che chiamava il marchio di fabbrica. Scherzava, ovviamente, ma non nascondo che la cosa mi dava un po’ fastidio.

 

Ad assistere mamma c’erano la levatrice, venuta appositamente da Sassolungo, e zia Artemia. La finestra della camera era aperta e mamma mi ha raccontato più volte che un piccione, appollaiato sulla grondaia di fronte, osservava curioso e immobile; nel momento in cui ho salutato il mondo con il primo vagito, si è alzato in volo, ha compiuto un ampio giro in tondo nella valle e si è tornato a posare nello stesso punto. Forse era andato ad annunciare agli abitanti della valle di Buonavena l’arrivo di un nuovo Fontana».

«Pa, cos’è una levatrice?» chiese curiosa Valentina.

Mario non si aspettava quella domanda e gli ci volle un po’ per preparare una risposta semplice, ma esauriente.

«Quando tu sei nata ho accompagnato la mamma in clinica e lì sei venuta al mondo, assistita da una equipe specializzata.

 

imgs/Cancherodiun25luglio6.jpgNel 1943, quando sono nato io, era raro che un parto avvenisse in ospedale. I bambini nascevano in casa e se c’era il tempo qualcuno andava a chiamare una signora, la levatrice appunto, specializzata nell’aiutare le donne a partorire.

Mi par di ricordare che quella che aiutò me a nascere si chiamasse Clementina: fu ricompensata con cinquanta chili di grano».

«Se c’erano complicazioni, se la mamma o il bambino si sentivano male, arrivavano il dottore e l’ambulanza?»

Mario non poté evitare una sonora risata.

«Ma quale ambulanza, quali medici!… non c’erano ambulanze né medici. In molte case, come qui, non c’erano nemmeno le strade per farli arrivare. Se insorgevano complicazioni la levatrice faceva il possibile, ma qualche volta la sua esperienza non era sufficiente e poteva capitare che il bambino o la madre o entrambi morissero. Era molto alta a quei tempi la mortalità infantile».

«Tu hai rischiato di morire nascendo?»

«No. Mamma mi ha raccontato che sono stato veloce e che non l’ho fatta soffrire».

imgs/Cancherodiun25 luglio2.jpg«Bravo pa!» esclamò un attento Diego, «non bisogna far soffrire le mamme: me lo hai detto tante volte. Anch’io ho una domanda da farti: cos’è il fascismo?»

 

Mario attendeva quella domanda. In un certo qual modo l’aveva cercata, provocata. Era soddisfatto: il racconto si stava trasformando in una conversazione ed era ciò che auspicava, inoltre cominciavano ad arrivare le domande che più desiderava. Non ebbe difficoltà a rispondere a suo figlio.

«Aprite bene le orecchie: il fascismo è la dittatura di una minoranza di uomini, arrogante e violenta, che prende in particolare modo di mira un’altra minoranza che si oppone ma è meno forte, mentre la maggior parte del popolo sta a guardare più o meno indifferente».

«Puoi essere più preciso?» chiese Valentina.

 

«Facciamo un’ipotesi: tu e tuo fratello frequentate amici e compagni di scuola. Del gruppo fanno parte alcuni, pochi, più sbruffoni e maneschi degli altri che si atteggiano a capi e che sono soliti prendersela con un gruppetto restio ad accettare le loro soverchierie. I primi, a un certo punto, imgs/Cancherodiun25 luglio3.jpgcominciano a vessare i secondi, a chiedere soldi, il walkman, le scarpe firmate, la giacchetta e altro. In altre parole li vogliono soggiogare, quasi schiavizzare. Cercano di opporsi, ma quando si passa alle maniere forti, soccombono.

 

Il resto del gruppo sta a guardare e non si immischia, per paura o perché crede che la cosa non lo riguardi. Addirittura qualcuno prova ammirazione per quei ragazzi forti e, pur non intervenendo, tifa intimamente per loro, illudendosi di poterne trarre un qualche beneficio. È un gravissimo, irreparabile errore. Oggi è toccato a quel gruppetto, ma così i prepotenti si sono aperti la strada per estendere, domani o quando farà loro comodo, il dominio sul resto del gruppo, sfruttando la debolezza dell’indifferente neutralità. Almeno sul piano psicologico sono già tutti soggiogati, perché ognuno ha capito che da solo non potrà mai farcela e non ha la certezza che la forza del gruppo, che non si è manifestata prima, possa rivelarsi in seguito. La sfiducia prende il sopravvento e i prepotenti ne approfittano diventando di fatto i padroni. Ben altra sarebbe stata la conclusione se tutti si fossero schierati in difesa dei compagni presi di mira: i balordi avrebbero battuto in ritirata con la coda tra le gambe.

 

Così è stato per il fascismo in Italia. Un manipolo di facinorosi ha fatto la marcia su Roma nel 1922 con un obiettivo preciso: soggiogare l’Italia. Il re, gran parte della stampa, i padroni e la borghesia li lasciarono fare o li incoraggiarono; la maggior parte del popolo nemmeno si rese conto di cosa stava accadendo. Alcuni tentarono di opporsi, di resistere: i comunisti, i socialisti, i sindacati, le cooperative, una parte del mondo cattolico, ma erano troppo deboli, si muovevano divisi e nell’indifferenza diffusa, così il fascismo trionfò e sottomise tutto un Paese. Seguirono anni terribili: molti oppositori furono assassinati, incarcerati, relegati al confino o costretti all’esilio. Ci sono voluti più di vent’anni, una guerra mondiale e la resistenza per ridare all’Italia la libertà.

 

Se voi e i vostri amici vi schierate subito dalla parte dei più deboli e della ragione, assieme sconfiggete i violenti e gli arroganti, e la vostra libertà individuale è salva. Se un popolo si unisce contro chi vuole privarlo della libertà, non c’è partita per qualsiasi forma di fascismo… Ma se la maggioranza sta alla finestra a controllare chi vince per poi schierarsi dalla parte del vincitore, saranno sempre il prepotente e il violento ad avere la meglio. E libertà e democrazia soccomberanno. Qualcosa del genere è accaduto anche in Argentina, ma di questo parleremo più avanti».

«Credo di avere capito» osservò Valentina, «ma dimmi anche questo, pa: il fascismo esiste ancora?»

«In alcuni paesi sopravvivono forme di governo dittatoriali che si richiamano al fascismo, almeno nei metodi, ma sono sempre meno. Piuttosto occorrerà fare molta attenzione ad altre forme di dittatura, subdole e striscianti, una sorta di fascismo mascherato con i costumi della democrazia, che tendono a soggiogare i popoli sostituendo olio di ricino e manganello con più sofisticati strumenti di persuasione.

 

imgs/Cancherodiun25 luglio4.jpgStrumenti apparentemente non violenti, anzi: moderni e accattivanti, ma non per questo meno pericolosi perché, più che sul fisico, agiscono sul cervello della gente in modo da portarla a ragionare in sintonia con il pensiero dominante e, quindi, in assoluta obbedienza. La tv, le nuove e sempre più sofisticate tecniche di comunicazione, le mode, il fanatismo sportivo o religioso possono essere strumenti utilizzati da singoli e da gruppi privi di scrupoli per conquistare o accrescere il proprio potere a scapito della maggioranza».

 

I due ragazzi rimasero in silenzio, un po’ increduli e un po’ confusi. Loro avevano molta dimestichezza con la tv, già conoscevano le grandi potenzialità di internet, erano sportivi e tifosi di calcio, praticavano la religione cattolica, ma mai avevano pensato che ciò potesse servire a qualcuno per entrare, a loro insaputa, nei loro cervelli e diventarne padrone.

Erano perplessi, ma la fiducia nel padre era tale da indurli ad accettare come possibile ciò che avevano appena ascoltato. Accantonarono quindi la domanda più logica e ne formularono un’altra.

«Cosa c’entra l’olio di ricino con il fascismo?»

 

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«Credo sappiate che l’olio di ricino, assunto in dosi elevate, è un potente lassativo. Oggi non si usa più, ma un tempo difficilmente mancava nelle famiglie. Le squadracce fasciste, quasi in un gioco sadico, erano solite farne bere in gran quantità ai loro oppositori, agli antifascisti. Vi lascio immaginare le conseguenze. Era un modo per umiliare l’avversario, per farlo sentire impotente, vinto. Ci furono casi di antifascisti che si sottoposero a quel supplizio con coraggio e, soprattutto, con grande dignità. L’altro strumento di repressione era il manganello, con il quale hanno fracassato molte teste e ossa di uomini e donne, colpevoli solo di non accettare la dittatura. Si può dire che olio di ricino e manganello siano divenuti simboli del fascismo tanto quanto le camice e gli stivali neri. Sono stato chiaro ed esauriente?»

«Certo» disse Valentina, «ma tu che sei nato quando il fascismo è caduto, come fai a sapere tutte queste cose?»

«Perché i miei genitori me le hanno raccontate, perché ho letto i libri e visto i film giusti, perché nell’Italia liberata alcuni partiti e organizzazioni si sono presi la briga di spiegare, a chiunque volesse ascoltare, cosa era effettivamente stato il fascismo e quanto sangue era stato necessario versare per dare al paese libertà e democrazia. Lo spirito antifascista deve essersi affievolito parecchio in Italia, se è vero che un partito che in un qualche modo è erede del ventennio, lo scorso anno è stato al governo per alcuni mesi.

 

Quando lasciai l’Italia, di sicuro non avrei potuto immaginare una cosa simile. Credo che i giovani imgs/Cancherodiun25luglio7.jpgitaliani ne sappiano troppo poco, mentre l’antifascismo come valore dovrebbe essere la prima cosa da insegnare in famiglia e a scuola.

Vi sto raccontando queste cose per due ragioni: perché ci sono analogie tra la storia italiana e quella argentina più recente; perché una volta informati possiate scegliere guidati solo dalla vostra coscienza».

«Ma non potevi parlarcene in Argentina?» chiese una Valentina sempre più puntigliosamente curiosa.

«Certo, avrei potuto, ma sarebbe stato impossibile farvi capire gli intrecci tra la storia d’Italia e quella della mia famiglia; le ricadute che il fascismo, la resistenza, le lotte per i diritti hanno avuto sia nella mia casa sia in quelle delle genti di queste valli. Solo stando sul posto potrete cogliere i particolari, le sfumature».

«La tua era una famiglia antifascista?»

«Sì, la mia famiglia era antifascista. Durante la lotta partigiana si è comportata di conseguenza correndo non pochi pericoli. Ma ora torniamo alla mia nascita…»

 

[...]

 

 

«Io sono soddisfatto» disse Diego, «ma ora devo chiederti un’altra cosa, pa: è la seconda o la terza volta che usi la parola mezzadro: ma cos’è un mezzadro?»

 

imgs/Cancherodiun25luglio8.jpg«Cos’era, perché che io sappia è una figura che non esiste più. Diciamo che una famiglia di mezzadri altri non era che un gruppo di persone padrone solo delle proprie braccia e delle conoscenze apprese lavorando i campi, conoscenze tramandate con le parole e con l’esempio di generazione in generazione. I mezzadri esistevano perché c’erano gli agrari, proprietari di vaste estensioni di terreno suddivise in poderi che non coltivavano, ma davano da lavorare ai mezzadri a cui fornivano una casa, la stalla e il bestiame. Diciamo che gli uni erano funzionali agli altri: i mezzadri facevano fruttare i terreni e la metà di ciò che producevano andava a chi aveva dato loro le terre da coltivare, cioè ai loro padroni.

 

Mio padre è nato a Bré e mio nonno era mezzadro dei Varini, poi si è trasferito qui a Buonavena, sempre mezzadro dei Varini. Tutto sommato i Varini erano dei buoni padroni, ma non tutti erano come loro: papà mi ha parlato di proprietari che erano delle autentiche carogne, che trattavano i loro mezzadri come bestie e se questi si azzardavano ad alzare la testa li cacciavano senza pensarci troppo. In questi casi era molto difficile che il mezzadro potesse trovare un altro podere da coltivare dato che il padrone non si limitava a mandarlo via, ma parlava anche male di lui dipingendolo come sfaticato, piantagrane e persino ladro.

 

La parola del padrone valeva molto di più di quella del mezzadro così quest’ultimo, anche se era solo vittima di uno sfruttatore senza scrupoli, non aveva alcuna possibilità di difendersi e di farsi ascoltare. Oggi se una persona cerca un lavoro presenta un curriculum, più è ricco e qualificato, più cresce la possibilità di trovare un buon impiego. Allora il curriculum di un mezzadro consisteva nel poter dire di aver servito con capacità e disponibilità uno o più agrari, ma se anche solo uno di questi parlava male di lui il suo destino era segnato: nessun lavoro, quindi fame, fame e ancora fame. Lo attendeva una vita molto grama e il capolinea poteva essere una morte di stenti. Un destino cui non sfuggivano nemmeno i bambini. C’è un film che ripercorre in modo straordinariamente veritiero ed efficace l’epopea di un famiglia di mezzadri emiliani, Novecento di Bernardo Bertolucci: appena possibile ve lo farò vedere».

 

Valentina e Diego erano turbati. Com’era diverso il mondo che stavano scoprendo rispetto a quello in cui erano cresciuti.

 

Le sofferenze, i drammi e le lotte del paese in cui erano nati non avevano violato la barriera protettiva eretta dalla famiglia.

 

Immersi nell’agiatezza e cullati dagli affetti, mai si erano posti la domanda in apparenza più semplice: «Perché i bambini del mondo non vivono tutti come noi?» Ora quella domanda irrompeva nelle loro testoline e avrebbero voluto gridarla al padre per ottenere immediatamente una risposta, ma qualcosa li tratteneva: era la sensazione che proprio il racconto che stavano ascoltando avrebbe soddisfatto le loro curiosità. Invitarono quindi il padre a proseguire.


Mamma, ancora molto giovane, era andata in sposa a tal Pompeo Franzoni che abitava, con i genitori e parecchi fratelli, in una casa contadina lungo la riva sinistra del torrente Pavone. Stando ai racconti di mamma, in quella famiglia doveva abbondare solo la miseria, tanto che «ai topi, se entravano nella madia, venivano le lacrime agli occhi percome la trovavano desolatamente vuota».

imgs/Cancherodiun25luglio9.jpgIl primo figlio morì pochi giorni dopo la nascita, stroncato da una delle tante malattie che allora colpivano i neonati.

Poi sono arrivati Carlotta e Sergio. Dopo ogni parto, aveva dovuto lasciare i figli alle cure di suocera e cognate e andare a Milano a fare la balia, cioè ad allattare – con il latte che così era costretta a sottrarre ai propri figli – i bimbi di un qualche signorotto lombardo. Era di moda che questi ultimi, non appena la consorte metteva al mondo l’erede, si procurassero una balia, spesso una florida e sana contadinotta, per evitare che la propria moglie, costretta ad attaccarsi il figlio al seno, se lo rovinasse irreparabilmente. E così il bebè di città succhiava il latte saporito di una mamma campagnola, latte ricco di vitamine che gli trasmetteva tanta sapienza contadina, impedendogli di crescere citrullo; la donna, balia per bisogno e per miseria, poteva in cambio mandare alla famiglia un po’ di indispensabili quattrini.

Ora ero nato io e il problema che mamma dovesse fare le valigie ed emigrare in città non si poneva. Sposando papà, che pure era povero, aveva fatto un passo avanti nella scala sociale e non c’era bisogno che andasse a vendere il proprio latte. Così, il latte di mamma, potei succhiarlo tutto io.

 

«Ma è inumano!» gridò Valentina, «è inumano che una madre sia costretta a sottrarre al figlio il proprio latte. Quanto era schifosa la società in cui sei nato, pa

La ragazzina si sentiva offesa e quasi si rifiutava di credere a ciò che aveva ascoltato. Mario capì al volo il turbamento della figlia, ma lo ignorò e proseguì.

«Quella in cui sei nata tu, quella che sta oltre la cancellata della nostra casa o il muro di cinta della tua scuola, non era e non è certamente migliore, più umana. Magari le mamme non vendono il latte per sfamare la famiglia, ma miseria, ingiustizia, sfruttamento e fame non erano e non sono cose dell’altro mondo. Non lo sono in Argentina, non lo sono in molti paesi del mondo, un mondo che convive con una miseria di massa, un mondo che impiega le sue migliori energie non per debellare la povertà, ma per aumentare la ricchezza di chi già ricco è, un mondo che applica la regola del moltiplicatore: miseria produce miseria, ricchezza produce ricchezza.

 

imgs/Cancherodiun25luglio91.jpgUn mondo dove le mamme non vendono più il latte del proprio seno, ma – dimmi tu se non è immensamente più grave! – non di rado per sopravvivere vendono gli stessi figli, o se li vedono sottrarre per scopi inimmaginabili. Il problema, forse dovrei dire il dramma, del mondo di oggi è che è troppo semplice chiudere gli occhi di fronte alla realtà.

Stordito dalle sirene della pubblicità, reso insensibile dalla sete di denaro e potere, l’uomo occidentale, quello che vive nei paesi più ricchi, è portato a credere che qualsiasi cosa possa essere sua: basta volerlo. E nulla è dovuto a chi non ha: se ne è capace se lo pigli, altrimenti… altrimenti crepi e speri nell’aldilà, quell’aldilà dal quale mai nessuno è tornato per raccontarci com’è».

«Parole giuste, sacrosante, pa, però tu sei ricco, noi siamo ricchi…»

«È vero, non lo nascondo. Potrei dirvi che a me è andata bene, che la mia fortuna si è materializzata il giorno in cui ho incontrato vostro nonno, che ho lavorato sodo, che ci ho saputo fare, che… balle, sono tutte balle! La verità è che anch’io come tanti ho chiuso gli occhi per non vedere il marcio intorno a me; mi sono tappato le orecchie per non sentire i lamenti di milioni di meno fortunati. Vi ho fatto succhiare benessere e agiata sicurezza fingendo di credere che i miei doveri di cittadino del mondo non dovessero andare oltre i confini della famiglia. Poi, qualche tempo fa, in me è scattato qualcosa che mi ha imposto di voltarmi a guardare il mio passato per valutarlo criticamente. Credo che a far scattare quel qualcosa abbiano contribuito vari fattori: la storia dell’Argentina; il generale Videla e la dittatura; immagini che risalgono agli anni Settanta e che mi ero sforzato di rimuovere; plaza de Mayo e un numero imprecisato di donne coraggiose; una donna, soprattutto, una madre figlia di italiani come me che un giorno vidi sfilare in quella piazza con una foto nella mano destra e un cartello nella sinistra.

 

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Per giorni mi sono tormentato, ho vissuto dentro di me una lotta feroce tra il mio presente e il mio passato, tra i ricordi e le certezze: mi sono sentito male davvero perché mi sembrava di non riconoscermi più. Nei momenti di maggiore tensione interiore giungevo a paragonarmi a un traditore.

Ero portato a vivere quasi come una colpa la mia agiatezza e il prestigio da essa generato. Ricchezza e successo mi apparivano ogni giorno di più come una maledizione.

Quanta gente ha affamato il tuo successo?” mi chiedevo con sempre maggiore insistenza. La decisione di portarvi qui è scaturita anche da quei tormenti. Ero determinato a farlo per voi, per restituirvi le vostre radici, ma forse mi sbagliavo: sono le mie radici che vado riscoprendo. Ne soffro e ne sono felice al tempo stesso».

 

[...]

 

Tratto da "Armido Malvolti, Il profumo della farina calda", Aliberti editore, capp. 3 e 4.

 

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imgs/ArmidoMalvolti3.jpgArmido Malvolti

Già dirigente politico, sindacalista, e dirigente d'azienda, da quando è pensione ha cominciato a scrivere. Nel 1997 è uscito il primo romanzo "Era bionda l'altra Valentina". Nel 2005 è uscito "I duri hanno due cuori" (prefazione di Luciano Ligabue), scritto con il tredicenne Lorenzo Costi. Un thriller, ma anche una grande storia d'amore e un omaggio alla Pietra di Bismantova. Secondo classificato al Premio letterario Greppi.
Nel 2008 "Romanzo di una fisarmonica", biografia del fisarmonicista Paolo Gandolfi: un autentico romanzo popolare. Nell'autunno del 2010 ha pubblicato "Vivremo alla grande" scritto insieme a due ragazzi, Linda Parmeggiani e Francesco Baroni, è un affresco controcorrente di vita adolescenziale dei giorni nostri. Da oggi è in libreria, "Il profumo della farina calda" per i tipi di Aliberti editore, suo quinto romanzo.

Ha collaborato con La Gazzetta di Reggio, attualmente scrive su Tuttomontagna.

21 ottobre 2011

 

   


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