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Prima persona
 
 
 
di
 
 
 
Andrea Zanzotto

 

 

 

 

- Io - in tremiti continui, - io - disperso

e presente: mai giunge

l'ora tua,

mai suona il cielo del tuo vero nascere.

 

Ma tu scaturisci per lenti

boschi, per lucidi abissi,

per soli aperti come vive ventose,

tu sempre umiliato lambisci

indomito incrini

l'essere macilento

o erompente in ustioni.

Sul vetro

eternamente oscuro

sfugge pasqua dagli scossi capelli

primavera dimora e svanisce.

Tu ansito costretto e interrotto

ora, ora e sempre,

insaziabile e smorto raggiungermi.

 

Ora e sempre? Ma se di un bene

l'ombra, se di un'idea

solo mi tocchi, o vortice a cui corrono

i conati malcerti, il fioco

sospingermi del cuore. E là nel vetro

pasqua e maggio e il rissoso lume affondano

e l'infinito verde delle piogge.

 

Col motore sobbalza

la strada e il fango, cresce

l'orgasmo, io cresco io cado.

 

Di te vivrò fin che distratto ecceda

il tuo nume sul mio

già estinto significato,

fin che in altri terrori tu rigermini

in altre vanificazioni.

 

 

 

 

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Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 10 ott. 1921 – Conegliano, oggi, 18 ott. 2011)

«Quando uscì La Beltà (1968), Eugenio Montale ne trovò l’autore “indubbiamente aumentato” rispetto al “posto di rilievo” da Andrea Zanzotto già tenuto “in quella”, soggiungeva ironicamente Montale, “che vien definita generazione di mezzo (non so quando cominci e quando stia per finire)”.
Ciò che tradotto in chiaro, e aggiunta tutta la grossezza inerente a siffatte graduatorie, significa: il più importante poeta italiano dopo Montale»

Gianfranco Contini, nella Prefazione a "Il Galateo in bosco" (1978).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   


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