da Poesie siciliane

 

di

 

Giovanni Meli

 

 

 

imgs/Dulcimia.jpg

 
Munti e vàusi, menu duri
di lu cori di dd’ingrata,
petri, trunchi, erbetti e ciuri,
chi adurnati sta vallata,
deh! salvatimi d’Amuri,
chi mi à l’alma ’mprigiunata;
o parrati vui pri mia
a la cara Dulcimia.
Da sti vàusi, unn’eu m’aggiru,
mio tirannu, amatu beni,
l’aria stissa ch’eu respiru,
missaggera a tia già veni;
porta acchiusi ’ntra ’n suspiru
li mei crudi acerbi peni;
lu meu cori è chi l’invia
a la cara Dulcimia...

 

 

 

“Monti e balzi, meno duri
del cuore di quell’ingrata,
pietre, tronchi, erbette e fiori,
che adornate questa vallata,
deh! salvatemi dall’Amore,
che m’ha l’alma imprigionata;
andate a parlare voi per me
alla cara Dulcinea.
Da questi balzi, dov’io m’aggiro,
mio tiranno, amato bene,
l’aria stessa che respiro,
messaggera a te viene;
porta chiuse in un sospiro
le mie crude acerbe pene:
è il mio cuore che l’invia
alla cara Dulcinea...”

 

 

 

 

 

 

 

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imgs/GiovanniMeli.JPGGiovanni Meli

Una delle "quattro coroncine", con Carlo Porta, Carlo Goldoni, Giuseppe Gioachino Belli (da affiancare alle "tre corone" di Dante, Petrarca e Boccaccio), Giovanni Meli nacque a Palermo il 6 marzo 1740 ed ivi morì il 20 dicembre 1815.
In quel periodo la Sicilia godeva di un suo parlamento e di un suo viceré con una discreta autonomia dai Borboni ed una forte classe di feudatari che faceva di tutto per accentuarne il distacco. In tal contesto il dialetto siciliano era considerato come portatore di una identità da mantenere coi Borboni e da esibire anche ai nuovi signori napoleonici. Fu così che il Meli fu incaricato di predisporre le leggi dell’Accademia Nazionale che doveva diffondere il siciliano come lingua nazionale dell’Isola.
Il Meli, che il dialetto l’aveva perfino nel cognome (“miele”), divenne il più grande esponente della letteratura dialettale in Sicilia, dove peraltro operava una folta schiera di poeti dialettali che diede vita ad una ripresa dello splendore linguistico e culturale che la Sicilia aveva conosciuto ai tempi dell’imperatore Federico II di Svevia, quando essa di fatto si pose al centro del Mediterraneo come isola culturale e con la cosiddetta “scuola poetica siciliana” costituì la prima lingua letteraria dell’Italia.

Liberamente tratto da fonti diverse del Web.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   


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