Il manager con il pullover


Marchionne ha deciso, lo scorso weekend, in riunioni tenute negli uffici americani di Auburn Hills, di spostare un miliardo di investimenti dallo stabilimento torinese di Mirafiori allo stabilimento serbo di Kragujevac. La produzione si è
delocalizzata: la ricerca del minor costo spinge spesso verso la delocalizzazione del processo produttivo, ma in parole povere, ovunque nel mondo il costo del lavoro è più basso (perché mancano controlli sulla sicurezza, diritti sindacali, tutela per l'ambiente, e spesso gli stessi diritti minimi con l'arruolamento sotto le bandiere del profitto di schiere di bambini schiavi), lì conviene produrre.
Ma è etico?
Nel caso della Fiat, ad esempio, fanno testo le parole dell'ambasciatrice serba in Italia Sanda Raskovic-Ivic, intervistata da Sky Tg24: "Siamo un paese in transizione, un paese povero paragonato agli altri paesi d'Europa; il guadagno di un operaio e' pari a 400 euro - ha proseguito l'ambasciatrice - ma lo stato serbo ha previsto incentivi per gli investitori, come ad esempio l'esenzione delle tasse per 10 anni, oppure un finanziamento pubblico fino a 10.000 euro per ogni operaio assunto".
E Marchionne ricatta l'Italia, si sente in diritto di farlo, legittimamente, il super capitalismo bulimico, quello che divora ciò resta delle socialdemocrazie lo protegge: la Serbia e la delocalizzazione a 400 euro al mese per operaio lo aspettano.
La ricetta c'è ed è facile: le democrazie occidentali, Europa in testa, invece di fare la corsa al World Trade Organization (WTO) abolendo ogni barriera tariffaria al commercio internazionale di tutto e per tutto, ne mettano una nuova: nessuna importazione di merci e servizi da quei Paesi che producono senza rispettare il lavoro (i diritti dei lavoratori, cioè), quindi va bene la rincorsa al prezzo più basso, ma non facendola sulla pelle della gente.
Rete, 26 luglio 2010