I cinque libri di legno

 

di

 

Gian Mauro Costa

 

 

 

 

imgs/Librodilegno1.jpgDomenica. Astolfo aveva acceso la radio alle otto spaccate per seguire il notiziario. Che il gatto del suo vicino di casa fosse capace di una simile azione e soprattutto di una simile puntualità a prova di secondo era per Enzo una granitica certezza. Che fossero i gatti a governare gli uomini, a suggerire e, a seconda dei casi, imporre loro abitudini e comportamenti, scelte e sentimenti, Enzo pensava di averlo scoperto precocemente, molto tempo prima di diventare detective.

 

Si era accorto che le cose funzionavano così perché sua madre non parlava molto con suo padre (che del resto, spesso, era assente) ma colloquiava fitto fitto con il gatto bianco e nero di casa, che la seguiva in tutti i suoi spostamenti domestici e al quale sottoponeva lamentele e rimostranze, quasi per invocare un giudizio severo, o bisbigli e confessioni, come per ottenere consigli e complicità. Enzo, quel gatto, lo avrebbe strozzato volentieri, e quando morì, in età avanzata, non poté reprimere un moto interiore di contentezza. Suo padre, invece, era rimasto indifferente. Del resto, a lui non aveva certo destinato un trattamento migliore: il bilancio della lunga carriera genitoriaale era sintetizzabile in una buona razione di ceffoni, in una considerevole quantità di mugugni e grugniti, in qualche episodica carezza sui capelli e in occasionali complicità calcistiche domenicali.

 

Già, il calcio alla radio, la domenica... Ma non era tipo da nostalgie e ricordi. Nel suo sobrio assetto psicologico gli episodi del passato si snodavano in continuità temporale con il presente, imgs/Librodilegno2.jpgsenza cesure né drammi. Talvolta riusciva ancora a stupirsi che i suoi genitori fossero morti, Se l'era dimenticato, ecco tutto. Così, almeno, se lo spiegava.

 

Domenica, dunque. Si vestì con la solita sbrigativa calma, dopo essersi rasato con un Bic usa e getta. Indossò il completo di velluto marrone a coste, una delle cinque camicie bianche, la cravatta rossa, accarezzò con lo sguardo e con la mano la grande radio a valvole di suo nonno nel cui restauro era impegnato da un paio d'anni (non c'era alcun motivo di non prendersela comoda) e uscì di casa. Avrebbe deciso solo dopo una passeggiata tra le bancherelle di corso Olivuzza se presentarsi da sua cugina per partecipare al pranzo del giorno di festa. In quel caso avrebbe comprato un regolamentare vassoio di cannoli da Scimone. Per farsi perdonare l'arrivo non annunciato. Gli voleva bene, sua cugina Adele. E da quando Enzo viveva solo, era stata lei a farsi generosamente carico economico delle prestazioni della signora Margherita, che era da sempre la sua cameriera a tutto servizio, ma gli aveva detto: "Vieni quando vuoi, sei sempre ben accetto. Lo capiamo che i tuoi impegni...".

 

"I miei impegni...". Enzo sorrideva compiaciuto. Si, magari ci sarebbe andato da sua cugina Adele: una bella pasta alla Norma con pezzetti croccanti di melanzane e abbondante basilico, costine di castrato o salsiccia. Arance. E i suoi cannoli.

 

imgs/Librodilegno3.jpgE poi, mentre Adele lavava i piatti, e suo marito Giacomo ronfava, avrebbe salutato i due gemelli infernali nel campo di battaglia del corridoio e si sarebbe diretto a casa: pochi minuti supino sul letto, nel dormiveglia del palazzo domenicale, quindi piano d'azione per il suo nuovo incarico. Già voleva fare le cose per bene con quei libri di legno. Voleva regalare una bella soddisfazione a Cristina, stupirla con la sua efficienza. Sarebbe stata contenta di essersi rivolta a lui. La sua missione, se non proprio più avventurosa di quelle che lo avevano sinora impegnato, almeno, stavolta, si presentava più romantica. Libri al posto di qualche squallida cambiale, l'amore per la cultura invece che la banale fregola di un adulterio... E poi, Cristina... Che ragazza, anzi che donna affascinante. Enzo chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Ma invece che un sentore di ciclamino, gli arrivò alle narici una zaffata di carne arrostita. Si vergognò due volte: sia per Cristina sia per il rivenditore di stigghiole per il temerario, reciproco, accostamento.

 

Rispose con un diniego incerto al commerciante che lo invitava seduttivo ad assaggiare uno spicchio "duci duci" delle ultime arance di Ribera e si scrollò di dosso tepori e languori considerati sinora da lui alla stregua di fastidiose mosche in pomeriggi d'estate. Si infilò le mani nelle tasche, alzò il bavero del soprabito di lana grigio topo, affrettò il passo e imboccò con decisione, simulando un percorso che non c'era, una via stretta che portava là dove un tempo passava la linea ferroviaria. 

 

Enzo calpestò cartoni che avevano custodito latte parzialmente scremato. Prese a calci una lattina di pelati sventrata e l'ombra di una ragazzina bionda che si affacciava alla finestra durante la sua adolescenza. Scrutò con fugace tenerezza lo spettro del vecchio treno e contemplò le lenzuola stese tra i balconi anneriti da antichi vapori. Gli parve di sentire il ruggito rauco di motociclette ormai paralitiche e condannate alla muffa dei garage. Progettò un'epica visita al barbiere dai lunghi rasoi a scatto e si rilassò rievocando l'impeto del rubinetto che dissolve nel lavamani residui di schiuma e borotalco. imgs/Librodilegno4.jpgSi  rassicurò nel ritrovare al proprio posto, grattate nel muro ocra, le scritte "suca" e le sopravvissute parole finali di una lunga frase scritta da Danilo Dolci che da quelle parti aveva combattuto una delle sue serene battaglie per i diseredati. Canticchiò un'intera strofa di La pioggia che va dei Rokes. Si decise a guardare l'orologio di un immaginario campanile e realizzò che aveva pochi minuti di tempo per approfittare dell'ultima sfornata di cannoli. Ma invece rinunciò ai cannoli, cugina Adele, acciottolii, isterismi televisivi e si concentrò sul caciocavallo nel frigo, il pane di Monreale in credenza, una bottiglia di acqua gassata, un paio di arance, un bicchiere di vino d'Avola, l'eco di un po' di zapping di Astolfo e, finalmente, sul suo piano d'azione.

 

Aveva dato solo un'occhiata fugace ai cinque libri di legno. Non perché gli fosse mancato il tempo, piuttosto per assaporare con lentezza il piacere di studiarli, come se fossero fatti di pagine vere. Fogli e parole, da leggere con attenzione per ricavare informazioni utili al suo lavoro e magari insegnamenti proficui per la sua vita. Li aveva guardati con amorevole distrazione e imgs/Librodilegno5.jpgqualcosa, tra quei titoli e quei nomi vergati sulle etichette con una stilografica verde, gli era familiare.

 

Liberò dalle briciole il tavolo rettangolare di ciliegio, si munì di biro e di bloc notes quindici per dieci e prese in mano con la solennità che il gesto richiedeva il primo dei cinque libri di legno. Aveva già deciso di optare per la casualità, scartando sia l'ordine cronologico sia quello alfabetico. Sempre che, naturalmente, fosse stato facile identificare data e cognome. Cristina non aveva dato al riguardo ulteriori dettagli e lui non aveva del resto intenzione di chiederne, per orgoglio professionale e perché aveva dedotto che la Creatura non sapesse nulla di più di quello che era stato scritto sul frontespizio di legno.

 

Il libro che si ritrovò tra le mani era imbarazzante dato che non poteva permettersi di considerarlo promettente: Il piacere di Gabriele D'Annunzio. Nell'etichetta incollata dal prof. Mirabella erano indicate edizione, collana e data di pubblicazione: Il Vittoriale degli Italiani, I romanzi della rosa, 1941/XIX. Si soffermò sul numero romano, lo tradusse svelto in 19, restò un attimo perplesso poi riesumò la sua cultura scolastica, capì che si riferiva al calendario fascista, sospirò senza motivo e si concentrò sul nome del destinatario del prestito. Si trattava di una certa Rosa Caronia ed era entrata in possesso del libro, a quanto sosteneva l'inchiostro verde del professore, il 12 giugno 1975. La lettera finale del cognome era sporcata da uno sbaffo olivastro con una sfumatura di rosso. Sembrava una macchia di caffè con la complicazione sopraggiunta di qualcosa di indefinibile. 

 

Osservò una breve pausa per registrare bene quei dati nel suo cervello, poi si alzò cerimonioso, come se si trovasse in un salotto alla presenza di ospiti di riguardo, e raggiunse dignitosamente la mensola di teak della sala dove, accanto ad un telefono nero terzultima generazione, imgs/Librodilegno6.jpgstazionava l'elenco abbonati dell'anno precedente. Quello dell'anno in corso la signora Margherita si era inspiegabilmente rifiutata di riceverlo dal giovane addetto alla sua distribuzione, e alle successive rimostranze di Enzo si era trincerata dietro un ostinato silenzio per poi ammettere laconicamente che "quel tipo aveva la faccia di uno che vuole fottere la gente".

 

Frugò, col dito che tremava impercettibilmente, nella lunga lista dei Caronia e trovò due Rosa, entrambe abitanti in via Alessio Narbone. "Saranno cugine" sentenziò Enzo. "E la ricerca comincia bene" aggiunse. "Si trovano a poche centinaia di metri da casa mia. Sempre che una delle due sia la persona che cerco".

 

 

 

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Gian Mauro Costa, Il libro di legno, Sellerio editore, Palermo 2010, € 13,00, pp. 23-28.

 

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imgs/GianMauroCosta.jpg Gian Mauro Costa

Gian Mauro Costa (Palermo, 1952), già giornalista de «L’Ora» e poi passato alla  Rai. Ha pubblicato  Yesterday (2001) e Il libro di legno (2010).

 

 

La scrittura di Gian Mauro Costa è un caleidoscopio di immagini, colori, umori. A volte la sua vocazione al gioco pirotecnico, all’immagine complessa e studiata, alla descrizione non convenzionale, alla metafora ricercata può un po’ stancare, ma in generale Il libro di legno è un giallo ben strutturato, con personaggi sfaccettati e una superba capacità di descrivere con puntualità l’aria della Palermo di oggi. (Maria Di Piazza)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   


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