Il piacere non può aspettare

 

di

 

Tishani Doshi

 

 

 

 


imgs/IlPiacere1.jpgNelle prime ore del 20 agosto 1968, la mattina della partenza di suo figlio, Prem Kumar Patel si abbandonò a un lusso che mai, in quarantasette anni di vita, si era concesso: fece un sogno. Era un lungo, terribile incubo che sembrava riportarlo alle spire del grembo materno per poi scagliarlo in una valle di ghiaccio. Nel sogno, Prem Kumar vagava tra le montagne in cerca della moglie e dei quattro figli, dispersi in uno strano regno in cui gli uomini portavano in groppa gli spettri degli antenati, e le donne, nascoste tra gli alberi, lanciavano frecce dalla punta avvelenata.

 

Prem Kumar, davanti a un gran portone di legno, sentiva i suoi figli gridare. Soprattutto Babo, il maggiore, che aveva freddo e voleva più coperte; da una bella sfumatura nocciola scuro, la sua pelle, in quell’aria pungente a cui non era abituato, aveva cominciato a virare verso un pastoso color pistacchio. Babo continuava a gridare a Prem Kumar: Perché mi hai mandato qui? Perché mi hai mandato via? E gli altri figli – Meenal, Dolly e Chotu – ripetevano in coro: Perché l’hai mandato via? Perché hai mandato via nostro fratello?

 

imgs/IlPiacere5.jpgPer tutta la mattina, mentre dall’altro capo del mondo i carri armati sovietici invadevano la Repubblica socialista ceca, Prem Kumar Patel, nella sua casa di Madras, India del Sud, rimase disteso sulla schiena, immobile come un cadavere, a guardare la vita che gli scorreva davanti in una serie di fugaci scene argentate. Vide sua madre, con i capelli bianchi, sui gradini di fronte alla casa di Ganga Bazaar, che sbucciava manghi per nipoti non ancora nati. Vide sciacalli che vagavano per le strade ricoperte di macerie di una città in rovina. Vide incendi e voli, un aeroplano celestiale che scendeva dal cielo. Vide cose che non potevano assolutamente essere successe, ma assomigliavano a una realtà talmente spaventosa che dovette voltarsi verso sua moglie, distesa accanto a lui, e succhiarle quel suo splendido seno. Avrebbe voluto chiederle cosa significavano quei portenti, ma Trishala non ne voleva sapere. Irritata, allontanò il marito con una pacca sulle labbra. “Smettila, smettila” disse. “Cosa ti prende per tormentarmi a quest’ora del mattino?” E, dopo avergli strappato di dosso le lenzuola, se le avvolse sulle carni abbondanti, preferendo rimanere nel bozzolo di un sogno tutto suo.

 

Quando finalmente Prem Kumar si svegliò per la partenza del figlio, aveva degli aloni scuri sotto gli occhi e la vasta distesa del naso punteggiata da innumerevoli punture di zanzare. Da lontano sentiva la quotidiana sceneggiata mattutina del suo vicino Darayus Mazda, che si lagnava sul balcone: Oh! Mi stanno facendo a pezzi. La mia famiglia mi sta facendo a pezzi. Vogliono mandarmi alle Torri del Silenzio prima del tempo. Qualcuno mi protegga dalla loro cattiveria... E andava avanti così, tanto che a Prem Kumar, per la prima volta nel loro lungo periodo di vicinato, venne voglia di andare da quell’uomo sofferente, un parsi come lui, e consolarlo. Avrebbe voluto dirgli che nessuno voleva fargli del male; e che, anzi, era proprio lui, Prem Kumar, a essere bersaglio di una sofferenza ben più terribile.

 

imgs/IlPiacere3.jpgPrem Kumar non era un sentimentale, ma era religioso e credeva nella punizione. Per lui, l’evento della partenza di Babo era molto più che un investimento per il futuro della famiglia Patel. Aveva a che fare con il suo dharma, la sua responsabilità. Babo, che si era diplomato in chimica a pieni voti al Jain College, sarebbe stato il primo membro della comunità a completare gli studi all’estero. E anche il primo, nella cerchia dei parenti più prossimi, a prendere un aereo fino a Londra all’incredibile età di ventun anni.

 

All’inizio dell’anno, Prem Kumar aveva scritto agli uffici della Joseph Friedman & Sons, a Londra, da cui importava cemento colorato e altri materiali, chiedendo se suo figlio, che stava per iniziare le lezioni serali al City & Guild Borough Polytechnic, potesse, durante il giorno, fare un po’ di tirocinio sotto i loro auspici. Fred Hallworth, l’addetto alle esportazioni, aveva risposto subito dicendo che sarebbe stato un onore accogliere il giovane Dharmesh Patel nei loro uffici di Wandsworth, che avrebbero potuto offrirgli un salario settimanale di 10,15 sterline, e che contavano di dargli il mercoledì libero in modo che potesse terminare al più presto il politecnico.

 

Le vostre disposizioni sono più che adeguate, aveva risposto Prem Kumar, e posso solo sperare che, con questa nuova collaborazione, la nostra alleanza diventerà ancora più salda. Un mese dopo, arrivò una lettera dal presidente in persona. Diceva che era stato preparato un permesso di lavoro per Babo, e che, se fosse stata necessaria qualsiasi altra cosa, la ditta sarebbe stata ben felice di provvedere.

imgs/IlPiacere6.jpgTutto ciò era causa di una tremenda pressione al torace di Prem Kumar. Da quando il governo indiano aveva vietato le importazioni dei prodotti finiti nel tentativo di incoraggiare l’industria locale, Prem Kumar aveva sognato di aprire la propria fabbrica di vernici, la Patel & Sons, grazie alla quale Babo con la sua esperienza all’estero, e Chotu, sotto la guida del fratello, avrebbero potuto condurre la famiglia Patel verso un futuro roseo, con un’attività solida e redditizia. La fantasia di Prem Kumar galoppava sfrenata. Ormai immaginava tutto quanto: l’etichetta sulle latte di vernice, il logo, il motto, gli impiegati che zampettavano qua e là come formiche riponendo negli archivi i libri contabili – vergati con la sua calligrafia precisa, ornata – che riportavano, di anno in anno, profitti sempre maggiori.

 

Prem Kumar si lasciava trasportare dal sogno anche quando sedeva con aria solenne sotto il cartello che aveva amorevolmente appeso sopra la scrivania in quei primi anni di grandi ideali:


SIETE PREGATI DI PARLARE DI LAVORO, DI FINIRE IL VOSTRO LAVORO E DI LASCIARE CHE QUESTUOMO FACCIA IL SUO LAVORO


Solo tempo dopo, molto tempo dopo, il giorno del temuto telegramma, nove mesi dopo che Babo aveva lasciato Madras in quella giornata di quasi pioggia dell’agosto 1968, Prem Kumar avrebbe cominciato a capire le pericolose implicazioni delle sue oziose fantasticherie; veniva punito per la sua duplicità, per aver sognato il futuro quando avrebbe dovuto badare al presente.

 

imgs/IlPiacere4.jpgIl mattino della partenza di Babo, quando si era trascinato a fatica in veranda per unirsi al resto della famiglia, Prem Kumar aveva tenuto segreto il suo sogno. Non ne aveva parlato a Trishala – né nei mesi di silenzio della sua malattia, né tantomeno quando giaceva in delirio sul letto di morte e continuava a chiedergli se le era stato infedele. Perché Prem Kumar non credeva nelle superstizioni o negli spiriti. Dopo la morte di Trishala, ovviamente, aveva scoperto di non riuscire a dormire di notte; in preda all’agitazione, era condannato ad ascoltare le canzoni religiose che il walkman gli urlava nelle orecchie, perché sentiva la mancanza della lunatica presenza di sua moglie e anche perché, dopo il suo primo e unico sogno, temeva le conseguenze di un prossimo.

 

Prem Kumar fu costretto a convivere con il senso di colpa: se solo avesse condiviso quel sogno con la moglie, lei non avrebbe mai permesso al figlio di allontanarsi in quel giorno fatale. Ma per come erano andate le cose, Prem Kumar aveva presenziato alla sua partenza con il resto della famiglia, guardando Babo che si allontanava nel suo completo di marca Jamal nuovo di zecca e troppo inamidato, sorridendo al mondo con i suoi denti sfavillanti, perfettamente ignaro dei tumultuosi cambiamenti che avrebbero travolto tutti alla sua partenza.

 

 

 

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Tratto da Tishani Doshi, Il piacere non può aspettare, 1. Partenze e sogni segreti, Traduzione di Gioia Guerzoni, Feltrinelli ed.

 

 

 

 

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imgs/TishaniDoship.jpgTishani Doshi,

raffinata autrice indiana, poetessa, ballerina (è allieva della leggendaria coreografa Chandralekha), giornalista oltre che scrittrice, è nata nel 1975 a Madras, in India, da madre gallese e padre indiano.
Ha ricevuto un Eric Gregory Award nel 2001 e la sua prima raccolta di poesie, Countries of the Body, ha vinto, nel 2006, il Forward Poetry Prize per la migliore opera prima. Il suo primo romanzo, The Pleasure Seekers, è stato pubblicato da Bloomsbury nel 2010 ed è stato a lungo indicato per il Premio Orange nel 2011. In Italia è uscito, per i tipi di Feltrinrlli, con il titolo Il piacere non può aspettare.
Tishani Doshi fa osservazioni e commenti nel suo blog, e si può meglio seguirne l'attività sul sito internet:

http://www.tishanidoshi.com/

 

Liberamente tratto da Wikipedia, The free encyclopedia.

 

 

 

 

 

 

 

   
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