Una lettera inattesa
 
 
 
 di
 
 
Erin Morgenstern
 
 
 
 
 
 
 
 
 
imgs/letterainattesa2.jpgL’uomo conosciuto come Prospero l’Incantatore riceve una discreta quantità di posta presso l’ufficio del teatro, ma prima d’ora non era mai successo che una busta a lui indirizzata contenesse una nota di suicidio, appuntata per di più al cappotto di una bambina di cinque anni.
 
L’avvocato che accompagna la piccola rifiuta di fornire spiegazioni e, nonostante le proteste del direttore, appena può la abbandona con un’alzata di spalle e un rapido tocco al cappello.
 
Il direttore non ha certo bisogno di leggere il nome sulla busta per capire di chi sia la bambina. Gli occhi vivaci che spuntano da quella selva di ricci scuri e ribelli sono la versione più giovane e spalancata di quelli dello stesso Prospero.
 
La prende per mano, le piccole dita mollemente appese alle sue. Nonostante lì dentro faccia caldo, rifiuta di togliersi il cappotto, e quando lui le domanda perché, lei risponde con una secca scrollata di capo.
Non sapendo cos’altro fare, il direttore se la porta in ufficio.
 
La piccola si arrampica in silenzio su una sedia scomoda piazzata sotto una sfilza di vecchie locandine, circondata da scatole di biglietti e ricevute. Lui le offre una tazza di tè con doppia dose di zucchero, che però rimane intatta a raffreddare sulla scrivania.

La bambina non si agita. Perfettamente immobile, se ne sta con le mani giunte in grembo. Tiene lo sguardo fisso a terra, concentrato sugli stivali che a stento sfiorano il pavimento. C’è un piccolo graffio su una punta, ma le stringhe sono allacciate con nodi perfetti.
 
La busta chiusa pende dal secondo bottone del cappotto, in attesa che Prospero venga ad aprirla.
 
Lei lo sente arrivare dai passi pesanti che riecheggiano lungo il corridoio, assai diversi da quelli leggeri e cadenzati del direttore, più volte andato e venuto, felpato come un gatto.
 
imgs/letterainattesa0.jpg«C’è anche un... pacco per voi, signore» annuncia il direttore nell’aprire la porta. Lo introduce nel piccolo ufficio e sparisce all’istante per andare a occuparsi di altre questioni, ed evitare così di assistere a ciò che quell’incontro potrebbe rivelarsi.
 
L’illusionista, una pila di lettere in mano, il mantello di velluto nero dalla fodera di seta bianca gettato dietro le spalle, passa rapidamente in rassegna l’ufficio alla ricerca di una scatola incartata o di una cassa. Solo quando la bambina lo guarda con i suoi stessi occhi finalmente capisce.
«Maledizione!» è la prima reazione di Prospero nell’incontrare la figlia.

La piccola torna a concentrarsi sugli stivali.

Il mago chiude la porta, lascia cadere la pila di lettere sulla scrivania vicino alla tazza di tè e osserva meglio la bimba.
Le strappa la busta dal cappotto, lasciando la spilla appesa al bottone.
Se la busta riporta il suo nome d’arte e l’indirizzo del teatro, la lettera all’interno lo saluta Hector Bowen, come risulta all’anagrafe.
 
Ne scorre il contenuto. Qualsiasi reazione emotiva auspicasse il suo autore, è tristemente e del tutto assente. Una breve pausa nell’unico punto che considera rilevante: quella bimba ora sotto la sua custodia è senza ombra di dubbio sua figlia. Si chiama Celia.

«Avrebbe dovuto chiamarti Miranda» dice l’uomo noto come Prospero l’Incantatore, ridacchiando. «Suppongo non fosse abbastanza intelligente per pensarci.»

La bambina gli punta nuovamente addosso lo sguardo.

Occhi scuri e stretti sotto una selva di ricci. La tazza sulla scrivania comincia a tremare. La superficie liquida si increspa mentre fessure crepano lo smalto, riducendo la tazza a un mucchietto di cocci di porcellana a fiori.
Il tè freddo cola nel piattino e, disegnando un sentiero appiccicoso lungo il legno lucido del tavolo, gocciola infine sul pavimento.
 
imgs/letterainattesa4.jpgAl mago svanisce il sorriso. Getta uno sguardo scontento sul ripiano della scrivania e il tè versato inizia a colare al contrario, risalendo da terra. I pezzi incrinati e rotti si ricompongono intorno al liquido e la tazza riprende la forma originaria, liberando nell’aria lievi volute di vapore.

La bambina osserva con occhi sgranati.

Hector Bowen afferra il viso della figlia con la mano guantata, ne studia per un attimo l’espressione; quando lo lascia andare, ci sono segni rossi impressi sulle guance dove prima erano le dita.
«Interessante» dice.
 
La bambina non parla.

Nelle settimane seguenti, a ogni nome che lui tenta di darle lei rifiuta di reagire. A tutti, fuorché a Celia.
Di lì a qualche mese Celia è pronta, e il mago scrive una lettera. Nonostante l’assenza di indirizzo sulla busta, questa raggiunge la sua destinazione.
 
[...]
 
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Erano le cinque di sera di un giorno d’inverno pungente, quando Victor sentì il rumore dei passi di qualcuno calpestare il suolo in direzione del circo, del suo circo. Il mittente della lettera era stato scrupoloso nell’indicare il momento preciso in cui – e adesso gli metteva così agitazione dirlo - sarebbe arrivata la bambina, da sola e perfettamente in orario, proprio come stava avvenendo.
…Cinque, sei, sette, altri dieci passi, provò a contarli finché non si arrestarono, e lo scalpitio dei piedi fu sostituito dal battere delle mani sulla porta cigolante del suo camerino.
«Vengo subito, un attimo soltanto.»
 
imgs/letterainattesa3.jpgVictor abbandonò la sua postazione (una sedia in velluto rosso posta di fronte ad uno specchio contornato da luci soffuse), e cercando di assumere un portamento e un’espressione del viso che camuffassero il fascio di nervi in cui era teso, si recò in direzione della porta e la aprì, abbassando leggermente la maniglia con le pupille fisse sul terreno dov’era montata la tenda. Gli ci volle un po’ perché quegli occhi obbedissero al comando del cervello di alzarsi, per strappare quello sguardo al pavimento e rivolgerlo invece alla bambina, all’appena giunta ospite, che aspettava immobile e silenziosa sopra la soglia.

«Sei tu, Celia?»
La bambina annuì sollevando lo sguardo sul suo viso, nel preciso istante in cui anche lui si decise a guardarla in volto. Fece mostra di due occhi vivaci e attenti, a cui nulla poteva sfuggire, e di certo non l’agitazione che gli scorreva nelle vene quasi mescolata al sangue. In tanti anni di vita e di carriera presso il circo, mai il vecchio Victor si era sentito così teso.
«Devi essere infreddolita, vieni dentro. Tesoro, scusami se ci ho messo tanto a farti entrare…»
 
La piccola Celia non se lo fece ripetere due volte, mosse i primi passi verso l’interno del camerino senza mostrare alcuna incertezza, col passo un po’ rigido, un po’ sbarazzino, che caratterizzava la sua defunta madre. Fu questa la prima cosa che notarono gli occhi felini del vecchio Victor: il modo di muoversi della bambina, così educatamente contenuto, come doveva averle insegnato la sua mamma.
 
Celia indossava un cappottino fatto di un tessuto morbido di colore grigio topo, rattoppato sui gomiti e un pochino più piccolo della sua misura, ma che le conferiva un’aria estremamente deliziosa. Le gambe velate da calze di colore neutro finivano in un paio di stivali dello stesso grigio del cappotto, con le stringhe perfettamente allacciate e le punte consunte, segno che anch’essi erano stati acquistati parecchio tempo addietro. Un cappello blu notte sopra la testa scendeva morbido sin dietro la nuca, e sulle spalle un’incantevole chioma di riccioli bruni contribuiva a rendere il volto di quella bambina ancor più grazioso.
Devo ammetterlo, sospirò Victor mostrando alla bambina la sedia su cui accomodarsi, sei la riproduzione perfetta di quello scapestrato di tuo padre.
 
imgs/letterainattesa6.jpgMentre la bambina sorseggiava silente una tazza di tè seduta dove lui le aveva indicato, Victor rilesse mentalmente la lettera inviatagli da suo fratello pochi giorni prima, Hector Bowen, meglio conosciuto come il celebre Prospero l’Incantatore; e non si stupì, stavolta, di quello che Hector gli aveva scritto riguardo le magiche abilità della bambina, degne della figlia di un Incantatore che però non le aveva mai dato neanche una carezza. Dovevano essere qualità innate, quelle di Celia, come innate erano le capacità di Hector di sbarazzarsi di ogni sua minima responsabilità affidandola al fratello.
 
Sono certo che tu saprai come prendertene cura,
in fondo credo che Eleonor avrebbe scelto te, come padre.
Addio, Hector.
 
Victor era stato felice stavolta – più di ogni altra volta in cui suo fratello Hector gli inviava trapezisti imbranati o giocolieri distratti a cui insegnare il mestiere – dell’incarico che gli era stato affidato, tuttavia non riuscì a nascondere, almeno a se stesso, la delusione provata nello scoprire che Celia di sua madre possedeva poco e niente, che nei tratti del suo volto erano perfettamente riprodotti quelli di suo padre, come nella sua folta chioma di ricci ribelli. L’ombra di sua madre l’aveva intravista soltanto vedendola camminare, e adesso che era ferma e seduta poteva affermare con certezza di trovarsi di fronte la fedele riproduzione di Hector in versione femminile. Tuttavia, non poteva nascondere che il viso della ragazzina, e tutto il suo aspetto in generale, suscitavano in lui un affetto già affiorato dal primo istante in cui l’aveva vista, e che aveva soltanto bisogno d’essere consolidato.
«Tuo… il signore che ti ha spedita qui, ti ha già descritto cosa dovrai fare?»
«Prospero l’Incantatore?»

Il tono di voce di Celia non tradiva nessuna emozione o stato d’animo, o qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto far capire a Victor che tipo di rapporto si fosse instaurato tra i due prima che lei venisse spedita al circo. Ma fu felice di scoprire, quando lei sciolse la lingua, che il tono di voce gli ricordava tanto quello caldo e affettuoso di sua madre, custode di una dolcezza infinita. Nell’indole di quella bambina, se non nel corpo, vi era fortunatamente qualcosa appartenente alla persona a cui Victor aveva dedicato più tempo, più affetto, più forze durante tutta la sua vita. La persona che Victor aveva amato di più. La madre, ormai salita in cielo, della piccola Celia.
«Esattamente. Lui, ti ha parlato di cosa…?»
 
imgs/letterainattesa8.jpgLa voce di Victor svanì quando Celia balzò in piedi dalla sedia, fissò i suoi occhi neri come carboni ardenti su un gruzzoletto di monete che Victor si era messo a contare prima del suo arrivo, e li fece prima innalzare di qualche centimetro, poi roteare sul tavolo. Gli occhi di Victor la seguivano rapito, nessun altro sarebbe stato capace di tale prodigio in una così tenera età.
«Prospero mi ha spiegato che ti prenderai cura di me, che sarai il mio benefattore, e che io dovrò ricambiare in qualche maniera. Mi ha detto che non mi manderai via, perché hai un cuore buono e sai che il destino mi è avverso…»
 
Proprio come sua madre, pensò il vecchio Victor, di origini così misere eppure così istruite ed eloquenti.
«Mi tratterai come se fossi tua figlia, con riguardo e affetto, e amore, perché tu amavi profondamente la donna che mi ha messo al mondo. Prospero, Hector, mi ha detto che avresti dovuto essere tu il mio vero padre, che se così fosse stato forse mia madre avrebbe vissuto un’esistenza più serena e soprattutto più duratura.»
 
imgs/letterainattesa9.jpgA quelle parole, pronunciate con così poco coinvolgimento, il corpo di Victor venne scosso da un fremito; osservò per qualche secondo la sua immagine riflessa nel vetro illuminato da luci soffuse e rivide, vent’anni prima, il giovane contorsionista innamorato disposto a piegarsi di fronte a tutto, pur di ricevere un briciolo d’amore dalle mani dell’esuberante trapezista che aveva perso la testa per suo fratello, e che pochi mesi dopo aveva abbandonato la compagnia del circo portandosi in grembo lo scricciolo di dieci anni che adesso gli stava di fronte.
Rivide racchiusi in sequenze i ricordi della notte innevata che li aveva visti avvicinarsi per la prima volta, baciarsi dopo ore ed ore di duro lavoro di fronte a un pubblico caloroso e acclamante, quello dell’unica città in cui avevano potuto assistere allo spettacolo dei fiocchi di neve. Lo scenario innevato, candido come i suoi sentimenti, aveva racchiuso uno dei pochi momenti memorabili della sua esistenza, l’unico che, se avesse potuto, avrebbe deciso di rivivere.
«Sai che il circo lavora solo di notte?»
«Ho affrontato un viaggio lungo e faticoso, ma possiedo ancora la metà delle mie forze. Il freddo punge, lì fuori, eppure qui intorno non ho visto l’ombra di un fiocco di neve.”
Quelle parole lo risvegliarono da una specie di tiepido sogno in cui pian piano si stava cullando, era strano che quella bambina parlasse della neve proprio quando, un attimo prima, ci aveva pensato lui stesso.
Che fosse anche capace di leggere nella mente?
 
Quell’interrogativo lo scosse alquanto, ma i gesti che Celia mosse a seguire gli restituirono tranquillità. La bambina, pallida in viso, intrecciò le dita affilate delle sue mani con quelle di Victor, che si lasciò trasportare fuori dal camerino come un burattino nelle mani del burattinaio. Raggiunsero l’esterno, dove pochi e deboli raggi di sole erano rimasti a illuminare il verde degli alberi intorno, il cancello avvolto di brina, la biglietteria chiusa ancora per poco. Mancava meno di un’ora all’inizio dello spettacolo, e questo suscitò in Victor un briciolo di tensione che subito si sciolse, come i fiocchi di neve che da un momento all’altro Celia fece nascere dal nulla, o meglio, dalla magia dei suoi occhi di carbone.
 
imgs/letterainattesa7.jpgLa bambina, qualche passo più avanti di Victor, ripeté la stessa procedura con cui aveva fatto muovere le monete in camerino, solo che stavolta la magia fu molto più immensa e sconvolgente: spruzzi di neve cominciarono ad apparire lì intorno e a spargersi ovunque rendendo il paesaggio monocromatico, mentre i fiocchi più deboli fluttuavano dal cielo posandosi sul paesaggio già innevato e sul volto scosso di Victor, che rabbrividiva senza cappotto. In poco tempo i due colori del circo divennero uno solo, il candore della neve si sparse nel perimetro delimitato dai cancelli, mostrando uno spettacolo da sogno.
«Celia, io…»
«Non ho ancora finito.»
Intorno a Victor la neve cominciò ad innalzarsi prima lentamente, poi con velocità crescente, fino a generare un turbine di aria fredda da cui pochi secondi dopo fece capolino una figura. Il volto di Eleonor, incorniciato da lunghi capelli dorati, si affacciava nel freddo pungente di quel giorno quasi giunto a termine, di quella magia che avrebbe voluto non finisse mai.
«Eleonor.»
 
Allungando le dita ossute, Victor sfiorò il collo dell’amata, e concentrando una forza nelle gambe mai utilizzata prima mosse qualche passo verso di lei, consacrando il loro secondo ed ultimo incontro con un doloroso bacio. Nonostante quel valzer di neve fosse frutto dell’impressionante magia di Celia, Victor riuscì a sentire sulle labbra il gusto vivo di quelle di Eleonor, succoso, e sulla superficie delle mani la pelle calda e l’odore di zucchero filato che s’impadroniva dei suoi sensi. Dopo qualche istante la magia, come tutte le cose belle, volse al termine, e l’ultimo raggio di sole del giorno venne inghiottito dall’imbrunire che li aveva ormai raggiunti. Una ristretta cerchia di persone cominciò a muovere i suoi passi verso i cancelli, qualcuno cercava di spiare all’interno chiedendosi il perché quella sera il circo non spalancasse le sue braccia, ma nessuno poteva vederli. Victor, nel percepire i loro passi, si era subito avvicinato a Celia, e posandole una mano sulla spalla si erano resi invisibili alla vista di tutti quanti.
«Me lo insegnerai, vero maestro?» domandò la piccola, curiosa di scoprire trucchi che ancora non conosceva.
«Certo, piccola mia. Ma adesso rientriamo, lo spettacolo deve iniziare. Ah, e avvertimi la prossima volta se impari qualcosa come leggere nella mente delle persone.»
 
I due maghi fecero dietrofront, ripercorrendo i passi calcati nella neve invisibile che era scesa poco prima e che pian piano si stava dissolvendo. Mentre facevano di nuovo ingresso nel guscio caldo del circo, i cancelli si aprirono come un abbraccio verso l’esterno per accogliere la folla all’interno, e cascate di scintille argentate animarono crepitando l’insegna de
 
 
Le cirque des Rêves.
 
 
 
 
 

 
 
 
 
Due brevissimi brani tratti da Erin Morgenstern, Il circo della notte, traduzione di M. Magri, Rizzoli editore, gennaio 2012, 460 p.
 
 
 
 
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imgs/ErinMorgenstern.jpgErin Morgenstern
 
è un’esordiente (e io stento a crederci, tanto è matura questa sua prima opera), fa l’illustratrice e vive a Salem, dove evidentemente l’aria è ancora intrisa di stregoneria. Il romanzo, uscito quest’anno, è pubblicato nell’edizione americana da Doubleday e in quella britannica da Harvill Secker. I diritti cinematografici sono stati acquistati ancor prima che il libro andasse in stampa, ma, come ha saggiamente commentato Francesco Dimitri parlandone con me, è impossibile fare di questo libro un film. O meglio, è perfettamente possibile, ma la sua potenza narrativa, la sua meraviglia oppiacea e ipnotizzante sono intrasferibili fuori da una pagina scritta. The Night Circus è un romanzo nel senso più completo del termine. E di romanzi come questo, oggi, c’è più bisogno che mai. 
 
(Tratto dalla recensione di Luca Tarenzi)
 
 
 
 
 
 
 
 
   
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